Intervista con Osvaldo Supino che racconta “fine, thanks”: “Questo disco mi ha aiutato a riordinare le emozioni, a dare loro un nome, un’identità, per poi imparare a conviverci”

“E’ un album che parla di perdite, della ricerca anche dolorosa di ritrovare se stessi”. Si intitola “fine, thanks” il nuovo progetto discografico di Osvaldo Supino, che arriva a cinque anni di distanza dal suo ultimo progetto di inediti.

Un viaggio, un percorso profondo attraverso il dolore, la trasformazione e, infine, la rinascita. L’artista racconta senza filtri un periodo complesso della sua vita, affrontando le difficoltà e il buio con l’unico strumento che conosce meglio: la musica.

Registrato tra Milano, Los Angeles e New York, “fine, thanks” si avvale della collaborazione di Wayne Andrew Wilkins, produttore e autore di successi pop globali, come Sweet Dreams di Beyoncé.

L’album mescola sonorità pop, urban e influenze latine, creando un sound che rispecchia il percorso di Osvaldo come artista e il suo vissuto in una dimensione internazionale.

Il titolo stesso, “fine, thanks“, incarna la contraddizione tra ciò che diciamo e ciò che sentiamo veramente. L’artista invita a guardare oltre le apparenze, a riconoscere il nostro dolore e affrontarlo con coraggio, imparando ad ascoltarci e a rispettare le nostre emozioni.

Osvaldo, com’è nato il tuo nuovo disco “fine, thanks”?

“Il nuovo disco è nato da un avvenimento molto spiazzante, successo due anni fa, quindi è un album che parla di perdite, della ricerca anche dolorosa di ritrovare se stessi. Il sound è venuto da sé, un po’ come le canzoni, nel senso che non mi sono imposto un genere preciso, anzi, sono stato più curioso del solito, cioè mi sono lasciato molto andare sia per i suoni, per le influenze musicali, che proprio per il modo di cantare”.

In questo disco racconti un percorso di rinascita passando attraverso il dolore e un invito a guardare oltre le apparenze. Quanto la musica è stata terapeutica?

“La mia esigenza per questo disco era di trasmettere e tirare fuori tutto. La musica è terapeutica sempre, nel mio caso ho scoperto anche la scrittura oltre che il canto, quindi scrivere le proprie storie aiuta molto. Questo disco mi ha aiutato a riordinare le emozioni, a dare loro un nome, un’identità, per poi imparare a conviverci”.

 

Tra le tracce del disco c’è anche “It takes a fool to remain sane” dei The Ark, cosa ti lega a questo brano?

“Al brano It Takes a Fool to Remain Sane mi lega un momento particolare, da cui tutto il disco è nato e dall’esigenza che in quel momento in particolare avevo di rivendicare anche la mia vulnerabilità. Quindi sia il video che le sonorità sono esasperate proprio perché condividono questo messaggio. È l’unica traccia che in realtà avevo già rilasciato in passato, ma ho deciso comunque di includerla in questo disco perché significava davvero molto all’interno della narrazione dell’album”.

Quanto è importante essere te stesso in una società che tende invece ad imporre maschere?

“Io non so indossare maschere, cioè non so essere finto. Ho bisogno di dire quello che penso, di cantare quello che sono, non sono abituato a rapportarmi alla musica in una maniera differente. Sicuramente essere se stessi implica anche una parte di persone a cui puoi non piacere, ma io sono così. L’importante è essere sereni”.

Cosa puoi raccontarci riguardo “Desde Nosotros” che mostra il tuo lato più romantico?

“Desde Nosotros è nata a Madrid il 2 luglio del 2023 e poi ho registrato le voci a New York a dicembre. È una canzone che parla di due persone che si ritrovano dopo tantissimo tempo. Lui ha lasciato e si rende conto che per il bene dell’altra persona deve farsi da parte. Ho pensato che fosse una storia interessante, una nota un po’ malinconica e appunto romantica che mancava in questo disco”.

di Francesca Monti

Si ringrazia Lucas Bordigon

Special thanks: Melia Torre Galfa Milano

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