Intervista con la criminologa Roberta Bruzzone, su RaiPlay con “Nella mente di Narciso”: “Esploriamo il narcisismo a 360 gradi attraverso quattro casi di cronaca nera”

“Abbiamo deciso di descrivere nel programma tutte le possibili modalità attraverso cui il narcisismo maligno, quello che in qualche modo caratterizza poi la personalità di certi soggetti, può manifestarsi”. La criminologa Roberta Bruzzone conduce “Nella mente di Narciso”, la docuserie prodotta da La Casa Rossa per Rai Contenuti Digitali e Transmediali, con la regia di Serena Pasquali Lasagni, disponibile in esclusiva su RaiPlay, che propone un viaggio nella mente del narcisista partendo da quattro efferati casi di cronaca nera: “Benno Neumair, il delitto di Bolzano”, “L’omicidio di Sarah Scazzi”, “Il delitto di Temù, piccolo e tranquillo paesino della Lombardia” e “Il caso Tramontano-Impagnatiello”.

Puntata dopo puntata, la Bruzzone, che è anche psicologa forense, supportata da una griglia che raccoglie tutte le caratteristiche specifiche del narcisista maligno, indaga le personalità degli assassini al centro delle vicende raccontate, dimostrando come siano affetti da disturbo narcisistico, con tutte le ripercussioni devastanti sulle loro vittime. “Nella mente di Narciso”, con otto puntate da 25 minuti, offre uno sguardo profondo su personalità oscure ed inquietanti e vuole fornire al pubblico una sorta di manuale d’istruzione per riconoscere i principali segnali che possono portare a una pericolosa escalation e allontanare possibili narcisisti maligni.

“Nella Mente di Narciso” esplora gli abissi della personalità narcisistica attraverso quattro casi di personalità oscura, quattro fatti di cronaca nera. Come si può riconoscere un narcisista? Quali sono i segnali?

“Abbiamo deciso di descrivere nel programma tutte le possibili modalità attraverso cui il narcisismo maligno, quello che in qualche modo caratterizza poi la personalità di certi soggetti, può manifestarsi. Non c’è un modo univoco, per questo abbiamo scelto di raccontarlo con dei casi emblematici che esplorano il narcisismo a 360 gradi, sia declinato al maschile che al femminile, perché è una problematica che non ha un copyright di genere. Si tratta di soggetti totalmente concentrati su di sé e sui propri bisogni, ciò non significa necessariamente però che questo aspetto sia così evidente, a volte lo è in maniera più marcata, altre più subdola, però sono soggetti che alla fine soddisfano le loro esigenze e problematiche, tutto il resto del mondo è chiaramente subordinato a loro e alle loro necessità. Questo è l’aspetto che li impronta in maniera importante, in più non hanno empatia, possono simularla, in maniera abbastanza credibile”.

Qual è la sua opinione riguardo il recente caso della donna che ha rapito la piccola Sofia nella clinica Sacro Cuore di Cosenza, dopo aver simulato una gravidanza, ingannando tutta la sua famiglia, a cominciare dal marito?

“Rosa Vespa è un soggetto che ha sicuramente delle caratteristiche narcisistiche, ha ingannato tutti intorno a sé esibendo questa parte della gravidanza come una sorta di componente del suo sé ideale che evidentemente la rendeva maggiormente adeguata rispetto alle sue aspettative, però da chiunque è ritenuta credibile perché questo aspetto narcisistico riguardava la maternità, che chiaramente è un ambito molto delicato nella vita di una donna. Nonostante ci fossero degli elementi abbastanza anomali, né la famiglia, nè il marito o le amiche si sono resi conto che fosse qualcosa di veramente strano che una donna a 51 anni rimanesse incinta in maniera naturale e che in qualche modo nessuno avesse mai avuto modo di accompagnarla a una visita ginecologica piuttosto che durante il parto. Sono soggetti molto abili a orchestrare delle messe in scena indossando delle maschere piuttosto credibili. Nel momento in cui però vengono smascherati la componente narcisistica si mostra in maniera più evidente e quindi nel programma noi diamo molte indicazioni, attraverso le diverse tipologie di narcisismo che esploriamo, per poter cogliere il più rapidamente possibile la presenza di questi segnali”.

Nelle puntate di “Nella mente di Narciso” dà un importante suggerimento per difenderci dal love bombing: imparare a fidarci della nostra parte istintiva. In che modo?

“Queste persone sono profondamente poco autentiche, anche quando mostrano benevolenza, affetto, amore, quindi aspetti apparentemente favorevoli, positivi, in realtà sono sintetici, c’è qualcosa di poco genuino. Ho avuto modo di confrontarmi con tantissime vittime e nella fase iniziale delle relazioni si sono chieste se non fosse “un po’ troppo per essere vero” vedendo questa manifestazione di affetto esagerata, quindi cerchiamo di potenziare questo istinto nel cogliere degli aspetti della personalità che sono poco autentici e che potrebbero, non necessariamente sempre, nascondere, celare questo tipo di funzionamento”.

In questo anche la famiglia può essere importante, infatti lei dice di parlare con i propri figli senza giudicarli quando si cominciano a vedere dei campanelli d’allarme legati magari all’aggressività…

“E’ fondamentale perché se si lascia al narcisista o alla narcisista il tempo di completare la fase iniziale del love bombing, di cristallizzare questo processo di dipendenza, poi tirar fuori il soggetto da questo tipo di relazione diventa veramente complicato, perché è un po’ come se cominciasse a farsi di eroina”.

Che consiglio darebbe alle donne che all’inizio tendono a fidarsi ciecamente di chi amano, senza accorgersi che in realtà non è amore, ma possesso, controllo, tentativo di non lasciare la libertà di agire, di esprimersi…

“Quello è un aspetto che inizialmente viene barattato con una fase apparentemente molto nutriente della relazione, per questo tutti possono cascarci. Il narcisista è abilissimo a dare alla futura vittima quello di cui lei avrebbe bisogno e quindi non si accorge che tutta questa attenzione, i complimenti, i regali in realtà hanno un prezzo altissimo. Contestualmente, a mano a mano che il narcisista entra sempre di più in un contesto relazionale, nutre apparentemente la vittima ma sta già cominciando a chiederle conto di questo, tagliando una serie di aspetti importanti della sua vita come le relazioni, le attività, gli hobby, le passioni. Quella fase così nutriente serve per attirare in trappola la vittima, portandola a fare una serie di passi che sembrano volontari mentre in realtà è già sottoposta ad un aspetto manipolatorio e quando poi tenterà di risvegliarsi si ritroverà da sola. Ed è questo l’obiettivo del manipolatore”.

Quale ruolo può avere la scuola nell’avvicinare i giovani a queste tematiche?

“Parlare di questi temi è il mezzo più potente, è importante confrontarsi, cercare di dare più strumenti e informazioni possibili, non c’è un’altra strada. Per questo con “Nella mente di Narciso” ci concentriamo molto sul raccontare per prevenire”.

A livello istituzionale ci sono invece delle iniziative che si potrebbero prendere?

“L’ambito istituzionale serve nel momento in cui qualcuno chiaramente mette in campo delle condotte che siano penalmente rilevanti e non è detto che questo accada sempre, si può stare in una relazione tossica malevola dove ci sono situazioni di controllo e di coercizione che però possono non apparire in maniera così evidente agli occhi di un esterno, quindi la parte istituzionale non è la strada per poter arginare questo tipo di comportamenti. Bisogna però imparare ad osservare alcuni aspetti nelle relazioni con gli altri che possono essere effettivamente indicatori della presenza di una personalità di questo tipo”.

Negli episodi di “Nella mente di Narciso” disponibili su RaiPlay racconta quattro casi di cronaca nera, tra cui quello di Sarah Scazzi nel quale lei ha avuto anche un ruolo chiave nella ricerca della verità. Come sono stati scelti?

“In questa prima edizione, nel frattempo stiamo già lavorando alla seconda, abbiamo scelto i casi che ci consentivano di dare una visione del narcisismo e delle sue dinamiche. Ci possono essere infatti alcuni tratti di personalità narcisistica che, se miscelati con altre situazioni favorenti, possono dare vita a una dinamica narcisistica, per questo abbiamo voluto esplorare anche le relazioni. Abbiamo scelto il caso di Benno Neumair per quanto riguarda la parte legata al narcisismo in famiglia, quello di Sarah Scazzi per orchestrare un aspetto di narcisismo nella dimensione più femminile.

Nel delitto di Temù c’è un trio diabolico, con una personalità principale, dominante, di tipo narcisistico che noi abbiamo ricondotto a Mirto Milani, che governa gli altri due, che a loro volta hanno tratti narcisistici per quanto meno evidenti, ma che entrano in una dinamica collaborativa, perché hanno l’obiettivo di trarre dei vantaggi da quella situazione, uccidendo la madre, quindi è un aspetto veramente molto interessante da esplorare sotto questo profilo. Infine abbiamo raccontato uno dei casi più manifesti di narcisismo overt, quello di Alessandro Impagnatiello”.

In televisione spesso si tende alla spettacolarizzazione del dolore, qual è il confine tra raccontare, informare e spettacolarizzare?

“Penso che sia un confine abbastanza chiaro, un conto è soffermarsi su particolari pruriginosi, un altro è usare la storia per trasferire contenuti e strumenti, credo che ci sia una differenza evidente”.

Lei è anche a teatro con due spettacoli, “Delitti allo specchio” e “Favole da incubo”…

“Il 6 febbraio è iniziata a Modena la nuova tournée di “Delitti allo specchio” e faremo una trentina di date fino alla fine dell’anno, anche in teatri molto importanti, dagli Arcimboldi di Milano al Brancaccio di Roma. La vendita dei biglietti sta andando molto bene. E’ un viaggio più di natura criminologico-investigativa, in quanto porto in scena il modo in cui ragiona un profiler, in base a due casi molto interessanti. L’obiettivo è far entrare le persone che assistono allo spettacolo dentro una sorta di esperienza tipica di chi fa questo lavoro a partire dalla scena del crimine.

“Favole da incubo”, del quale faremo tre-quattro repliche, è invece un’analisi degli stereotipi di genere”.

Qual è stata la risposta del pubblico che è venuto a vedere “Favole da incubo”?

“È una risposta estremamente entusiasta, di grande interesse. Chi viene a vedere “Favole da incubo” al termine dello spettacolo non è la stessa persona che è entrata a teatro. E’ un viaggio nella consapevolezza di quello che sta intorno a noi, che abbiamo dato per scontato per troppo tempo e che è alla base della maggior parte delle problematiche legate alla violenza di genere. “Favole da incubo” è improntato non solo sulla manipolazione affettiva, per imparare a smascherare rapidamente un manipolatore, ma anche su quelli che sono i presupposti sociali, culturali, valoriali, educativi, che purtroppo tendono a esporre le donne assai più facilmente al rischio di diventare vittime”.

di Francesca Monti

Si ringrazia Francesca Procopio

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