Tatiana e Andra Bucci, tra le ultime testimoni della Shoah, avevano solo sei e quattro anni quando furono deportate dai nazisti e dai fascisti nel campo di sterminio di Auschwitz – Birkenau in Polonia, insieme alla mamma, alla nonna, alla zia e al cuginetto Sergio. Mercoledì 5 febbraio al Conservatorio di Musica G. Verdi di Milano, hanno incontrato gli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado, ripercorrendo la loro storia e portando la loro testimonianza delle atroci persecuzioni e deportazioni perpetrate dal Terzo Reich e dai fascisti, nell’evento organizzato dall’Associazione Figli della Shoah con il Conservatorio di Milano in collaborazione con Il Sole 24 Ore.
“Il primo ricordo è legato al giorno in cui i soldati sono venuti ad arrestarci a casa, dormivamo e mamma ci ha svegliato e detto di vestirci. Io avevo sei anni e Andra quattro, con noi c’erano anche nostro cugino Sergio e sua mamma venuti da Napoli perchè nostro zio Eduardo era un militare della Marina Italiana e quando ci fu il famoso 8 settembre non aderì alla Repubblica di Salò e fu fatto prigioniero dai nazisti. Papà era cattolico e mamma era ebrea”, ha esordito Tatiana Bucci. “Abbiamo impressa nella mente l’immagine di nonna Rosa che supplica il comandante della spedizione di lasciare almeno i bambini a casa, inginocchiata davanti ad una persona giovane. E’ un ricordo forte e doloroso. Siamo state arrestate a Fiume, abbiamo trascorso una notte lì e il giorno dopo siamo partite per Trieste, per la risiera di San Sabba, la vera prigione, dove eravamo in una cella piccola, in otto persone, c’era un tavolaccio, e la porta aveva un buco tondo da dove ci passavano il cibo e dove la mamma fu interrogata per sapere dov’era l’altra parte della famiglia, perchè in cinque si erano nascosti in provincia di Vicenza e sono stati arrestati più tardi per una spiata. Siamo poi state portate al silos, quindi alla stazione centrale di Trieste e fatte salire con la nostra famiglia sui treni bestiame, e alla fine di questo viaggio siamo arrivati all’esterno del campo di sterminio di Birkenau perchè il binario non era ancora finito, siamo saltate giù aiutate da mamma, quindi hanno diviso gli uomini dalle donne. La nonna è andata dalla parte destra, messa su un camion e uccisa subito, mentre noi e la mamma a piedi siamo andate dalla parte sinistra e siamo entrate nel campo facendo un percorso di circa tre chilometri. Era notte, eravamo stanche e ricordo che alla fine c’era un viale con un caseggiato di mattoni, dove dovevi dare le tue generalità, spogliarti, ti tagliavano capelli e peli, a noi bambini non hanno tagliato i capelli, poi c’era la disinfestazione, la doccia e la consegna di abiti che non erano i nostri, non sempre alla temperatura che c’era all’esterno. Siamo arrivate il 4 aprile 1944 e in Polonia c’erano -12 gradi”.
A Birkenau le sorelle Bucci vennero poi separate dalla mamma Mira: “Si entrava in una stanza dove c’era un piccolo tavolino con due persone, ci mettevamo in fila porgendo il braccio sinistro per il tatuaggio, prima la mamma, poi io che porto il numero 76483 e infine mia sorella. La mamma venne mandata alla quarantena mentre noi alla baracca dei bambini, perchè sembra che Mengele (un medico che usava le persone per fare esperimenti pseudoscientifici su cavie umane e quasi sempre finivano con la loro morte) ci abbia scambiato per gemelle ed è la prima fortuna che abbiamo avuto altrimenti saremmo state destinate alla camera a gas”, ha raccontato Andra Bucci. “Poi un giorno una blokova, la capa della baracca delle donne, che ci aveva preso in simpatia ci disse che se ci avessero chiesto se volessimo andare dalla mamma avremmo dovuto non rispondere. Infatti quando ci hanno fatto effettivamente questa domanda si sono fatti avanti dei bambini, compreso Sergio, che era stato avvisato ma l’istinto è stato più forte e il suo destino si è purtroppo compiuto. La nostra mamma quando poteva veniva a trovarci dopo il lavoro al campo e capì ben presto che doveva ricordarci sempre il nome per non perdere l’identità. Quando l’abbiamo vista la prima volta, senza capelli, vestita male, lei che era sempre curata ed elegante quando vivevamo ancora a Fiume, l’abbiamo quasi rifiutata, avrebbe voluto abbracciarci, baciarci e noi non ci lasciavamo toccare. Quando poi ho avuto il mio primo figlio ho pensato a quanto mia mamma avesse sofferto per quel gesto”.
Andra e Tatiana hanno vissuto al campo di Birkenau fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale: “Senza rendercene conto abbiamo costruito una corazza per affrontare le miserie, faceva freddo, eravamo sole, senza mamma, non era vita, ci circondavano la morte, gli scheletri e noi bambini giocavamo attorno a questi cadaveri. Ogni volta che ne parlo mi impressiona tutto ciò ma in quel frangente il gioco per un bambino era vitale. Il giorno della Liberazione c’era un grande movimento, camion e auto che andavano su e giù, dei militari con una divisa di colore diverso. C’era un soldato russo che prese dalla sua tasca un coltello a serramanico, tagliava un salamino e ci dava da mangiare e noi eravamo intorno alla sua macchina, ci sorrideva ma parlava in russo e non lo capivamo. Non ricordo se fossi felice quando abbiamo compreso che la guerra era finita ma anche a detta dei sopravvissuti eravamo tutti presi dai pensieri, con la mente vuota, con gli occhi che guardano ma non capiscono”, ha spiegato Andra.
Da Birkenau le sorelle Bucci sono poi state portate ad Auschwitz: “Lì i medici russi controllavano la salute dei prigionieri e poi ci trasferirono a Praga, eravamo solo noi due come sorelle tra i bambini sopravvissuti. Mamma non è più venuta a trovarci la sera e abbiamo pensato che fosse morta, che fosse tra quei cumuli di corpi. Invece era stata trasferita in un campo di lavoro in Germania, a Lipsia. Mentre eravamo a Praga era tornata in Italia e aveva iniziato a cercarci, mentre papà era marittimo della marina mercantile e allo scoppio della guerra si trovava nelle acque territoriali inglesi del Sudafrica e in quanto italiano fu fatto prigioniero e messo in un campo di concentramento sudafricano che era all’acqua di rose, infatti avevano il campo da tennis, da calcio, la biblioteca, la piscina. Papà che era cuoco era diventato il responsabile della mensa e ci raccontava che per accendere il fuoco buttava un panetto di margarina perchè non poteva immaginare in che situazione fosse la sua famiglia. Quando tornò a casa, insieme alla mamma e agli zii si misero alla nostra ricerca, aiutati dalla Croce Rossa finchè scoprirono che eravamo in Inghilterra”, ha raccontato Tatiana.
Le due sorelle infatti da Praga erano state trasferite a Lingfield: “Ci fu chiesto se fossimo ebrei e in cinque rispondemmo di sì, così fummo mandate in Inghilterra con altri bambini, in una casa privata data in prestito alla comunità ebraica grazie ad un’idea di Anna Freud. All’epoca c’erano dei giornali a cui si poteva scrivere per trovare i famigliari e così mamma scoprì che eravamo a Londra e mandò la fotografia che ritraeva lei e papà il giorno del matrimonio e che ci faceva vedere tutte le sere per salutare papà affinchè non lo dimenticassimo essendo lontano, in mare. Appena ci è stata mostrata li abbiamo riconosciuti ed è stato il segno che loro erano veramente i nostri genitori. Un’assistente sociale ci ha così riaccompagnate in Italia e con l’Orient Express da Londra siamo arrivate a Roma Tiburtina dove ci aspettavano mamma e gran parte della comunità ebraica di Roma che ci ha chiesto informazioni su altri bambini. Noi ci siamo messe a piangere per questa signora che tornava in Inghilterra perchè ormai era quella la nostra casa, non parlavamo più l’italiano e mamma ci traduceva le parole in tedesco. E’ stato un momento difficile anche e soprattutto per mamma perchè non siamo state ancora una volta capaci di starle vicino, di farci abbracciare, forse avevamo paura di cambiare di nuovo vita. Siamo partite da Londra in una data speciale, il 5 dicembre 1946, giorno in cui si erano sposati i nostri genitori”, ha aggiunto Tatiana Bucci.
Andra Bucci ha infine sottolineato l’importanza della Memoria: “Nessuno ai tempi ci faceva domande sul tatuaggio, perchè gli amici di Trieste conoscevano la nostra storia e forse c’era del pudore o paura che parlandone ci avrebbero causato della sofferenza. Nessuno poi voleva ascoltare. Negli anni Settanta e all’inizio degli anni Ottanta si è cominciato a parlare in tv e sui giornali della Shoah. Ai nostri mariti abbiamo subito raccontato ciò che avevamo vissuto. E’ importante continuare a testimoniare, soprattutto per far conoscere ai giovani quello che è accaduto”.
di Francesca Monti
