“Natale in casa Cupiello”: il classico di Eduardo De Filippo in scena al Teatro Giuditta Pasta di Saronno

Ci sono spettacoli che non si limitano a raccontare una storia, ma la riaprono, la sventrano con delicatezza, la ricuciono con cura. Natale in casa Cupiello, in scena giovedì 11 dicembre 2025 alle ore 20.45 al Teatro Giuditta Pasta di Saronno, fa esattamente questo: rilegge il capolavoro eduardiano restando fedele al testo ma ribaltandone il punto di vista, affidandolo non più alla coralità della famiglia in carne e ossa, ma alla voce unica, sospesa e molteplice di Luca Saccoia, solo sul palco ma circondato da sette pupazzi/figure animate.
Un attore e sette presenze. Eppure, fin dal primo istante, sembra di abitare una casa piena, una casa che parla, ricorda, chiede, sbaglia. Una casa, insomma, viva. È qui che questa versione — diretta da Lello Serao, prodotta da Teatri Associati di Napoli / Teatro Area Nord e Interno5, con il sostegno della Fondazione Eduardo De Filippo e del Teatro Augusteo — trova la sua forza: riattiva il presepe, lo rimette in moto, lo trasforma da reliquia domestica a meccanismo teatrale.

La storia, quella che tutti crediamo di conoscere, si svela da un’angolatura nuova. Non più il padre, non più la famiglia intera. Al centro c’è Tommasino, il figlio — l’eterno bambino.
Cosa gli resta dopo il celebre “sì” a suo padre? Da dove ricomincia, lui, quando quel Natale finisce?
È da questa domanda che nasce la scena, come racconta Serao nelle sue note di regia:
«Il presepe è una soglia, un passaggio, una memoria che ogni anno si ricostruisce per non scomparire. È il luogo in cui il passato torna e chiede di essere compreso.»
Così Tommasino diventa guida, narratore, testimone di una tradizione che non vuole morire.
Parla ai pupazzi come si parla ai ricordi, li sfida, li ascolta, li teme, li perdona. Ed è in quel dialogo che lo spettatore riconosce sé stesso: nei conflitti familiari, nella dolcezza maldestra, in quelle domande che non invecchiano mai.

I pupazzi di Tiziano Fario non sono oggetti, sono presenze. Non decorano: abitano.
Ogni gesto di Saccoia li anima, li rende carne pur restando stoffa — ed è forse qui la magia più forte. Uno spettacolo che è corpo unico: uomo, memoria, figura.
A dare movimento alle creature sceniche è un gruppo di giovani manovratori — Salvatore Bertone, Paola Maria Cacace, Simone Di Meglio, Angela Dionisia Severino, Irene Vecchia — coordinati proprio da Irene Vecchia, formatrice e custode della tecnica. E mentre le figure si muovono, parlano, respirano, Saccoia è Tommasino, è Luca, è figlio e burattinaio. È narratore e personaggio. È tutti e nessuno.
Le musiche originali di Luca Toller, le luci di Luigi Biondi e Giuseppe Di Lorenzo, i costumi di Federica Del Gaudio e l’ingranaggio scenico concepito da Fario lavorano in un’unica direzione: portare sulla scena il Natale come esperienza emotiva.

Questa nuova interpretazione di Natale in casa Cupiello, pur restando fedele all’eredità di Eduardo, non si limita a riproporre un classico: lo riapre, lo scalda, lo riconsegna al presente. La vicenda dei Cupiello torna a pulsare come un ricordo che tutti abbiamo vissuto almeno una volta — tra piccoli conflitti e grandi affetti, tra ciò che fa male e ciò che salva.
Il teatro di figura diventa la porta attraverso cui Luca Saccoia entra nel cuore di Tommasino e lo abita dall’interno: lo ascolta, lo porta in voce, gli presta respiro. I pupi non restano oggetti sul palco, ma frammenti vivi di memoria, corpi che riportano a galla gesti, sguardi, parole che credevamo di ricordare e invece scopriamo di sentire ancora.
E quel celebre “sì”, pronunciato come un passaggio di consegne, non è più solo battuta teatrale: è un momento condiviso, un ritorno emotivo che attraversa il pubblico e lo riporta a quel Natale che da quasi un secolo ci appartiene.
Perché questa storia — oggi come allora — continua a parlarci.
A ognuno, personalmente.
Perché questo Cupiello ci riguarda
Perché in ogni famiglia c’è un presepe: un gesto che torna, un litigio che non passa, un affetto che resiste, una domanda che non smette di bruciare.
Questo spettacolo non ci chiede solo se “ci piace il presepe”. Ci domanda se ci piace ricordare, lavorare sulla memoria, far rivivere ciò che è fragile.
Ci chiede se abbiamo il coraggio di fare come Tommasino: dire un sì che ci cambia.

CURIOSITÀ SULLA TECNICA
Un unico attore per otto presenze sceniche: Saccoia dà voce e anima a tutti i personaggi, tra registri e timbri diversi.
I pupazzi, firmati da Tiziano Fario, non sono accessori ma co-protagonisti drammaturgici, figure evocative che riempiono la scena come fossero presenze natalizie riemerse dal passato.
La manipolazione è affidata a un gruppo di giovani manovratori — Salvatore Bertone, Paola Maria Cacace, Simone Di Meglio, Angela Dionisia Severino, Irene Vecchia — che rendono il palco un organismo vivo.

credit foto Anna Camerlingo

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