All’inaugurazione della quinta edizione del Radicepura Garden Festival – La Biennale del Giardino Mediterraneo (17maggio-7 dicembre 2025), tra i momenti di grande interesse che hanno segnato la manifestazione, ha avuto un significativo e meritato rilievo l’incontro moderato dalla giornalista Emanuela Rosa Clot con l’inglese Sarah Eberle. Quest’ultima è la paesaggista che in assoluto ha vinto, nel maggior numero di categorie, il Flower Show. Membro onorario della Royal Horti cultural Society, madrina e presidente di giuria del Radicepura Garden Festival, la designer dei giardini britannica ha presentato il suo “A postcard from Sicily”, un giardino venato da trame di sostenibilità. E proprio questa tematica è stata protagonista delle parole di Clot, nel corso dell’intervista che ci ha concesso, proprio dopo l’incontro tenutosi al Radicepura – Horticultural Park di Giarre, in provincia di Catania.
EMANUELA ROSA CLOT
La giornalista, di origine piemontese, esordisce giovanissima con il giornale milanese La Notte, di cui diviene caposervizio spettacoli a soli 24 anni. La sua carriera procede con Tv Sorrisi e Canzoni, in qualità di vicecaporedattrice, per poi proseguire con Panorama, dove cura il segmento società e spettacoli. Dal 2002 entra nella neonata Cairo Editore, dove è uno dei membri del team che si occupa della progettazione e del lancio di nuovi mensili. A partire dallo stesso anno ricopre il ruolo di caporedattrice di Natural Style, mensile di cui diventerà, due anni dopo, vicedirettrice. Dal 2006 guida Gardenia e dal 2009 Bell’Italia. Successivamente, dirige Bell’Europa e In viaggio, rispettivamente, a partire dal 2010 e dal 2013. Il suo impegno nell’ambito naturalistico e botanico viene evidenziato con l’assegnazione del premio Giorgio Gallesio per la botanica, che riceve nel 2014. Il 2017 segna per lei l’ottenimento di un altro grande riconoscimento, in quanto viene nominata Cavaliere al merito della Repubblica italiana. Quattro anni dopo inizia la collaborazione per la realizzazione del programma televisivo di La7 “Bell’Italia. In Viaggio”, condotto da Fabio Troiano.

L’INTERVISTA
Cosa pensa di questa edizione del Radice Pura Garden Festival?
“Sono profondamente legata al Radice Pura Garden Festival e orgogliosa, come italiana, che esista una manifestazione del genere. Nel mondo l’unica comparabile è Chaumont-sur-Loire, che ha più di 30 anni di vita. Il Radice Pura Garden Festival, giunto alla sua quinta edizione, è una “Chaumont del Mediterraneo”, nel senso che è un festival che ha deciso di lavorare sul lungo periodo. Si tratta di un festival molto sostenibile, organizzato da una famiglia che ha un vivaio. In questo contesto le piante vivono, vengono riciclate, e, proprio attraverso il festival, viene data la possibilità ai giovani designer di esprimere il loro potenziale creativo seguendo la tematica voluta dagli organizzatori che quest’anno è stata Chaos(And) Order in the Garden. Al contempo, questa manifestazione permette a tutti noi di vedere e sperimentare che cosa accade, con il progredire del tempo, nei giardini progettati. Questo festival consente di comprendere il lavoro che viene fatto con le piante e di capire come attraverso il rapporto con la natura possiamo affrontare il cambiamento climatico”.
Per quanto concerne il design dell’ambiente, che tendenze trova in ambito italiano e in ambito internazionale?
“Ovunque, la tendenza prevalente è quella legata ai principi della sostenibilità e quindi alla creazione di giardini che affrontino e sopportino il cambiamento climatico nel modo migliore possibile. Ma, come dicevo nel corso dell’incontro con Sarah Eberle, non basta semplificare e pensare a piante che sopportino la siccità, bisogna ragionare in termini ecosistemici più complessi”.
Per quanto riguarda le politiche attuali, che, in parte vedono un piccolo rallentamento della spinta verso il green, quanto riusciranno ad influire sull’ambiente?
“La politica può influire tantissimo. Sia in positivo che in negativo. Ad esempio, è stato tolto il bonus verde dei giardini che consentiva una detassazione fino a 5.000 euro. A qualcuno poteva sembrare poca cosa, però questa iniziativa permetteva, in qualche modo, di continuare a investire, in modo costante, sullo sviluppo e sulla preservazione dei giardini. Mentre la facciata di un edifico, dopo essere stata rifatta o restaurata, dura parecchio tempo e necessita pochi ritocchi, la manutenzione di un giardino, sia esso privato che pubblico, implica dei lavori e dei costi anche importanti, che si ripropongono costantemente nel corso degli anni. Le politiche legate al verde dovrebbero essere improntate al sostegno del beneficio che tutta la comunità trae dalla salvaguardia e dallo sviluppo delle aree green. Una cosa di cui possiamo andare orgogliosi è che l’Italia è l’unico paese d’Europa che ha usato i fondi del PNR, il Next Generation EU, anche per il restauro dei giardini storici pubblici e privati. Quindi abbiamo assistito alla rinascita di 100 giardini per cui è stata spesa, fino ad adesso una cifra rilevante, ben superiore ai 100 milioni di euro. Questo è un esempio virtuoso di cosa possa fare, in positivo, la politica”.
Qualche ulteriore suggerimento per supportare ancor di più la tutela e lo sviluppo delle aree verdi?
“Basterebbe trarre ispirazione da una manifestazione come questa che crea vere e proprie collezioni di particolari e fragili opere d’arte quali sono i giardini, presentandole e curandole come si fa in una galleria o una pinacoteca con i lavori di vari artisti”.
Come riesce a essere sostenibile la gestione del paesaggio anche in un contesto come quello del mondo del vino?
“Il mio ragionamento, a riguardo, muove da una premessa fondamentale: il paesaggio italiano non esiste a prescindere dall’agricoltura, anzi, storicamente, si configura proprio come paesaggio agricolo. Per cui è il lavoro del contadino, soprattutto quando attuato con tecniche in qualche modo tradizionali, integrate oggi dalla tecnologia, che crea e disegna il paesaggio. L’Italia non è un paese dalle grandi estensioni, per cui non dobbiamo competere sul prezzo del prodotto agricolo. Dobbiamo, invece, competere sulla qualità e i produttori del vino spesso riescono a generare un prodotto agricolo che disegna e preserva un territorio e crea un paesaggio”.
Quanto è complesso per la politica gestire le strutture abbandonate che deturpano il paesaggio?
“Io rispetto il lavoro degli amministratori, soprattutto quello dei sindaci che sono dei veri civil servants e che si trovano a gestire il bene collettivo fra tante difficoltà. Sicuramente la gestione dei rifiuti è un tema importantissimo. Bisognerebbe consumare di meno, produrre meno rifiuti e riciclarli meglio. E poi gestire meglio i cosiddetti brownfield sites, cioè i luoghi che hanno vissuto uno sviluppo per poi essere abbandonati. Penso che i politici non dovrebbero dare incentivi per costruire nuovi edifici o agglomerati urbani, ma, prima di tutto, dare incentivi per una corretta opera di demolizione, sistemazione e riciclaggio dei materiali. Esistono aziende edili che si sono rinnovate producendo terreno agricolo dalla lavorazione degli inerti. Io, ribadisco, incentiverei la demolizione corretta delle strutture che hanno bisogno di essere demolite, come vecchie fabbriche e capannoni fantasma, in modo da fare dei veri e propri restauri di paesaggio”.
di Gianmaria Tesei
