Sms New Quotidiano ha incontrato Vincenzo Greco, saggista, cantautore, videonarratore e artista “carbonaro”, qui a ruota libera sulle storture del nostro tempo.
La data di debutto di Tempi Moderni- di tutto un po’, il suo nuovo spettacolo, il 12 dicembre al B-Folk di Roma, è già sold-out; si replica il 13 dicembre nella stessa location, con inizio alle 21.00.
Fuochi d’artificio assicurati!
La prima data di “Tempi moderni”, il suo nuovo spettacolo, è già sold-out, a poche ore dall’inizio della promozione. Come si spiega questo fatto, ha uno zoccolo duro di fan che la seguono?
“Se qualcuno si è lanciato a prenotare ancora prima che partisse la promozione e per vedere uno spettacolo di cui non ho fornito per ora alcuna anticipazione, definendolo carbonaro, evidentemente deve essere così. Questo zoccolo, o meglio zoccolino, sa che si può fidare delle mie proposte. E a me piace giocarci, come in questo caso, alimentando curiosità e mistero. Ma non è una strategia fine a sé stessa: è funzionale allo spettacolo perché alcune anticipazioni rovinerebbero certi momenti il cui funzionamento dipende anche dall’effetto sorpresa. Ci saranno cose che finora non ho mai fatto e che nessuno credo si aspetti da me”.
Folle, resistenziale, carbonaro: così ha definito “Tempi Moderni”. Sono un po’ le caratteristiche di tutta la sua produzione artistica, o ci sbagliamo?
“Sono tre aggettivi che descrivono lo spettacolo ma, a ben pensarci, tutto il mio percorso. E forse persino la mia vita. E sono tre aggettivi legati tra loro. Ai quali aggiungerei il termine libero.
È folle lo sfornare dischi non solo molto diversi tra loro ma anche al loro interno, saltando molto tra i generi musicali, e giocandoci. È stato folle lo spettacolo teatrale su Battiato, dove mi sono tenuto lontano dall’effetto cover band che tanti guadagni apporta, ma ho preteso, appunto follemente, di proseguire un discorso artistico ed esistenziale-spirituale da lui proposto. Con successo pure di pubblico e di critica, altra cosa folle. La stessa cosa con i libri, ben sapendo che con le biografie, romanzate o meno, si guadagna molto di più, io ho optato per libri di interpretazione e ricostruzione di percorsi artistici e, come nell’ultimo caso, addirittura su un tema politico-filosofico dove ho chiamato a testimoniare autori musicali.
Il percorso è anche resistenziale in quanto cerco di proseguire, sia a livello letterario che musicale, una certa tradizione cantautorale unendola a sfere molto distanti (elettronica, rock, classica) e non cedere all’invasione della mediocrità, della omologazione, delle leggi che governano gli ascolti, degli algoritmi: io ancora penso al disco come opera d’arte, alla narrazione, al filo che lega le canzoni tra loro, sia in un disco che in uno spettacolo.
E poi è anche tutto carbonaro, in due sensi.
Innanzitutto, perché affronto temi scomodi, anche politicamente. Tanto che qualcuno, pensando di darmi un consiglio, mi ha suggerito di rimanere solo un “artista dell’anima” e non schierarmi sulle cose politiche e sociali. Il punto è che, anche come artista dell’anima, io invito gli ascoltatori a mettersi sugli stessi percorsi sui quali io mi trovo, soprattutto per quanto riguarda il tema della Verità. Da ricercatore di Verità, non posso non pensare certe cose sulle enormi mistificazioni che stanno avvenendo. Come può un ricercatore di Verità, per esempio, non schierarsi apertamente contro il genocidio compiuto da Israele fino addirittura a negarlo o bollarlo come “roba da zecche” o “affari loro”? Come può un ricercatore di Verità stare indifferente davanti allo sfacelo che il fascismo 3.0, un fascismo di ritorno, sta producendo nel mondo e in Italia, dove il merito, il valore, la competenza, la solidità vengono sempre più umiliati per costruire una schiera di yes-men senza alcuna spina dorsale e senza alcuna preparazione e competenza, avendo come unito e decisivo titolo l’appartenenza politica o l’amicizia che conta?
E poi, carbonaro perché le mie cose circolano in modo quasi nascosto, di soppiatto, come fossi un artista non per tutti, ma da condividere solo tra pochi. La chiamano nicchia, io preferisco definirla carboneria artistica”.
Il tempo moderno ha ucciso anche la curiosità? Le cito, a tal proposito, uno stralcio molto interessante da CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE – In morte della curiosità (Nr. 45)<<Questa sistematica impossibilità a capire meccanismi troppo complicati per la maggior parte delle persone genera una continua frustrazione della curiosità, per non provare la quale si smette di essere curiosi. Un’interessante ricerca della Burt Ellison University del Sud Dakota (**La Burt Ellis University non esiste ma potrebbe) ha evidenziato come la durata della cosidetta età dei perché si sia ridotta di oltre il 50% e le domande quotidiane addirittura del 74,5%. I ricercatori ne concludono che i bambini comprendono rapidamente che nessuno sa come stiano effettivamente le cose e che dunque, come cantava De Gregori “non c’è niente da capire”>>.
“Il tempo moderno ha ucciso la curiosità perché una delle leggi di questo tempo è quella dell’omologazione, presupposto della quale è proprio l’assenza di curiosità. Tutti devono avere le stesse esigenze, a cui si risponde allo stesso modo. Una legge imposta dalla società industriale – come ci ha insegnato Pier Paolo Pasolini – e dal suo precipitato consumistico, ora diventato ipercapitalista e iperconsumista. Ai tempi di Pasolini il consumo, anzi, era più dilatato nel tempo, ora è invece immediato, in quanto vige la nuova e ulteriore legge dell’istantaneità.
La curiosità invece comporta tempi lunghi, di maturazione della domanda e della risposta. Non si soddisfa subito, ci vuole tempo. Ma il tempo non c’è più. E infatti si è ridotto fino a quasi scomparire (e qui cito la mia canzone Non c’è più tempo, un caposaldo del mio nuovo spettacolo).
Ecco, il miscuglio di omologazione e istantaneità ha fatto crollare la curiosità. E questo tra i più giovani è drammatico: ne vedo tanti senza stupore, senza curiosità, che si lasciano vivere, facendosi passare la vita addosso, come senza sogno, senza nessun appiglio. Ma la speranza che qualcosa li possa svegliare ce l’ho sempre: vedere una piazza riempita di giovani per fare sentire la voce sulle schifezze del governo israeliano e di chi lo sostiene mi ha dato fiducia, e una canzone nel nuovo spettacolo parlerà anche di questo, e il titolo è emblematico: Resistenza”.

Qual è il suo antidoto personale all’ansietà e alle compulsioni digitali del tempo moderno?
“Cito Franco Battiato, di cui sono allievo silente da anni (silente nel senso che non vanto amicizie né incontri a casa sua né altro, che tengo per me): “non servono tranquillanti o ideologie, eccitanti o terapie, ci vuole un’altra vita”.
Un’altra vita non significa solo puntare su quella ultraterrena ma cambiare la propria terrena. E per farlo occorre cambiare angolazione dalla quale si fanno e si vivono le cose. Il tempo moderno, protagonista del mio ultimo libro, mi pare una macchina che va sempre più veloce, e lo fa in modo fine a sé stesso, senza una vera e propria destinazione. La finalità dell’accelerazione imposta alle cose, soprattutto dopo il Covid, non è ancora ben chiara. A me pare essere la produzione sempre più esacerbata, in modo da rispondere a un consumo sempre più bulimico e inconsapevole. Ma raggiunto, che so, il grado 100, ecco che non ci si accontenta ma si punta al grado 200, e così via. Io in questa macchina che va sempre più veloce, e che dai 100 passa ai 600 all’ora non ci voglio stare perché non voglio andare a sbattere. E anche se non vado a sbattere, mi perdo tutto il percorso.
Preferisco allora stare su una macchina dove posso fermarmi a vedere un panorama, a mangiare in una trattoria che sa di buono, a vivere momenti di niente e di vuoto sanificante e salvifico, a fare contemplazione. A proposito della contemplazione, questa è una bestemmia per i modernisti, i quali dicono che chi contempla perde tempo, come se ritrovare se stessi sia una perdita di tempo più significativa di tutti gli schiavi che, in nome del denaro, della carriera e del potere hanno accettato la propria riduzione in schiavitù. Nel mio mondo del lavoro (non quello musicale, non vivo grazie alla musica, sarebbe complicatissimo con le mie proposte) io mi vedo sempre più circondato da schiavi, autoridottisi così, che non hanno una vita ed interessi fuori da quelle mura: vivono solo per quello, in modo da fare carriera. E in questo rinunciano non solo alla loro vita, ma anche alla loro libertà, perché per la carriera e per il denaro sono disposti ad umilianti esercizi quotidiani di lecchinaggio del potente di turno (che sia il politico, il sindacato, il principale della situazione). Chi non ce l’ha amico di famiglia, come in certi casi recenti accaduti nel mondo della musica classica e in tantissimi casi nel mondo della pubblica amministrazione e a volte anche in quello accademico, parlo di mondi che frequento, cerca di farselo comunque amico grazie alla saliva, da spargere per ore ogni giorno. Questa non è omologazione? Non è pure questa sfrenata corsa al potere e al denaro?
Io a questa ipervelocizzazione e a questa drammatico capovolgimento del merito rispondo cambiando angolatura. E dal mio osservatorio personale questo esercito di schiavi, che prima mi faceva rabbia, ora mi fa molta pena. Il mio tempo è un altro, ed è quello della preparazione: c’è chi si prepara per una vita a ottenere quell’incarico che ti farà avere potere e denaro, c’è chi, come altri, si prepara – con quel che può, nel mio caso con la musica, con le parole delle canzoni e con le riflessioni dei libri – alla grammatica della Verità. Anche per essere degno del passaggio ad una dimensione dove la Verità la fa da padrona assoluta e dove potere, denaro, carriera, sgambetti vari sono solo pesanti fardelli che impediranno di volare veramente. Abituarsi sin d’ora ad una grammatica di Verità ci farà sentire meno spaesati nel passaggio all’altra dimensione: e non ci si abitua certo andando a favore di ciò che ci allontana dalla Verità, ovvero andando dietro gli inganni del tempo moderno e alimentandoli persino”.
Mi piacerebbe riflettere con lei su una citazione contenuta in “Maniac” di Benjamín Labatut: <<Il progresso diventerà incomprensibilmente veloce e complicato. Il potere della tecnologia in quanto tale è sempre ambivalente, e la scienza non può che essere neutrale, limitandosi a fornire mezzi di controllo applicabili a qualunque scopo, e indifferenti a tutto. Il pericolo non sta nella natura particolarmente distruttiva di una specifica invenzione. Il pericolo è intrinseco. Per il progresso non c’è cura>>.
“La scienza è sempre neutrale. Sono gli scopi di chi la utilizza che non lo sono. E sono spesso scopi economici, politici, legati al profitto.
Ora la tecnologia è utilizzata per costruire sistemi di controllo che prima erano tipici delle dittature e ora invece, visto che queste sono sanguinose e troppo visibili, si impiantano dentro democrazie vuote: si controllano meglio e di più le persone, le si illudono facendole credere che possono dire la loro su tutto, si omologa tutto e tutti, si sta facendo persino credere che l’intelligenza artificiale risolverà tutti i nostri problemi. Sicuramente quelli pratici, ma sempre in cambio di qualcosa.
Qui è in atto un pauroso scambio tra diritti e comodità. La comodità dello smartphone, dove è riassunta tutta la tua vita, come la comodità di qualcuno che pensa, fa e crea per te è innegabile. Ma così stiamo cedendo diritti, e ci stiamo avviando a cedere la nostra stessa umanità: il concetto di natura umana è in piena crisi. E infatti di umanità ne vedo poca in giro, tra i potenti.
Un segno di tutto questo è il trionfo della mediocrità, favorita dal fascismo di ritorno. Il fascismo non ammette intelligenze, tutti devono obbedire al capo, all’uomo della provvidenza. Altro segno è la caduta del concetto di pubblico: pubblico interesse, pubblica opinione e, ahimè, persino pubblica amministrazione, sempre più in crisi e affannata nella rincorsa modernista al privato. Tanto che il privato sta prendendo il suo posto, in modo subdolo ed eteroguidato da chi invece dovrebbe pensare a favorire il pubblico.
In quel saltellare governativo di qualche giorno fa al coro di “chi non salta comunista è”, che ho utilizzato come promo per lanciare in modo ironico Tempi moderni, c’è tanto di più di un semplice gesto goliardico. Il comunista è colui che pensa al comune, al bene comune, all’idea di pubblico quindi. Deridere chi ha ancora questi pensieri lancia il messaggio: non c’è un bene comune, non c’è una comunità, non c’è una eguaglianza e nemmeno una pari opportunità, pensa solo a te stesso e per farlo sottomettiti a noi, perché noi comandiamo. Trust us, ha scritto Roger Waters nei suoi spettacoli, attaccando questi sistemi di potere. Chi veramente governa pensa al bene comune, e non si sognerebbe mai di deridere chi è morto per combattere la dittatura e favorire la democrazia. Chi comanda pensa invece solo al bene dei suoi accoliti e di chi si sottomette.
La scienza e la tecnologia stanno favorendo tutto questo, con tutto quel substrato di fake news e comando e controllo del pensiero. È colpa della scienza? No. È colpa di chi la utilizza per conseguire un potere sempre più forte sul popolo. Il quale ormai, dopo anni di stupidità mediatica e anestetizzanti vari, passati per televisione e purtroppo anche altre arti come la musica, è stato così inebetito da saltellare contento davanti questo sfacelo morale, intellettuale, sociale, economico e politico. “Anche se voi vi sentite assolti, siete per sempre coinvolti”, cantava De André, mentre Battiato rispondeva “tra i governanti quanti perfetti e inutili buffoni”, tenendo a specificare che la sua non era una canzone di cronaca ma descriveva i meccanismi del potere, validi in ogni tempo. Ti rendi conto di come hanno previsto tutto questo?”.
Pochi sanno che lei è stato, in passato, un frequentatore dei poetry slam. C’è chi storce il naso, considerando la riduzione del poeta a performer, ad animale da palcoscenico, una deriva. Lei che ne pensa?
“In realtà io sono stato un molestatore dei poetry slam in un famoso locale di Trastevere a Roma, il Lettere caffè. Perché andavo per recitare poesie – già mi viene da ridere a chiamarle tali – che scrivevo al momento ed erano delle cose sgangherate e sconclusionate ma tenute in piedi dal filo della surrealtà. La gente rideva molto, perché le recitavo con aria serissima, la stessa dei poeti che erano lì, che però non si sentivano presi in giro perché i testi erano di auto-presa in giro: io miravo ai miei tic, alle mie manie intellettuali, simulando spesso un parlare tra me e me che rendevo pubblico. Per certi versi, erano momenti di autoanalisi pubblica. Due volte ho persino vinto, quelle in cui si rideva di più, in una c’erano riflessioni su una difficile digestione di un abbacchio il giorno di Pasquetta e nell’altra un dialogo mattutino tra me e una piastrella della cucina. Sto recuperando quell’aspetto di cazzeggio surreale. Ma altro non posso dirti”.
La poesia entrerà in qualche modo in “Tempi moderni”?
“Ti ho detto che altro non posso dirti. Ma siccome non voglio rendermi né antipatico né troppo artificiosamente misterioso ti dico che ci saranno nuove, almeno per me, forme di espressione, unite tra loro, ed è questa unione di linguaggi che credo sia una novità non solo per me ma in assoluto, almeno nel mondo della musica. A un certo punto sembrerà di stare come davanti ai reel di un social, o a un blob post-moderno, dove si va di palo in frasca. Ma è tutto voluto, si utilizza una logica, quella dei tempi moderni, per criticarla e per raccontare questi tempi. Ma anche per divertirsi: “Tempi moderni. Di tutto un po’” è il progetto più impegnato e allo stesso tempo più divertente che ho finora creato. Alla fine, almeno spero, tutto avrà un senso perché le varie finestre aperte apparentemente a caso si chiuderanno su un finale che ovviamente non posso svelarti”.
Sul fronte prettamente musicale c’è qualcosa di nuovo che bolle in pentola?
“Sì, il nuovo disco, che uscirà il 26 marzo 2026 e sarà presentato quello stesso giorno in un locale romano molto famoso e ambito, L’asino che vola, dove c’è ancora tanta attenzione alle novità, ai cantautori, alla buona musica.
Anche stavolta, ero partito con l’idea di rifare il primo disco, che ha problemi di mix, e invece mi sono ritrovato a comporre pezzi nuovi, così “Tempo moderno”, questo il titolo provvisorio, sarà un mix di due-tre pezzi prelevati dal primo disco, completamente riarrangiati, e nuove canzoni. I brani che rimarranno fuori usciranno a parte e successivamente in una sorta di EP che mi piacerebbe chiamare Q-disc2.0, in ricordo dei vecchi Q-disc composti da quattro brani.
Per la prima volta in un mio disco ci sarà una collaborazione esterna, quella di Salvatore Papotto, musicista e titolare dell’etichetta La Stanza Nascosta Records, che farà anche da distributore fisico.
In realtà, oltre che una volta dal vivo (senza mai provare insieme!), c’è già stata con lui una collaborazione su un singolo che ho pubblicato, la cover di La domenica delle salme di De André, dove Salvatore ha suonato il basso in modo autentico e libero (alla libertà espressiva di chi suona con me io tengo molto). Ora sta ascoltando i nuovi pezzi e vedremo in quali potrà dare il suo tocco.
A me piacerebbe che qualche pezzo lo suonasse anche Barbara Vanorio, anima evocante che dal vivo ha seguito ogni mia peripezia e con la quale stiamo preparando il nuovo spettacolo, insieme a Roberto Leone alle chitarre (collega cantautore che esordirà con un singolo proprio il 12 dicembre e che aprirà le serata del 12 e 13 dicembre al B-Folk con tre pezzi), Tommaso Avellino alla batteria e la partecipazione speciale dell’attore Vittorio Buschi. Speriamo che i tanti impegni di Barbara, musicali e non, e la sua proverbiale meticolosità le consentano di registrare per tempo. Sarebbe bello vedere le due “anime basse” di Salvatore e Barbara unirsi alla mia anima elettronica e orchestrale. Sarà un disco musicalmente electro-rock, con punte classiche, e nei contenuti umano, libero e resistenziale, in cui mi rivolgerò ai più giovani, tanto che il primo brano esordisce con “sto parlando proprio con te, sto parlando proprio di te”. Chi è curioso di avere qualche anticipazione prenoti il 13 dicembre al B-Folk di Roma, perché ci sarà qualche nuovo brano, oltre qualche classico e qualche cover che non ti aspetti, dalle parti dei CCCP e di De André”.
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di Clara Lia Rossini
