Intervista con Massimiliano Caiazzo, protagonista a teatro de “Il giocattolaio”: “Ho indagato la stratificazione della personalità di questo personaggio per capire chi sia realmente”

“La chiave per entrare in molti personaggi è chiedersi come poter arrivare a certi atteggiamenti e la scelta di un animale può aiutarti a trovare quel tipo di istinto”. Massimiliano Caiazzo è protagonista a teatro de “Il giocattolaio” di Gardner McKay, che lo vede dal 22 al 24 maggio al PignetOff di Roma, in scena con Cristina Cappelli, diretto dalla regista newyorkese Michèle Lonsdale Smith.

Nel maggio del 1994, nella splendida zona di Ponte Milvio a Roma, tra campi da tennis e strade tranquille, vive e lavora la psichiatra Maude Cristoforo. Una notte, il ragazzo che poco prima l’ha aiutata a far ripartire l’auto, bussa alla porta e chiede di entrare per fare una telefonata. Quello che sembra un incontro casuale darà inizio a una notte imprevedibile che cambierà il corso degli eventi e le loro vite per sempre.

Partendo da “Il giocattolaio”, Massimiliano Caiazzo, tra le giovani stelle più brillanti del panorama attoriale italiano, che il pubblico ha potuto apprezzare in film di successo quali School of Mafia, Piano piano, Uonderbois e Filumena Marturano e nelle serie Mare Fuori, Call My Agent e Una storia di famiglia, ci ha parlato con entusiasmo del processo di costruzione del suo personaggio, ma anche dei temi che affronta il testo di Gardner McKay e del ruolo che gli piacerebbe interpretare.

Massimiliano, dal 22 al 24 maggio è in scena al PignetOff di Roma con “Il giocattolaio”. Che tipo di lavoro ha fatto a livello di esplorazione e di sviluppo del personaggio?

“Faccio parte della compagnia internazionale Gracemoon Arts, costruita attorno ai due poli di New York e Roma, formata da artisti che provengono da diverse parti del mondo e diretta da Michèle Lonsdale Smith, attrice, insegnante e anche regista de “Il giocattolaio”. Nello sviluppo dei personaggi abbiamo seguito il suo approccio che affonda le radici nella tradizione, partendo da Stanislavskij, passando per Strasberg, per arrivare ai giorni contemporanei, e che è dedito alla ricerca, a mettere l’arte e la vicenda che devi raccontare al primo posto. Abbiamo quindi iniziato a lavorare a questa storia che secondo me è brillante, scritta molto bene, e mi sono ispirato, come faccio solitamente nella preparazione dei ruoli, ad un animale. In questo caso con Michèle abbiamo scelto il coccodrillo. Abbiamo trascorso un periodo di lavoro a New York e poi continuato questa ricerca in Italia, portando il processo all’interno dello spettacolo”.

Come nasce l’idea di associare un animale al personaggio da interpretare?

“Gli animali e la natura in generale mi ispirano davvero tanto. La chiave per entrare in molti personaggi è chiedersi come poter arrivare a certi atteggiamenti e la scelta di un animale può aiutarti a trovare quel tipo di istinto. Un giorno, camminando a New York con le mie colleghe Cristina Cappelli, che è anche la mia partner di scena ne Il giocattolaio, e Bianca Ceravolo, guardando le persone che passeggiavano con i loro cani, ci siamo resi conto di come il comportamento del cane rispecchiasse quello del padrone nel modo di camminare, nella postura. Del resto Stanislavskij, quando lavorava per trovare il modo per insegnare agli attori un tipo di recitazione che fosse il più veritiero possibile, osservava i bambini e gli animali poiché sono le forme di natura più pure e spontanee che esistono”.

Il testo de “Il giocattolaio” affronta varie tematiche tra cui quelle, purtroppo sempre attuali, della manipolazione dell’altra persona e della violenza sulle donne. Da giovane uomo e attore come si è approcciato a questi argomenti?

“Siamo andati ad analizzare, con lo stesso approccio di ricerca, cosa realmente possa innescare certi tipi di dinamiche perché per raccontarle in maniera veritiera devi capire la causa che le accende. Il minimo comune denominatore è sicuramente una fortissima insicurezza che deriva da una profonda ferita che molto spesso abbiamo difficoltà a vedere, a fronteggiare, tanto che non vogliamo ammettere di essere rotti, come tutti gli esseri umani. Quando però viene alla luce, dato che ci spaventa, la prima reazione a questa paura è un certo tipo di violenza che poi assume diverse forme. La manipolazione diventa una violenza fisica, psicologica, verbale ma la matrice è sempre questa grande insicurezza che non riesce ad essere rivelata con onestà e quindi pur di coprirla, pur di mascherarla, si diventa carnefici”.

Nella foto Massimiliano Caiazzo e Cristina Cappelli

Un’altra tematica insita nel testo è legata alle paure da cui si cerca di fuggire, perché non si riesce ad affrontarle. Ha mai provato questa sensazione?

“Secondo me non puoi scappare dalla paura bensì da ciò che la innesca. Ovviamente il mio primo impulso, come tutti gli esseri umani, è quello di fuggire da ciò che mi spaventa, ma attraverso il mestiere di attore devo anche guardare in faccia queste paure per poter poi raccontare una storia e trasmettere delle emozioni”.

Quali sono le sfumature emotive che più ha apprezzato del personaggio che interpreta ne “Il giocattolaio”?

“Si tratta di una persona estremamente disfunzionale e di un testo che ha tantissimi cambiamenti di direzione. L’aspetto che mi è interessato maggiormente indagare durante il processo di ricerca è la stratificazione della personalità di questo uomo per capire chi sia realmente”.

In passato ha praticato il canottaggio, quanto l’etica sportiva le è utile anche nel lavoro di attore?

“Lo sport è stato fondamentale perché mi ha dato un rigore che non avrei potuto imparare da nessun’altra parte. Praticavo il canottaggio nelle acque di Castellammare, un vero e proprio porto di mare dove c’erano tanti tipi di personalità, e mi ha trasmesso disciplina, senso del sacrificio, mi ha fatto immediatamente comprendere che devi faticare per ottenere dei risultati perché nessuno ti regala nulla. Quando ho terminato il liceo e ho iniziato ad entrare nel mondo degli adulti questo insegnamento è stato molto prezioso”.

Nel tempo libero quali sport le piace praticare?

“Sono una persona in generale molto fisica, mi esprimo tantissimo attraverso il corpo. Ho iniziato a fare danza classica e contemporanea, mi sono innamorato di questa disciplina artistica, mi diverte praticarla e mi ha aiutato anche nella preparazione del personaggio de Il giocattolaio. Inoltre mi piacciono la corsa, il corpo libero e il nuoto”.

Tra i vari personaggi che ha interpretato finora al cinema, nelle serie tv e a teatro ce n’è uno in particolare che ha rappresentato una chiave di volta nella sua crescita artistica?

“Non c’è un personaggio in particolare, tutti i ruoli che ho interpretato sono stati a loro modo importanti e hanno segnato un’esperienza che mi ha lasciato qualcosa e mi ha fatto crescere”.

Un ruolo che non ha ancora avuto modo di affrontare e che le piacerebbe interpretare

“Vorrei impersonare un prete. Mi interessa come aspetto umano indagare tutto ciò che sta dietro alla scelta che questa persona compie e alla devozione che mette in un certo tipo di percorso”.

di Francesca Monti

credit foto ufficio stampa

Si ringraziano Arianna Galli ed Elisa Fantinel

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