Intervista con Mimmo Locasciulli, il cinquantennale artistico e il nuovo disco “Dove lo Sguardo si Perde”: “La musica per me non è un lavoro ma una gratificazione, un regalo”

Nell’ambito della rassegna “Estatica”, il 22 giugno si è svolta a Pescara una tappa del tour di Mimmo Locasciulli, accompagnato dal Quartetto Pessoa, per celebrare i suoi 50 anni di carriera artistica. Il tour, che prende il nome dal suo ultimo album, “Dove lo Sguardo si Perde”, ha debuttato con grande successo a maggio al Teatro Comunale Verdi di Salerno durante la IX rassegna “I Racconti del Contemporaneo”, organizzata dall’Associazione Culturale Tempi Moderni.

Il Quartetto Pessoa è composto da Marco Quaranta (violino), Rita Gucci (violino), Achille Taddeo (viola) e Marco Simonacci (violoncello). Durante l’estate il tour continuerà a partecipare a varie rassegne e festival italiani, presentando canzoni selezionate dal vasto repertorio di Locasciulli, tutte incentrate sul tema dell’amore, della vita, della testimonianza e della partecipazione.

“Dove lo Sguardo si Perde” è il ventunesimo album del cantautore e include una raccolta di alcuni dei brani più acclamati del suo repertorio, riorchestrati con pianoforte, contrabbasso e archi. Il progetto discografico è arricchito dal brano inedito “L’Amore Dov’è”, che chiude l’album con una performance di Mimmo al pianoforte e voce, accompagnato dal Quartetto d’archi Pessoa. Questo brano è stato eseguito anche durante il ricevimento del Premio Tenco 2024, dove il Quartetto Pessoa e Matteo Locasciulli hanno suonato strumenti costruiti dai detenuti del carcere di Opera, utilizzando legni delle barche naufragate dei migranti.

Abbiamo intervistato Mimmo Locasciulli dopo il soundcheck sul palco di Pescara.

Mimmo, siamo felici di trovarti qui ad Estatica alla Marina di Pescara perché è il 2025 e dobbiamo festeggiare un cinquantennale: dall’album “Non rimanere là” del 1975 è stato fatto un lungo tragitto fino ad arrivare al recente “Dove lo sguardo si perde”. Chi è stato il compagno di viaggio più fedele in questi cinquant’anni di musica?

“Sicuramente l’attaccamento passionale che ho nei confronti della musica, del pianoforte, dei concerti. Per me non è un lavoro ma una gratificazione, un regalo. Io ho lavorato per tutta la mia vita come medico, come chirurgo, ma anche “come una bestia” per la musica, non ho mai sentito la fatica, anzi più ne facevo e più ne volevo”.

In questo disco ci sono tante chicche del tuo repertorio, anche dei brani non famosissimi. Come è avvenuta la scelta? Sono i brani che hanno scelto di essere inseriti nell’album?

“In un certo senso sì, perché il denominatore comune di questa raccolta, chiamiamola così, è imposto dal brano inedito “L’amore dov’è”. Quindi tutte queste canzoni, che non sono le più conosciute indubbiamente, hanno come fil rouge la declinazione dell’amore in varie sfaccettature, visto da varie angolazioni. Rispondono alla domanda, che poi in qualche modo è anche una specie di sentenza, “ma l’amore dov’è?”, ma c’è anche l’amore per se stessi, c’è l’amore fisico, per il rispetto per gli altri, per la natura, per la musica, per le speranze, c’è un amore anche per il pentimento, quando si è in pace alla fine con se stessi, quando si ha la possibilità di assolversi in qualche modo”.

A proposito de “L’amore dov’è” c’è un passaggio del brano dove si dice che in un mondo di silenzio, dove non c’è il rumore, c’è l’incontro, ci si prende la mano e uno cura l’altro, quindi la cura come una delle espressioni proprio dell’amore…

“E’ la condivisione anche dell’esistenza: non si può esistere, non si può vivere chiusi in se stessi. “Io mi curo di te e tu ti curi di me”, è una delle frasi forse più belle che un uomo può dire a una donna e una donna può dire a un uomo, perché evidentemente c’è una comunione spirituale, esistenziale, di fondamenta. Certo, non mi piace il mondo che mi circonda in questo momento. C’è troppo rumore, c’è troppa velocità, c’è troppa fretta, non riesci ad attaccarti a nessuna cosa.

Lo stesso vale anche per la musica: fai un clic, c’è una canzone, immediatamente dopo ne hai un’altra, quindi non c’è più l’attaccamento che noi avevamo per il disco che andavamo a comprare con vari sacrifici, rinunciando a tutte le altre cose. Oggi sono tutti chiacchieroni, parlano di tutto. Devo dire che anche Internet ha imbastardito la comunicazione. Quindi la canzone in effetti oltre alla ricerca dell’amore si indirizza anche alla ricerca di un mondo diverso, dove c’è un motore che gira veramente in un altro modo”.

Quest’anno oltre ai 50 anni di carriera ricorrono anche i 40 anni di “Buona Fortuna”, cantata al Festival di Sanremo nel 1985. Anche lì c’è un passaggio in cui auguri ironicamente buona fortuna a chi crede che ci sia un mondo anche solo per un secondo senza guerra. Delle parole che sono di un’attualità disarmante. Cosa può fare la musica in un contesto come quello che noi stiamo vivendo? Può risolvere i mali del mondo o ci può aiutare a fare qualche passo in più?

“Io sono nato con la musica che voleva fermare la guerra, che voleva cambiare il mondo. La musica non ferma le guerre, non cambia il mondo, però ci dà degli strumenti per poter affrontare l’argomento in maniera forse più consapevole, anche più credibile. Oggi purtroppo la situazione è quella che è. Io sono molto pacifista nel cuore, nei comportamenti. Anche nel 1992-93, mi pare, con Francesco De Gregori abbiamo scritto la canzone “Il suono delle campane” in occasione degli stermini che avvenivano in Rwanda e in Bosnia-Erzegovina. La guerra alle nostre porte è ancora più terribile di quelle che avvengono lontano, la guerra purtroppo è una maledizione dell’uomo”.

Grazie Mimmo, stasera siamo qui al tuo live per cercare un po’ anche di intuire dove il nostro sguardo si possa perdere.

“Si è perso nel passato, in tutto il mio percorso, lo sguardo si perde in questo presente, ma anche in una speranza per il futuro”.

di Domenico Carriero

Si ringrazia Sara Testori

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