Intervista con Flaminia Graziadei, regista di “A Year in London”: “E’ una scelta quotidiana viversi con autenticità e naturalezza, senza nascondersi, senza autolimitarsi”

“Paradossalmente questo film è più attuale adesso rispetto a quando ho iniziato a scrivere la sceneggiatura, perché nel frattempo ci sono stati dei cambiamenti nella società, che io definisco delle regressioni”. Flaminia Graziadei è la regista di “A Year in London”, nei cinema dal 14 aprile distribuito da Emera Film, che racconta una intrigante relazione sentimentale tra due donne, Nina (Melanie Liburd) e Olivia (Nina Pons), diverse per nazionalità, mentalità ed età, ma con un comune background: la passione per la moda.

Olivia è una giovane e talentuosa stilista del Sud Italia con generazioni di sartoria nel sangue e arriva a Londra per studiare in una delle più prestigiose università di moda al mondo. In difficoltà nel cercare il proprio equilibrio in una città esigente e sconosciuta, trova guida e conforto nella sua mentore, Nina Clark, una designer affermata, nota per il suo impegno nella moda inclusiva e sostenibile.

Una storia che rappresenta un ponte metaforico che collega nazioni, culture e lingue che possono apparire profondamente diverse, ma anche un racconto di coraggio e impegno da parte delle protagoniste nella missione di rendere l’industria della moda più sostenibile e inclusiva, indipendentemente da genere, età, taglia o disabilità.

Flaminia, come e quando è nata l’idea di realizzare “A Year in London”?

“Una decina di anni fa avevo realizzato un cortometraggio, sempre a cavallo tra Italia e Inghilterra, che parlava della scoperta della propria sessualità in maniera veramente molto lieve ma anche un po’ comica, quindi avevo pensato che avrei voluto approfondire e scandagliare di più questa tematica. All’inizio ho scritto qualcosa che era veramente un follow-up del corto, poi invece negli anni la sceneggiatura è cambiata talmente tante volte che alla fine ha preso la direzione del film, mantenendo però gli elementi centrali della scoperta di sè, dell’accettazione nel senso del superamento anche dei preconcetti o delle paure di guardare dentro se stessi, e poi anche della relazione, dell’innamoramento, dell’incontro”.

Quanto è difficile affrontare le proprie paure e provare ad essere sinceri innanzitutto con se stessi?

“Se siamo qui a parlarne vuol dire che non è stato ancora completamente elaborato e digerito, che non c’è ancora la totale equiparazione sociale dell’amore omosessuale e di quello eterosessuale. Paradossalmente questo film è più attuale adesso di quando ho iniziato a scrivere la sceneggiatura, perché nel frattempo ci sono stati dei cambiamenti, che io definisco delle regressioni, e quindi è nuovamente un argomento di cui bisogna parlare. Io sono sposata da diciotto anni con una donna e vivo questa cosa in maniera assolutamente tranquilla, però ogni volta che ne parlo con qualcuno c’è sempre quel piccolo momento in cui mi chiedo che reazione ci sarà. Credo che le nuove generazioni siano molto più avanti per certi versi, ma purtroppo non governano ancora la società. Spero che raccontare, parlare di questi argomenti, come ho cercato di fare nel film, aiuti in prospettiva futura. E poi c’è il fatto che è una scelta quotidiana viversi con autenticità e naturalezza, senza nascondersi, senza autolimitarsi”.

Essere se stessi è fondamentale, ancora di più in una società che tende ad imporre dei canoni, estetici e non, che però non rispecchiano tutte le persone …

“Le coppie omosessuali sono lasciate un po’ ai margini. Sicuramente si stanno facendo dei passi avanti. Ci sono tante associazioni che lavorano in modo capillare con degli ottimi risultati, però in Italia ad esempio le coppie omosessuali non possono avere figli, a differenza di quanto accade in Inghilterra, in Spagna, in Francia. C’è ancora tantissima strada da fare e bisogna tenere alto il livello di guardia”.

Ho trovato molto interessante il contrasto cromatico presente nel film tra Londra e il Sud Italia, come a sottolineare queste due realtà, questi due mondi così diversi …

“E’ stata una scelta narrativa quella delle palette dei colori, delle location, del tipo di ripresa, è tutto molto mirato, come se fosse un ulteriore elemento del racconto. Cinematograficamente Londra ha una luce meravigliosa, fredda, con predominanza di blu e l’ho voluta lasciare esattamente così, anche per una questione di ambientazione. E’ una metropoli piena di energia, di movimento e volevo restituire questo aspetto per sottolineare ciò che Olivia lascia e ciò che trova. Per il paese del Sud Italia ho scelto invece un’atmosfera più calda, anche molto rarefatta, con una palette di colori legati alla natura, con un passo più lento e degli spazi vuoti che nella frenetica Londra non esistono perchè la gente è sempre di corsa. Volevo che uscisse questo contrasto che in qualche maniera ho vissuto direttamente, ho metabolizzato, perché io vengo da Roma e vivo nella capitale inglese. Volevo accentuare questo tsunami di emozioni, di possibilità, di stimoli che Londra rappresenta rispetto all’Italia”.

Melanie Liburd e Nina Pons in una scena di “A Year in London” – credit foto ufficio stampa

Nina nel film dice “non c’è molto perdono per una donna che è troppo giovane per avere successo”…

“Nina non solo è una donna giovane che ha successo ma è anche di colore, e qui riapriamo un capitolo sul livello di integrazione, non tanto necessariamente all’interno del tessuto connettivo della società ma di quello emotivo, della mente delle persone. Il fatto che una donna così giovane, di colore, che viene dalla working class abbia questo exploit è qualcosa che la classifica. La società britannica è classista e comunque non ti perdona con tanta facilità, ti dà un sacco di possibilità ma ti guarda con sospetto. L’Inghilterra è un paese pieno di chiaroscuri e probabilmente anche per questo è così dinamico”.

E’ un film in cui traspare l’impegno nel cercare di rendere la moda più sostenibile e inclusiva…

“Da un lato volevo che lo sfondo su cui si andava ad incastonare questa storia fosse bello anche dal punto di vista estetico, quindi ho pensato al mondo della moda, anche perchè lo conosco dall’interno, non come disegnatrice,ma in quanto ho curato la coreografia e la regia per alcuni eventi di Alta Roma parecchi anni fa e ho avuto modo di vedere la ricerca che sta dietro alla composizione di un fashion show o di una linea. Pertanto volevo restituire alla moda il suo valore artistico puro, non solo legato al glamour. Ho conosciuto inoltre la fashion revolution britannica che è una nuova onda che sta montando, che si occupa proprio della sostenibilità, dell’upcycling, dell’utilizzo di materiali che siano sostenibili, ma anche di gender fluidity, di ability, infatti in “A Year in London” è presente una modella in sedia a rotelle. Tutto questo mi ha permesso di stratificare ulteriormente il racconto con tematiche che mi stanno particolarmente a cuore”.

Melanie Liburd e Nina Pons in una scena di “A Year in London” – credit foto ufficio stampa

Come ha scelto le due attrici protagoniste, Melanie Liburd e Nina Pons?

“Sono due storie completamente opposte. Avevo visto Melanie nella terza stagione della serie “This is us” in cui lei era una delle protagoniste, e come faccio sempre quando noto un’attrice che mi piace ho preso informazioni in quanto mi sembrava perfetta per interpretare Nina. Ho poi scoperto che è di originne britannica, anche se vive a Los Angeles, e che è laureata in fashion design. Ho pensato che fosse un segno. Due anni dopo, quando abbiamo cominciato a fare il casting, ho detto alla casting director che tra le tre attrici in lizza per il ruolo avrei voluto Melanie Liburd e lei mi ha risposto che la conosceva e avevano già lavorato insieme. Dopo poche settimane abbiamo mandato una lettera personale spiegando il motivo per cui volevo proprio Melanie per il film, ci siamo parlate e da quel momento in poi, era il 2022, abbiamo continuato a tenerci in contatto, finchè tre anni più tardi sono iniziate le riprese. Nina Pons è arrivata invece in una maniera rocambolesca, perché avevamo un problema con l’attrice che avevamo scelto in quanto non aveva il passaporto. Era venerdì e il lunedì successivo dovevamo iniziare le prove a Londra. Nina mi ha mandato un self-tape su due scene in cui io non avevo dato nessuna indicazione di carattere registico e ho visto delle cose interessanti. Abbiamo fatto una call di un’ora, le ho spiegato come lavoro, le ho dato delle informazioni sul personaggio e sulla scena, le ho chiesto di inviarmi un altro self-tape entro la sera stessa, ed è andato molto bene. In 24 ore ha fatto la valigia ed è venuta a Londra. Fin dal primo istante si è creato un feeling artistico tra Nina e Melanie, sono diventate amiche e insieme a loro ho collaborato a tutta la gestazione recitativa del film che è stata molto condivisa”.

A quali progetti sta lavorando?

“Ci sono tanti progetti all’orizzonte. Sto lavorando ad un period drama dal titolo “Winds of Transition” ambientato in Inghilterra nel 1920, nel periodo delle suffragette. Con Alessandra Carta, che è anche la costumista di A Year in London, abbiamo fatto un lavoro di ricerca pazzesco sul look, sull’ambientazione cercando però di dare un passo moderno, sia dal punto di vista musicale che da quello stilistico, perché le tematiche sono molto importanti però c’è bisogno che vengano percepite come vicine, dinamiche, non come qualcosa rimasto incastonato nella storia. Poi c’è “Hanna’s Tale”, una serie televisiva molto bella, un ghost story fantasy. Per entrambi i progetti curerò la regia e aiuterò dall’esterno la produzione, invece vorrei occuparmi anche dello sviluppo produttivo di “Civilised Animals”, una sorta di horror satirico animalista, un altro tema che mi sta a cuore. E poi stiamo pensando al seguito di “A Year in London” perchè ci sono tante linee narrative che possono ancora essere sviluppate”.

di Francesca Monti

Si ringrazia Paola Spinetti

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