Oltre il Cielo – Intervista con Don Gino Rigoldi: “Vorrei che la gente immaginasse che un adolescente che sbaglia e finisce in carcere possa essere accompagnato verso un futuro diverso”

“Nel docufilm “Oltre il Cielo” vengono raccontate le vite di adolescenti interrotte per un reato, a volte legate a situazioni familiari e sociali particolarmente difficoltose. In carcere non si sta bene perché si è separati dal resto del mondo, si è esclusi, c’è una libertà limitata, ma sono esseri umani che hanno un percorso da fare e noi siamo lì per aiutarli, per farli riflettere sulle azioni che hanno commesso e per pensare al futuro che hanno davanti”. Don Gino Rigoldi è stato per oltre cinquant’anni il cappellano dell’Istituto Penale Minorile “Cesare Beccaria” di Milano e continua ancor oggi ad occuparsi dei ragazzi detenuti insieme a don Claudio Burgio. Al di là delle sbarre, dietro ogni ragazzo, c’è una vita fatta di disagi e abbandoni, di comportamenti devianti e sregolati, di furti, spaccio, rapine, ma anche aggressioni, risse e tentati omicidi.  “Oltre il Cielo” la docuserie, in otto episodi, di Rai Contenuti Digitali e Transmediali dal 13 dicembre in esclusiva su RaiPlay, racconta le fasi di recupero di alcuni giovani detenuti nelle carceri minorili Beccaria di Milano, Fornelli di Bari e nella comunità Kayros di Vimodrone. Spesso molti dei reclusi, fino al momento in cui sono stati arrestati, non pensavano di aver compiuto reati così gravi da poter finire in carcere. Cercano di capire quando potranno uscire e come sia possibile ridurre la pena assegnata dal giudice. Alcuni sembrano essersi pentiti e nel carcere dialogano con le persone che sono per loro punti di riferimento, tra cui i cappellani del Beccaria Don Gino Rigoldi e, oggi, Don Claudio Burgio, che è anche responsabile della comunità Kayros di Vimodrone, che alle telecamere di “Oltre il Cielo” raccontano di voler assicurare ai detenuti un supporto spirituale e insegnamenti concreti. Un ruolo importante è anche quello dalle giovani educatrici e volontarie che, insieme ad educatori più esperti, vivono in prima persona il tentativo di recupero dei ragazzi reclusi offrendo loro una speranza di salvezza e un possibile percorso per un futuro reinserimento nella società.

La docuserie, prodotta da Pepito Produzioni per Rai Contenuti Digitali e Transmediali, è realizzata in collaborazione con il Ministero della Giustizia, Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità e con la regia di Alberto D’Onofrio.

In questa intervista Don Gino Rigoldi ci ha parlato di “Oltre il cielo” ma anche della situazione attuale delle carceri italiane.

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Don Gino, su Raiplay è disponibile la docuserie “Oltre il cielo” che racconta le storie di recupero di alcuni giovani detenuti nelle carceri minorili Beccaria di Milano, Fornelli di Bari e nella comunità Kayros di Vimodrone. Com’è stato coinvolto in questo progetto?

“Il regista di “Oltre il cielo”, Alberto D’Onofrio, ci ha proposto questo progetto e noi siamo sempre disponibili a parlare del Beccaria e dei ragazzi che arrivano nelle carceri, perché di solito la gente immagina chissà quali mostri o personaggi cattivi o da evitare. Invece in questo docufilm vengono raccontate delle storie di vita, i retroscena familiari, i rapporti con le mamme, con le fidanzate, i sogni che ogni ragazzo poi coltiva mentre è in questa fase di stop per i reati commessi individualmente, ma anche l’impegno di chi lavora in carcere per dare loro un dopo, un futuro. Sono vite di adolescenti interrotte per un reato, a volte legate a situazioni familiari e sociali particolarmente difficoltose. In carcere non si sta bene perché si è separati dal resto del mondo, si è esclusi, c’è una libertà limitata, ma sono esseri umani che hanno un percorso da fare e noi siamo lì per aiutarli, per farli riflettere sulle azioni che hanno commesso e per pensare al futuro che hanno davanti. Vorrei che la gente immaginasse che un adolescente che sbaglia possa essere accompagnato verso un domani diverso”.

Rispetto a quando ha iniziato la sua missione negli anni Settanta, chi sono i minori detenuti oggi?

“Oggi la popolazione è completamente diversa, fino agli anni ’90 i detenuti erano quasi tutti italiani, poi hanno iniziato ad arrivare persone albanesi, sudamericane e provenienti da altri Paesi che mediamente sapevano leggere e scrivere ed erano in un’area di pensiero occidentale. Adesso al Beccaria abbiamo una decina di italiani, di cui tre accusati di omicidio, e poi sono soprattutto ragazzi stranieri, in particolare arabi, alcuni dei quali sono anche analfabeti, che però capiscono che li vogliamo aiutare e rispondono in maniera positiva e creativa, ma la comunicazione è indubbiamente più complicata a livello di relazioni e progetti interni. Le recidive per quanto riguarda il Beccaria sono relativamente poche, questo vuol dire che i discorsi che abbiamo fatto, le offerte di lavoro, le informazioni, l’accompagnamento psicologico che hanno avuto i ragazzi, seppur dentro il carcere, hanno sortito qualche effetto”.

Qual è la sua opinione riguardo il decreto Caivano attuato dal Governo per contrastare la criminalità minorile, con l’inasprimento delle pene, anziché l’accompagnamento di questi ragazzi in un percorso di recupero, di reinserimento?

“Il decreto Caivano è stato una sorpresa di incompetenza. Anche i bambini sanno che un adolescente calpestato, picchiato, bloccato farà peggio, e che le misure e le punizioni dure non servono. Non capisco come le persone di buon senso possano tirare fuori quest’idea. Intanto bisogna ricordarsi che la violenza in un quartiere nasce da una situazione sociale, educativa, scolastica, particolarmente disastrata, dando luogo poi ad uno sfogo delinquenziale, ma la risposta dovrebbe essere già avvenuta prima di questo. I ragazzi e le ragazze di 10-12 anni devono essere accompagnati verso scelte positive, attraverso ad esempio lo sport o la musica. Certamente se non si agisce per tempo ci deve essere poi un blocco, ma con l’idea che è una fermata per rimettersi in movimento e intervenire in maniera costruttiva. Pensare di eliminare la criminalità mettendo in galera i giovani di Caivano o di un’altra città è una banalità”.

In questi cinquant’anni in cui è stato un punto di riferimento per tantissimi ragazzi, alcuni li ha anche adottati, quali sono state le difficoltà maggiori che ha incontrato e c’è mai stato un momento in cui ha pensato che non ci fosse modo di recuperare qualche giovane?

“Bisogna avere innanzitutto una grande pazienza. Al Beccaria ci sono state delle promesse, delle offerte di lavoro buttate al vento, mai con violenza ma semplicemente andando via oppure rimettendosi ancora a compiere dei reati una volta usciti dal carcere. Io però non mi sono mai fermato, infatti oltre al Beccaria frequento anche le carceri di Bollate e di Opera, perché i ripetenti vanno ripescati e con la pazienza non ci sono casi impossibili da recuperare. In cinquanta anni non ho mai pensato neanche per un momento di cambiare mestiere”.

Cosa si può fare per avvicinare i ragazzi detenuti al mondo del lavoro e alle aziende e abbattere quei pregiudizi culturali, mentali di cui parlava poco fa?

“Le faccio un esempio. Regina De Albertis, Presidente Assimpredil Ance, mi ha detto che era alla ricerca di personale e io le ho risposto che avevo seicento persone abili, perché superato un terzo della pena si può lavorare all’esterno. All’inizio era titubante ma poi le ho spiegato che potevo mandarle quindici persone per volta dal carcere di Opera, che i suoi istruttori le avrebbero  addestrate per diventare manovali dell’edilizia, lei avrebbe parlato con loro, avrebbe visto come si comportavano, come rispondevano e solo in caso di esito positivo le avrebbe messe sotto contratto. E’ stato siglato quindi un accordo e ora decine di uomini vengono assunti, a tempo determinato, e devo dire che, grazie al lavoro, anche a Opera il clima è più rilassato, perché intravedono una possibilità di futuro. Per quanto riguarda i minori bisogna cercare di ascoltarli, conoscerli, di capire chi sono, verificare che non ci sia qualche disturbo psicologico o qualche sofferenza psichiatrica, come è accaduto dopo il Covid. Dopodiché anche per questi ragazzi è possibile immaginarsi sia una formazione sia un’opportunità di lavoro con i datori che li incontrano e poi scelgono quelli a loro avviso più idonei. A Milano implementiamo molto gli articoli 21, perché formiamo le persone in carcere e poi si vedrà se sono cambiate quando escono per lavorare. Spero che questi primi passi diventino finalmente un’autostrada e ci possano essere delle azioni concrete. Soprattutto di fronte alla cosiddetta criminalità giovanile dire che sono dei cattivi ragazzi non ha nessun senso, invece bisogna intervenire per far capire loro cosa hanno fatto e quali risorse possiedono e poi trovare degli sbocchi effettivi, pensare come accompagnarli verso una professione, come essere presenti nel periodo del lavoro”.

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Nelle foto Andrea e Koulibaly, due dei ragazzi detenuti al Beccaria che si raccontano a Oltre il Cielo

Una docuserie come Oltre il cielo o una fiction come Mare fuori quanto possono essere utili per sensibilizzare ancora di più su queste tematiche e avvicinare il pubblico?

“Io credo che questi progetti riescano a dare più argomenti alle persone già sensibili al problema, per le altre serve invece qualche mediatore che spieghi che questi sono giovani, adolescenti, che hanno una storia sgangherata, che vengono da un altro mondo, che fuggono da Paesi invivibili. Queste serie potrebbero essere invece un argomento da affrontare nelle scuole, con i genitori, con le associazioni per parlare di giovani e della criminalità giovanile”.

Il 26 dicembre Papa Francesco aprirà la Porta Santa a Rebibbia nell’ambito del Giubileo, sarà un momento storico perché non è mai accaduto prima…

“Sì, certamente è una celebrazione importante e determinante. Io però vorrei anche che le istituzioni fossero vicine concretamente ogni giorno dell’anno. Mi spiego. Ci sono cinquanta canoniche vuote a Milano e dintorni, ma se ne chiediamo una per metterci dei ragazzi che vogliamo accompagnare verso l’autonomia, essendo presenti, essendo sorveglianti, non ci viene concessa. Le presenze illustri, episcopali o ministeriali devono avere un significato e un progress, altrimenti non mi riscaldano tanto il cuore”.

Quali sono le principali azioni concrete che dovrebbero essere attuate per migliorare la situazioni delle carceri e delle comunità?

“Il problema di tutte le comunità è che hanno un tappo, cioè quando un ragazzo ha 18 anni o ha finito un percorso dovrebbe poter essere autonomo. A casa mia ci sono quattordici ragazzi e sei potrebbero andar via domani, ma dove trovano casa a Milano? Oltretutto avendo dei precedenti penali è ancora più difficile. Il problema della casa insiste anche sulla vicenda di questi ragazzi, escludendo la possibilità di essere autonomi. Noi poi siamo creativi e cerchiamo soluzioni alternative, affittiamo le case o alcune ci vengono date da benefattori, ma il problema rimane.

Inoltre c’è un sovraffollamento delle carceri ma gli agenti e il personale educativo sono in sottonumero, quindi ci sono le rivolte, non c’è una progettualità individualizzata, non c’è un cammino di riconoscimento. Quando ho iniziato cinquant’anni fa a fare il cappellano gli agenti di polizia erano padri di famiglia, avevano quaranta – cinquanta anni, adesso ci sono agenti bravi, belli, intelligenti, simpatici, ma hanno 23-24 anni, quasi l’età di qualche detenuto, e magari faticano maggiormente ad essere rispettati. Al Beccaria inoltre siamo ancora in sospensione, abbiamo avuto un eccellente direttore per venti anni con cui abbiamo costruito un modello europeo di carcere minorile. Dopodiché è andato in pensione, per un brevissimo lasso di tempo c’è stata una direttrice che veniva da San Vittore, e poi negli ultimi venti anni abbiamo avuto quattordici persone facenti funzione di direttore. Le carceri hanno bisogno invece di stabilità e di avere una linea di sviluppo. Servono fatti, azioni, non solo parole”.

di Francesca Monti

Si ringrazia Francesca Procopio

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