“Un popolo che è in grado di relazionarsi, di confrontarsi, ha anche una capacità critica, intesa non come giudizio negativo, ma come saper creare delle opportunità per poter scegliere, e questo fa paura”. Alessandra Campedelli nel coinvolgente libro “IO POSSO. Un’allenatrice di pallavolo in Iran e in Pakistan” (Baldini+Castoldi), con la prefazione di Franco Bragagna, racconta con profondità e veridicità le sue esperienze in Iran e in Pakistan tra il 2021 e il 2024 come allenatrice delle Nazionali femminili di pallavolo, in cui si è naturalmente approcciata e scontrata con le differenze culturali dei due Paesi, come le limitazioni imposte alle donne, le difficoltà legate alle norme religiose e sociali, dando prova, prima di tutto a sé stessa, di grande resilienza.
Attraverso i tanti incontri con le atlete, le loro famiglie, colleghe ed esponenti politici, nonché attraverso i numerosi viaggi in contesti spesso complicati e in situazioni lavorative complesse, l’autrice si troverà a conoscere nel profondo una realtà molto distante da quella a cui è abituata, osservando, non senza dilemmi, la propria condizione e quella delle altre persone attorno a lei con gli occhi di una donna occidentale, sottolineando il forte valore trasformativo dello sport.

Alessandra, partiamo dal titolo del suo libro, “Io posso”, che rimanda all’importanza della libertà di scelta che noi abbiamo e a volte diamo per scontata, e che invece tante donne in altri Paesi non hanno …
“Devo ringraziare la casa editrice perché mi ha dato la possibilità di mantenere il titolo che avevo scelto e di scrivere il libro di mio pugno. Essendo il mio esordio letterario era un rischio anche perchè non sono una scrittrice, quindi è stato un atto di fiducia e di interesse per le tematiche trattate. Per me il verbo “potere” ha tanti significati, io posso scegliere, decidere, partire, tornare, vestirmi, truccarmi ma in questo periodo storico non tutte le donne possono farlo, sia nelle culture con cui mi sono rapportata sia in Italia. Il secondo aspetto importante è che in Iran e in Pakistan anch’io che sono una donna occidentale, istruita, autonoma, assolutamente indipendente e con volontà di indipendenza da sempre, in alcune situazioni non ho potuto. Infine “io posso” è rivolto ai giovani ma anche a noi adulti perchè spesso non ci rendiamo conto delle opportunità, delle fortune, dei diritti che abbiamo e li diamo per scontati. Attraverso questi viaggi ho capito che proprio grazie a questi diritti abbiamo anche il potere di scegliere e questo comporta responsabilità e doveri, in quanto se lo consegniamo ad altri diventa pericoloso. Quindi è importante che i giovani prendano consapevolezza di ciò che possono fare, delle possibilità e della responsabilità che hanno e che abbiamo, nei confronti del nostro futuro, affinché non si ritrovino nella situazione delle donne che ho incontrato e che ho allenato in Iran e in Pakistan che, proprio a causa della mancanza di conoscenza, sono assolutamente manovrabili dall’alto”.
La cultura, la conoscenza e anche lo sport, che è un mezzo importante di inclusione, fanno paura ai regimi che sono al potere in alcuni Paesi …
“Un popolo che è in grado di relazionarsi, di confrontarsi, che parla l’inglese, che ha la possibilità di incontrare altri paesi inizia a crearsi una capacità critica, intesa non come giudizio negativo, ma come saper plasmare delle opportunità per poter scegliere. E questo fa paura, perché è meglio avere un popolo ignorante, che non ha capacità di giudizio, di critica, di esprimere la propria opinione, così può essere manovrato. Mi auguro che questo non accada alle nuove generazioni, anche se poi i dati dimostrano che pure la mia generazione in questo momento sta lasciando fare ad altri. I giovani vanno stimolati ad essere partecipi, attivi. In questo momento la maggior parte delle volte invece, per ignoranza o per poca consapevolezza, non siamo davvero liberi di scegliere”.
Quando è arrivata in Iran nel 2021, come racconta nel libro, il primo impatto è stato positivo perché pensava che ci fosse realmente una volontà di cambiare le cose anche da parte della federazione, di puntare su di lei per far crescere il movimento del volley iraniano femminile. Però poi già alla prima conferenza, da una domanda che le ha fatto un giornalista, si è resa conto che la situazione non era propriamente quella, e poi il suo operato è stato continuamente controllato dal governo. Un esempio su tutti è stato quando si è schierata apertamente con le sue ragazze e con le donne iraniane, pubblicando una foto dopo l’uccisione di Mahsa Amini e l’iniziativa è stata subito bloccata dalla federazione. Quali sono state le difficoltà maggiori che ha incontrato?
“In Iran la polizia morale controlla le ragazze, le persone e controllava anche me e questo indubbiamente è stata una delle difficoltà incontrate. Però nel libro faccio anche una considerazione: in Iran non potevo essere indipendente e non potevo fare delle scelte senza che altri lo sapessero, non potevo scrivere, non potevo parlare, in Pakistan invece ho vissuto l’esatto contrario perchè non c’era alcun controllo e anche questo genera frustrazione, perché comunque non ti senti protetta e in qualche modo importante per loro. Quindi il troppo controllo ti limita, ma anche la mancanza estrema di controllo è limitante. Un’altra difficoltà è legata alla comunicazione, perché in Iran non parlavano l’inglese in modo tale che potesse diventare una lingua per comunicare a livello tecnico e relazionale”.
Com’è riuscita a comunicare con le sue atlete?
“Ho provato a creare un alfabeto tecnico, imparando io delle parole nella loro lingua per utilizzare in palestra dei termini che potessero essere comprensibili, che potessero richiamare delle idee. Quando sono partita per l’Iran credevo di avere comunque l’arma del non verbale dalla mia parte. Dopo sei anni come allenatrice della Nazionale volley sorde in cui utilizzavo il linguaggio del corpo mi sentivo forte da quel punto di vista. Rendermi invece conto che in entrambe le culture, che sono islamiche ma comunque differenti tra loro, il mio linguaggio del corpo generava misunderstandings, dato che anche i silenzi hanno un valore molto diverso, mi ha fatto sentire un’analfabeta. In Iran tutto era scritto in arabo, anche i giornali, quindi non riuscivo a leggere, nemmeno le etichette dei cibi che volevo comprare per cucinare. Non riuscivo a capire nulla di quello che dicevano in televisione perché parlano in farsi, quindi non sapevo cosa stesse succedendo. Vedevo a volte la mia faccia, ma non sapevo cosa stessero dicendo. Avevo bisogno dell’interprete di cui però non mi fidavo perché mi ero accorta che non riportava esattamente quello che io avrei voluto. Un’altra difficoltà enorme è stata stabilire degli obiettivi. Io sono andata in quei Paesi per costruire una squadra forte e per creare giocatrici di pallavolo. Le donne del popolo si aspettavano che facessi questo e che migliorassi anche la loro situazione, ma è faticoso formare un team con ragazze e persone che non riescono a fidarsi le une delle altre e neanche di me, che faticano ad esprimere ciò che pensano, perché sono nate e cresciute con l’idea di non mostrare le loro emozioni per proteggersi. Quando si crea una squadra è invece importante avere la capacità di mettere a nudo ciò che si sente, che si prova, ciò che mi piace o mi mette in difficoltà, per poter condividere un obiettivo”.
In Pakistan invece ha dovuto lavorare nella povertà più assoluta, dato che non ci sono mezzi, non ci sono strutture, ha quindi dovuto adattare anche la preparazione …
“In Pakistan non è una questione di genere come in Iran, dove c’è uno squilibrio importante tra lo spazio, le strutture e quello che veniva dato e proposto alla nazionale maschile e a quella femminile. I pallavolisti pakistani avevano qualche chance in più, semplicemente perché la loro squadra è nata prima e avevano già partecipato a varie competizioni, ma vivevano anche loro nella stessa nostra struttura, mangiavamo alla stessa mensa, avevamo gli stessi problemi di cibo e di mancanza di aria condizionata in palestra. Era proprio povertà, non solo economica ma anche culturale e relazionale di una federazione”.
Lei ha provato a portare la squadra pakistana in Italia per cercare di dare un’opportunità di crescita sportiva a queste ragazze, però l’esperimento non è andato come sperava…
“Dato che in Pakistan queste ragazze si ammalavano spesso, soprattutto a causa di virus intestinali perché non potevano mangiare in maniera adeguata per un atleta, non riposavano come dovevano, ho pensato di portarle in Italia per tre settimane mettendo a disposizione tutto quello che un atleta normalmente è abituato ad avere per capire se in quel contesto avremmo avuto dei miglioramenti importanti. Invece mi sono resa conto che non si sono più ammalate perchè avevano a disposizione il cibo, l’acqua, le strutture, ma la situazione culturale e la forma mentis di queste ragazze non potevano cambiare, perchè fin da piccole sono state “ipostimolate” in quanto donne. In Pakistan l’uomo lavora, va a fare la spesa, contratta, i bambini maschi hanno la possibilità di girare per strada a differenza delle bambine, mentre le donne restano a casa e non lavorano. Dopo quelle tre settimane ho capito che per aiutare quella popolazione, quelle donne, bisognava investire tutte le risorse partendo dalle scuole. Per questo motivo ho scelto di rientrare in Italia, di non essere più l’allenatrice della nazionale femminile del Pakistan e di lavorare con Empower Sports Academy per trovare fondi al fine di costruire strutture che possano accogliere le bambine sin da piccole, per dare loro un’istruzione, delle stimolazioni motorie, nonché la possibilità di praticare lo sport come apprendimento sociale e della percezione dell’autoefficacia che manca assolutamente a queste donne. Sentirsi capaci di fare qualcosa nella relazione, nel motorio, nel cognitivo, è molto importante, altrimenti è difficile crearsi una vita serena, autonoma e soddisfacente”.
Nel libro cita anche il movimento “Donna Vita Libertà”, quanto pensa possa stimolare queste donne ad una rivoluzione vera e propria per provare a cambiare la loro situazione?
“Io credo che si stiano facendo dei passi in avanti, solo che ogni volta il governo reprime con più forza le varie iniziative. Sicuramente la maggior parte delle donne iraniane ha una maggiore consapevolezza di cosa c’è fuori, questo significa anche non farsi andare bene quello che avviene dentro il proprio Paese e provare a cambiarlo. È chiaro che bisogna stare molto attenti perché di sangue ne è stato versato molto e non so quanto ancora se ne dovrà versare prima che effettivamente ci sia la possibilità di invertire questa rotta. Purtroppo alle persone potenti fa comodo che il popolo rimanga nell'”ignoranza” in modo tale che non vi sia un confronto, così come a coloro che detengono il potere perchè comunque i loro figli possono andare a studiare all’estero. Alle persone più umili invece questa situazione non va bene, dato che non hanno la possibilità di andarsene e di trovare qualcosa di meglio”.

Queste due esperienze in Iran e in Pakistan umanamente che cosa le hanno lasciato?
“Mi hanno cambiata parecchio. Innanzitutto mi hanno insegnato cos’è la gratitudine, a costruirla e ad allenarla. Da insegnante e da allenatrice di settori giovanili questo aspetto mi fa riflettere molto. Inoltre queste esperienze mi hanno lasciato la consapevolezza, non quando sono tornata in Italia ma grazie a queste ragazze che mi hanno dimostrato e continuano a dimostrarmi la loro gratitudine, che qualche goccia preziosa è rimasta. Un esempio su tutti. Io a settembre compio gli anni e sono arrivati mille messaggi da parte delle ragazze del Pakistan e dell’Iran. Gliene riporto solo uno che è significativo e mi è stato inviato da una ragazza della nazionale iraniana che io ho escluso dalle competizioni dandole una motivazione tecnica che riguardava in quel momento la sua mancanza di forza che non le avrebbe permesso di lavorare ad alti livelli. Nonostante il suo impegno, la sua correttezza, in quel momento ho scelto altre pallavoliste. In Italia sarebbe successo un finimondo, sarei stata odiata dall’atleta, dai genitori, dai nonni. Lei invece in questo messaggio, a distanza di tre anni, ha scritto: “Coach, non posso che ringraziarti perché grazie a te ho alzato i limiti della mia asticella, grazie a te ho compreso veramente come lavorare. Ma soprattutto grazie a te io sono più forte nella vita”. Queste sono le gratificazioni e ciò che resta di un percorso che non si è concluso come volevo, ed è stato frustrante scegliere di dover interrompere un contratto a metà, ma che sicuramente ha lasciato qualcosa a queste ragazze”.
All’inizio del libro scrive “a quella parte di me che per anni alla ricerca di un’opportunità ha avuto paura di esprimersi come donna per timore di essere sottovalutata o svalutata come allenatrice”. Perché ancora oggi non viene data la stessa opportunità alle donne di poter dimostrare il proprio valore, la propria professionalità?
“Chiaramente andrebbe fatta un’indagine sociologica approfondita sul tema, ma sicuramente il motivo riguarda gli stereotipi. La donna è portata ad accudire e questo è come se le togliesse invece la possibilità di essere brava anche a livello tecnico, motivazionale, di avere un’autorevolezza nei confronti della squadra. Lo stereotipo però riguarda anche l’uomo che comanda, che sembra più autorevole poichè dice qualche parolaccia in più o urla, invece è autoritario. Purtroppo alcune atlete ancora oggi dicono di preferire un allenatore uomo perché le motiva di più, le sa tenere e spronare. Se una donna ha bisogno della motivazione esterna di un uomo per essere spronata dobbiamo farci delle domande. Forse anche in Italia dobbiamo lavorare fin da piccole sulla percezione dell’autoefficacia che non dipende dagli altri ma da noi stesse e da quali obiettivi ci poniamo”.
Tra le sue esperienze c’è stata, come ricordava prima, anche quella come allenatrice della Nazionale femminile di volley sorde che ha guidato alla conquista di importanti traguardi …
“Al di là dell’abbonamento all’argento, dato che abbiamo vinto un solo oro, queste medaglie sono state importantissime in quanto hanno permesso di avvicinare tante famiglie con figlie sorde a questo movimento, che ha come obiettivo la creazione di autonomia e relazione per queste ragazze che quando si approcciano allo sport, alla pallavolo, spesso hanno dei limiti importanti legati alla loro difficoltà di comunicazione, ma soprattutto alle barriere che siamo soliti costruire nei confronti di quelle disabilità che sono invisibili, che quindi non conosciamo e non comprendiamo”.
Quali sono i suoi prossimi progetti?
“Ho avuto una proposta come allenatrice dal continente che sognavo, l’Africa, e quindi sarebbe un’altra esperienza preziosa che mi darebbe la possibilità di accumulare ancora più competenze relazionali e umane nei confronti di popoli che sono rappresentati in maniera importante qui in Italia ma che ancora non riusciamo ad includere come si dovrebbe proprio per una mancanza di conoscenza. In questo momento ho delle difficoltà con il dipartimento di istruzione in Trentino che sembra non volermi dare l’aspettativa, che mi permetterebbe di conservare il posto di lavoro e non pesare sulle casse del servizio di istruzione. Sono esperienze che scelgo di fare non per un risvolto economico ma per provare ad aiutare queste realtà e apprendere qualcosa che poi possa essere utile anche in Italia per aprire altre strade verso l’inclusione. Spero quindi di poter concretizzare questo progetto nel 2026”.
Dal suo libro è stato tratto anche un docufilm …
“Si intitola Donne di Altri mondi e racchiude le mie esperienze e le storie di diverse donne, raccontando anche dei fatti accaduti e dei luoghi che ho visitato e che abbiamo potuto riprendere. A mio avviso può offrire degli spunti per provare a diminuire la distanza nei confronti di quelle realtà, perché spesso ci si arroga il diritto di giudicare senza conoscere, di scrivere sui social senza prima informarsi”.
di Francesca Monti
credit foto Studio Gasperini
Si ringrazia Ornella Matarrese
