18 maggio, ore 18. L’Auditorium del Centro Congressi Lingotto a Torino è gremito. Sta per consumarsi l’ultimo atto della trentottesima edizione del Salone del Libro 2026 ed in sala è atteso un cantautore che ha fatto sognare tanti suoi fan cresciuti ascoltando le sue canzoni e ritrovandosi in quei testi che raccontano spaccati di vissuto quotidiano nei quali ciascuno può riconoscersi finendo con l’identificarsi nelle vicende narrata tra le note.
Luciano Ligabue arriva al Salone per presentare il suo “Fuori e dentro il borgo”, edito da Mondadori e in vendita a partire dallo scorso 5 maggio, versione ampliata dell’omonimo libro pubblicato da Baldini e Castoldi il 13 maggio 1997.

Ad intervistare l’autore la presentatrice televisiva e attrice Andrea Delogu.
Ligabue, acclamato dalla folla, entra e va a sedersi al centro del palcoscenico. Jeans e camicia scuri, braccialetti ai polsi, l’espressione facciale sempre la stessa.
Basta una domanda introduttiva da parte di Delogu e il cantante inizia ad aprirsi.
“Rileggendo il libro a distanza di quasi trent’anni ho rivissuto le stesse sensazioni provate nel 1997, quando non stavo capendo nulla della mia vita, investita da tante novità.
Il mio primo disco è stato pubblicato nel 1990 (“Ligabue”, ndr), ma l’uscita dell’album “Buon compleanno Elvis”, datata 1995, ha segnato la mia esistenza.
Diverse case editrici mi contattarono perché scrivessi un libro. Nessuno mi impose una trama, mi promisero solo promozioni e pubblicità.
I rappresentanti di una delle case, però, mi fecero sapere di aver molto apprezzato i raccontini brevi che scrivevo sull’agenda Smemoranda.
Rimasi perplesso: i racconti vendono poco, ma mi convinsi e decisi di provare a condividere tutto ciò che la vita mi stava donando”.
Ligabue quindi spiega le motivazioni che lo hanno indotto a scrivere il libro.
“Sono una persona timida, riservata, ho questa etichetta che mi è stata appiccicata addosso fin da inizio carriera. Attraverso la scrittura pensai che avrei potuto farmi conoscere maggiormente.
La mia vita è costellata di “perché no.” Uno di essi mi ha spinto anche ad entrare in politica tanti anni fa: fui eletto consigliere comunale, nemmeno ricordo il partito al quale appartenessi, ma ho presto dato le dimissioni: non avevo nulla da spartire con quell’ambiente.
Ho scritto con incoscienza, collaborando con un editor sempre pronto ad evitare che uscissi fuori strada. Il libro è la fotografia di un’ umanità che mi stava particolarmente a cuore.
Avevo lasciato il contesto al quale avevo appartenuto per anni, avvertivo un clima di sospetto nei miei confronti da parte di conoscenti che immaginavano che mi fossi montato la testa. Sono arrivati anche tanti amiconi”.

Le novità di questa nuova edizione di “Fuori e dentro il borgo”?
“Innanzitutto una prefazione scritta da me, cinquanta racconti e poi la pubblicazione della sceneggiatura integrale del film Radiofreccia”.
La chiacchierata vira sul film diretto da Ligabue al cinema a partire dall’ottobre del 1998.
“Ho fatto radio, ricordo che dal 1 gennaio 1975 vi fa l’apertura della FM che inaugurò una nuova frontiera. Un mio amico aveva costruito un apparecchio che consentiva di comunicare grazie ad un trasmettitore di 40 watt, garantendo la diffusione dei messaggi fino ad un raggio di cinquanta chilometri. Mi sembrava impossibile, inizialmente, parlare attraverso un microfono, ma quando l’amico mi incitò a farlo risposi con uno dei miei consueti perché no. Pensate, iniziando così ho finito col fare il cantante di professione.
Il produttore cinematografico Domenico Procacci stava cercando un regista per il film che si sarebbe basato su storie raccontate nel mio libro, ma alla fine prese la decisione di affidarlo a me, motivando la scelta con la considerazione che solo io custodissi, in fondo, la visione esatta della storia.
Mi trovavo ad un bivio: avevo trentasette anni e mi stavo affermando come cantautore. Cosa fare, rischiare? Non valeva la pena. Ma, se poi mi fossi pentito di non essermi lanciato pur conoscendo la storia, i personaggi e l’ambientazione del film? Ci ho messo tre mesi e l’ennesimo perché no si è tradotto in una risposta affermativa”.
Una nuova sfida da affrontare.
“Ho studiato su testi specifici, ho visionato tante pellicole, non puntavo a presentare uno “stile registico”, ma a badare al suono, all’intonazione vocale degli attori.
Da regista, inoltre, volevo dimostrare di saper muovere le macchine. Nella scena della morte di Freccia, causata da una overdose, ho voluto che il cadavere non fosse ritrovato di notte, magari durante un temporale, ma in pieno giorno, in un campo con dei fiori. Alla natura non interessa di noi, deve per forza andare avanti.
Oggi il film è definito generazionale, ma io tenevo solo a diffondere la storia di Freccia, dei suoi amici e di una radio alla fine degli anni settanta”.
Si torna a parlare del libro.
“Mi sento un osservatore del borgo, ho scritto ciò che rappresentava la mia identità in quel momento. Le mie canzoni sono un autoritratto dell’anima, canto quello che vivo e ho visto vivere, e nei racconti confluiscono tutte le esperienze che ho maturato e che mi porto dietro.
Perché ho pubblicato la sceneggiatura di Radiofreccia? Procacci voleva ricavare dal libro un film che tratteggiasse la provincia italiana. Non sapevo come fare, allora lui mi mise a fianco uno sceneggiatore e insieme iniziammo un periodo di lavoro fantastico.
Tante idee si susseguirono, ma l’incipit era semplice: cinque ragazzi gravitano attorno ad una radio che nasce in quel periodo e il più “figo” di essi muore a causa della mancanza di informazioni sui rischi legati al consumo di eroina”.
Infine, un aneddoto su uno scrittore.
“Devo tanto a Pier Vittorio Tondelli, che abitava praticamente nel mio stesso palazzo a Correggio. Un ragazzo per bene, catechista. Pubblicò con una grande casa editrice un libro (“Altri libertini”, Feltrinelli, ndr), che fu subito sequestrato anche per vilipendio alla religione.
Riuscii a procurarmelo grazie all’aiuto di un cartolaio del mio paese e lo lessi. Il linguaggio era spesso violento, ci si riferiva a dei tossici. Compresi, però, che l’autore volesse posare lo sguardo su una realtà che io osservavo tutti i giorni e che mi sembrava ai limiti del noioso o quantomeno poco interessante.
Anche io, quindi, avrei potuto posare lo sguardo sullo stesso scenario e metterlo in musica”.

L’incontro volge al termine e Delogu chiede a Ligabue di definirsi.
“Scrittore, regista, rockstar o tutto questo insieme? Ma anche no! Chiamatemi semplicemente Luciano!”.
di Pasquale Ruotolo
