“L’amore è il sentimento che ci rende vivi e umani e che ci dà la spinta per vivere”. Sara Lazzaro interpreta Ilse Haffner nel film “La bambina con la valigia”, con la regia di Gianluca Mazzella, tratto dall’omonimo libro di Egea Haffner e Gigliola Alvisi, prodotto da Clemart in collaborazione con Rai Fiction, in onda su Rai 1 il 10 febbraio, in occasione del Giorno del ricordo, in memoria delle Vittime delle foibe, dell’Esodo Istriano, Fiumano, Giuliano e Dalmata.
Una fotografia in bianco e nero del 6 luglio 1946 ritrae una bambina: in mano ha una valigia con la scritta Esule Giuliana. Si chiama Egea Haffner e la sua storia comincia quando suo padre scompare, probabilmente inghiottito nelle Foibe. A questi ricordi si lega il racconto della vita di esule di Egea, che da Pola si sposterà a Bolzano, accudita dalla zia Ilse, che l’amerà come una figlia, e protetta dalla cura della nonna Maria. Nella memoria di Egea si riflette il dramma di tutte le persone che sono costrette a lasciare la propria casa.
Sara Lazzaro, che nel film “La bambina con la valigia” regala un’interpretazione intensa ed emozionante, restituendo alla massima potenza la dolcezza e la forza di Ilse, ci ha parlato del suo personaggio, dell’importanza della Memoria per ricordarci i passi fatti dall’umanità ma anche gli errori da non ripetere, e dell’infanzia ancor oggi negata a tanti bambini del mondo.

Sara, nel film “La bambina con la valigia” interpreta Ilse, la zia di Egea. Come si è approcciata a questo personaggio?
“Quando mi hanno proposto di prendere parte a questo progetto il primo passo è stato incontrare il regista che mi ha raccontato quale fosse la storia di Egea Haffner, questa bambina e ora donna di 84 anni che è portavoce di un importante momento storico poco conosciuto a livello nazionale e un po’ più sentito nel Nord-Est dell’Italia. Mi ha parlato anche di Ilse, una zia che è stata quasi una mamma per Egea, sostituendo quella biologica per un lungo periodo della vita della bambina per la quale è stata un punto di riferimento. Sono partita quindi dalla sceneggiatura in quanto per motivi narrativi alcune cose erano state cambiate per adattarle al piccolo schermo e contemporaneamente ho letto il libro “La bambina con la valigia” di Egea Haffner e ho scoperto che Ilse non si è mai sposata, non ha avuto figli, ha avuto vari pretendenti, ma ha scelto di non legarsi a qualcuno, avendo questo amore e questa dedizione nei confronti della nipote e dei famigliari. Ilse è la sorella di Kurt (il papà di Egea), è la figlia di Maria, la cognata di Ersilia, quindi ha delle relazioni specifiche con ciascun membro della famiglia e al suo interno porta questa forza silenziosa, delicata, che racchiude determinazione, amorevolezza e anche sacrificio che però non le pesa, e questo è l’aspetto straordinario, secondo me, del personaggio”.
Ha avuto modo di incontrare la signora Egea Haffner?
“Ahimè non ho avuto modo di conoscere la vera Egea di persona, però il regista l’ha incontrata diverse volte ed è stato molto generoso mostrandoci anche un libro di famiglia che gli è stato dato dalla signora Haffner. E’ stato un momento di grande condivisione, infatti quando si vanno ad interpretare dei personaggi realmente esistiti, che hanno vissuto una storia famigliare così delicata, ci si avvicina sempre in punta di piedi, con molto rispetto, attenzione, voglia di rendere giustizia a questa famiglia e a questa vicenda dove c’è sofferenza e al contempo tantissimo amore. E lo si percepisce anche leggendo il libro: famiglia e amore sono veramente la spina dorsale che muove ogni gesto di questo gruppo di persone”.
Nel libro “La bambina con la valigia”, infatti, Egea Haffner afferma che “l’amore è l’unica eredità che non puoi dissipare e che nessuno può sottrarti”…
“E’ una grande verità. Trovo straordinario poter leggere la testimonianza di persone che hanno vissuto determinate cose e riconoscere poi nelle loro parole, nel loro approccio alla vita stessa, una grande energia e fiducia nell’amore, che paradossalmente magari penseresti potrebbero non avere. Era importante che questa forza motrice della famiglia trasparisse anche dal film, dove inizialmente la storia viene vista attraverso gli occhi di una bambina, quasi a volerla accompagnare in modo delicato attraverso tutte le fasi dell’esodo. L’amore per fortuna è il sentimento che ci rende vivi e umani e che ci dà la spinta per vivere”.

Guardando il film emergono alcune riflessioni, la prima è legata ad una frase pronunciata da Ilse, poiché Egea frequentando questa scuola privata è oggetto di pregiudizi anche da parte delle suore: “ci sono le persone che valutano gli altri in base a quello che pensano sia più in alto o in basso alla scala sociale”. Nella nostra società permangono purtroppo i pregiudizi legati alla classe sociale, alla provenienza delle persone…
“E’ un problema ancora tangibile nella nostra società, anche sui social dove si crea una discriminante in base ai like, ai follower, alle visualizzazioni … c’è sempre una divisione in qualche modo, una gerarchia che cerchiamo tra noi e gli altri, che secondo me è molto deleteria se pensiamo ad un’idea di insieme, di collettività che dovrebbe invece essere paritaria o almeno equa. C’è un’ignoranza di conoscenza, un pregiudizio verso ciò che non si conosce, verso lo straniero o anche semplicemente nei confronti delle persone che appartengono a classi sociali diverse dalla propria. Ed è attuale anche la sensazione di voler isolare certe realtà, certe persone, certe comunità che sono viste come esterne o addirittura “inferiori” per condizioni economiche o sociali”.
La seconda riflessione che vorrei condividere con lei è legata al momento in cui Egea, già adulta, afferma che quando era bambina avrebbe solo voluto tornare a giocare con il papà nel giardino di casa. Ancor oggi tanti bambini sono costretti a lasciare la propria terra a causa della guerra, di motivazioni non dipendenti dalla loro volontà, ed è purtroppo sempre attuale la tematica dell’infanzia negata…
“Il messaggio di base che emerge da questa storia è il dramma e la tristezza di una bambina che non ha potuto essere tale, che non può vivere la vita con la spensieratezza che dovrebbe avere. Il film è ambientato dal 1944 in avanti, e potremmo pensare che sia un’epoca distante da noi, ma le problematiche e le conseguenze della guerra, dei conflitti, delle scelte politiche, che vengono pagate sempre dagli innocenti, dai bambini, dalle donne, dagli anziani, dalle comunità più deboli, sono identiche ad oggi. Basta vedere quanto sta accadendo in Medio Oriente, in Africa, in Ucraina… l’infanzia continua ad essere rubata, rotta, negata, ferita, nel 2025 ancora tanti bambini non possono vivere una vita normale”.
Quanto è importante oggi portare avanti la Memoria di quello che è stato, di quello che è accaduto, dall’esodo Istriano, Fiumano, Giuliano e Dalmata alle foibe, dalla Shoah a tante altre tragedie che rischiano magari col passare degli anni, di essere poco ricordate?
“La memoria è la Storia e dovrebbe servire a ricordarci i percorsi, i passi fatti dall’umanità nel corso della sua evoluzione, e anche gli errori da non ripetere poiché è facile ricadere nei conflitti, nelle ingiustizie. Quello che riteniamo essere così lontano nel tempo in realtà ha una parabola nel contemporaneo che lo rispecchia. E’ dunque importante la memoria, conoscere tutti gli aspetti e gli elementi della storia nazionale di un paese. Ha un grande valore, secondo me, raccontare delle vicende che ci ricordano il passato, come ha fatto la Rai con “La bambina con la valigia” e qualche giorno fa con “La farfalla impazzita” in occasione della Giornata della Memoria, per cercare di vedere anche il presente con occhi più lucidi, per avere un pensiero critico su quello che sta succedendo intorno a noi”.


Ilse ed Egea sono legate da un rapporto speciale, com’è stato lavorare con le due attrici che interpretano la protagonista da bambina e da ragazza, Petra Bevilacqua e Sinéad Thornill, che aveva interpretato sua figlia ne “La legge di Lidia Poët”?
“Ho amato tanto queste due creature. Petra è una bambina splendida, talentuosa, curiosa. Anche se non sono spesso a Roma, ci sentiamo e si è creato un bellissimo rapporto d’amicizia, con lei e con i suoi genitori. Petra è stata bravissima nell’interpretazione di Egea, essendo ancora piccola vede la recitazione come un gioco, ed è giusto che sia così. Quindi è stato meraviglioso giocare con lei in questo film, stare insieme sul set.
Per quanto riguarda Sinéad avevamo già un trascorso affettivo molto bello avendo recitato insieme in Le leggi di Lidia Poët, siamo amiche ed è stato facile costruire quel feeling che esiste anche umanamente tra di noi. In generale c’era una splendida atmosfera con tutto il cast, con Claudia Vismara, Sandra Ceccarelli, Davide Strava, con il regista. Oltretutto abbiamo girato una parte del film in Friuli Venezia Giulia, un territorio in cui mi è capitato di lavorare per altri progetti, da “Volevo fare la Rockstar” a “Se mi lasci ti sposo”, entrambi con la regia di Matteo Oleotto, il reparto macchina era lo stesso e quindi conoscevo molte delle maestranze, il direttore della fotografia, era un ambiente famigliare. E’ stata veramente una bellissima esperienza umana”.
Umanamente e artisticamente questo personaggio e questa storia, che cosa hanno aggiunto al suo percorso?
“Ogni volta che interpreto un personaggio aggiungo al mio percorso un nuovo tassello di conoscenza di umanità e quindi raccontando qualcun altro attivo quella stessa umanità anche dentro di me. Mi ritengo molto fortunata per non aver dovuto affrontare nella vita reale quello che ha vissuto Ilse. Vestire i panni di donne che attraversano delle emozioni o che hanno delle personalità lontane da me, penso sia una grandissima lezione di empatia, quindi cerco di mettermi in ascolto. Stimo tantissimo Ilse per la sua dedizione, per l’amore, il coraggio, per la forza d’animo e la voglia di fare la differenza per questa bambina. Fa parte di quella schiera di eroine silenziose che appartengono alla storia del nostro Paese. Porto nel cuore questo personaggio per la sua fattezza delicata ma forte”.

credit foto Luca Condorelli
Recentemente è stata in scena nei teatri italiani con lo spettacolo “Scene da un matrimonio” con la regia di Raphael Tobia Vogel che offre vari spunti di riflessione sui conflitti di coppia, sulle emozioni ma anche sull’ingerenza che può avere la tecnologia nelle relazioni umane…
“E’ uno spettacolo che parla di due persone, Marianna, da me interpretata, e Giovanni (Fausto Cabra), che non riescono a comunicare e ad essere chiari tra loro e in primis con se stessi. Questa incomunicabilità si trasmette in un distacco, nell’incapacità di relazionarsi ed è un tema estremamente attuale. I cellulari e la tecnologia hanno un grande potere che può essere positivo o negativo, dipende da come si utilizzano. Viviamo in un’epoca in cui c’è sempre meno empatia, in cui i social o comunque questa individualità estremizzata fanno sì che ci interessiamo sempre meno dell’altro, arriviamo a negarci la relazione umana. Questo spettacolo esplora anche temi come il matrimonio, le convenzioni sociali, le maschere che impediscono alle persone di conoscersi veramente. La scena finale, che adoro, divide gli spettatori, infatti ognuno dà una propria interpretazione: alcuni pensano che sia un universo parallelo, altri credono che i due protagonisti siano morti, è un vedersi oltre che può prendere mille forme. Rappresenta anche quel giusto distacco per poi riuscire ad affrontarsi ed essere completamente nudi e crudi di fronte alle cose belle e brutte della vita”.
di Francesca Monti
credit foto copertina Maddalena Petrosino
Si ringraziano Giuseppe Corallo e Daniela Staffa
