“L’ornamento delle cose secondarie”, il nuovo disco di Max Gazzè: “Nasce dalla volontà di recuperare frammenti e idee trascurate nel tempo”

“Questo disco nasce dalla volontà di recuperare frammenti e idee trascurate nel tempo, partendo dagli anni ’90 fino a oggi. Ho voluto dare un senso compiuto a bozze rimaste in sospeso, lavorando sulla musicalità intrinseca delle parole”. Si intitola “L’ornamento delle cose secondarie” il nuovo disco di Max Gazzè, in uscita il 15 maggio per Columbia Records/Sony Music, in versione cd e doppio LP, con cui il cantautore festeggia i trent’anni dal suo debutto discografico.

Il nuovo progetto, ideato dallo stesso artista, si presenta come un ritorno consapevole all’origine, ma senza nostalgia. Alcuni titoli riemergono, si trasformano, si interrogano di nuovo. È il caso proprio de “L’eremita – parte II” e “Sul filo – parte II”, che diventano oggi non citazioni, ma snodi di un discorso più ampio: “Ho ripreso alcuni testi di mio fratello, già parzialmente adattati per i miei primi due album del ’96 e del ’98, e li ho lasciati liberi di guidare la musica attraverso le loro assonanze e rime interne. Il risultato è un lavoro dalle strutture aperte, quasi “progressive”, dove la melodia segue il suono naturale del testo senza l’obbligo della classica forma canzone. Il cuore tecnico e spirituale dell’album è la scelta di suonare tutto alla frequenza di 432 Hz. È una sperimentazione volta a ritrovare risonanze più organiche e naturali. Per farlo, abbiamo usato tutti strumenti veri, suonati. Abbiamo registrato in uno studio immerso nelle campagne tra Lecce e Brindisi, a Guagnano, portando al limite la ricerca sonora. Un artigiano di Bogotà ha costruito appositamente un vibrafono accordato a questa frequenza e abbiamo atteso giorni perché il pianoforte e gli archi del Petruzzelli di Bari si assestassero su questa intonazione. Abbiamo utilizzato microfoni valvolari storici e registrato su nastro magnetico”, ha raccontato Gazzè.

Il titolo L’ornamento delle cose secondarie nasce dal desiderio di raggruppare elementi che nel tempo sono stati messi da parte: “Il concetto da cui sono partito è quello di prendere cose marginali e dare loro importanza facendole diventare primarie. Con l’età si comincia ad apprezzare maggiormente i dettagli. Quando scatto una foto ad esempio non cerco il soggetto al centro, ma osservo prima la composizione delle ombre”.

Dentro questo ritorno vicino, per attitudine, proprio ai primi lavori, c’è anche la biografia di un artista cresciuto tra Italia e estero, abituato fin da piccolo a osservare il mondo da prospettive mobili. Il tutto si innesta in un presente che entra costantemente nel lavoro: fragilità sociali, perdita di riferimenti etici, rapporto tra individuo e collettività, e una domanda continua su cosa significhi “tenere insieme” il mondo oggi. Il disco si apre con “Il contadino magro”, una figura interiore che accetta la fatica e la misura del tempo, seguito da “L’eremita – parte II”, un’attesa di un segnale interiore prima dell’azione, da “Intermezzo bianco” e “Facce da vecchi”, il primo come spazio fragile tra due vite, il secondo come attraversamento delle età, mentre “Amo” ci ricorda l’importanza di amare tutto, senza gerarchie, senza distinzione tra alto e basso.

La memoria personale è centrale in “Da piccolo”, mentre in “Sorriso largo” il legame tra generazioni diventa continuità invisibile. “Cherubini scalzi” sposta lo sguardo sulla città, su una spiritualità che si manifesta ai margini, nelle fragilità quotidiane e nasce, come ha raccontato Max Gazzè “passeggiando una sera per le strade di Roma. Ho visto un senzatetto che si allontanava e ho immaginato la storica battaglia tra cherubini e serafini e che questo uomo avesse delle ali come se vivesse l’esperienza divina attraaverso la sua condizione. A volte penso che siamo esseri spirituali che fanno sulla terra“. “La legge dell’etica” è il punto più esplicitamente civile del disco, è una dichiarazione di responsabilità morale.

Da “Attriti” in poi l’album si fa ancora più interiore: alleggerirsi, lasciare spazio, non consumarsi nel proprio ardore. “La forma” cerca invece l’essere attraverso il corpo, “Il matrimonio di tua figlia” racconta il tempo che si spezza e la necessità del lasciare andare. In “Ali” Gazzè ci ricorda che nel limite si intravede il volo, mentre “Io, Giuda” è un monologo che scava nella colpa e nel rimorso, senza giudizio, senza assoluzioni facili. In “Rumore” la preghiera diventa impossibile, e in questa impossibilità trova una forma di verità: “Quando ero ragazzino abitavo a Roma e davanti a casa c’era una fornace e una chiesa dove mio papà che era molto religioso mi portava a pregare la domenica e mi sono accorto di quanto questo atto di contemplazione intimo venisse disturbato dai clacson, dai motorini e dai rumori esterni. In questo brano chiedo perdono alla chiesa del quartiere per non sapere ancora pregare”.

“Sul filo – parte II” e “Fatto accaduto in estate” insistono sull’instabilità e sulla transitorietà, invece “Dio” non definisce, ma attraversa immagini, frammenti di esperienza del divino.

“Terra madre” è una denuncia chiara della mercificazione del mondo e in una chiamata alla responsabilità collettiva, mentre “L’oscurità” che chiude il disco condensa il senso complessivo del lavoro: un attraversamento, più che una risposta.

Durante la presentazione stampa alla Triennale di Milano, Max Gazzè ha ricordato commosso Franco Battiato e l’incontro avvenuto nel 1996: “Avevo firmato per la Virgin e Battiato, che solitamente non faceva aperture, ha avuto modo di ascoltare i miei brani in acustico e gli sono piaciuti molto. Così mi ha chiesto di aprire l’intero tour di L’ombrello e la macchina da cucire. Con lui condividevo l’interesse per la storia accadica (l’Enuma Elish) e gli insegnamenti di Gurdjieff e Ouspensky. Battiato ci ha lasciato una grande eredità artistica ma per me è stato innanzitutto una figura paterna, dotata di un’ironia immensa. Non mi faceva salire sul palco se prima non gli raccontavo una barzelletta in inglese”.

In occasione dell’uscita de “L’ornamento delle cose secondarie”, Max Gazzè incontrerà il pubblico in una serie di appuntamenti instore nelle principali città italiane:

15 maggio ROMA – Feltrinelli via Appia Nuova 427, ore 18.30

16 maggio MILANO – Feltrinelli Piazza Piemonte 2, ore 17.30

19 maggio TORINO – Feltrinelli Piazza CLN, ore 18.00

21 maggio BOLOGNA – Feltrinelli Piazza di Porta Ravegnana 1, ore 18.00

L’artista tornerà live con un tour autunnale composto da oltre quaranta date tra ottobre e dicembre, costruite attorno a un’idea precisa e tutt’altro che convenzionale, quella della “residenza” artistica.

Tre concerti consecutivi a Mestre (14-16 ottobre, Teatro Toniolo), quindi Palermo (22-24 ottobre, Teatro al Massimo) e Napoli (26-28 ottobre, Teatro Bellini). A novembre il tour prosegue con le triple date di Bologna (5-7, Teatro Duse), Milano (9-11, Teatro Dal Verme), Genova (12-14, Verdi Teatro) e Firenze (16-18, Teatro Puccini).

Il viaggio continua ad Ascoli Piceno (19-21 novembre, Teatro Ventidio Basso) e Bari (23-25, Teatro Piccinni), prima di spostarsi a dicembre a Torino (2-4, Teatro Colosseo) e Trento (5-7, Teatro Sociale). Finale in crescendo con Cagliari (21-23 dicembre, Teatro Massimo) e soprattutto con la lunga permanenza conclusiva a Roma, dove Gazzè sarà protagonista di cinque serate consecutive – dal 26 al 30 dicembre – all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone.

di Francesca Monti

Rispondi