Roberto Vecchioni, ospite degli Sky Inclusion Days, ha parlato per la prima volta della perdita di suo figlio Arrigo con un’immagine che è insieme poesia e dolore: “Quattro figli come quattro aironi, e uno che a un certo punto ha perso un’ala. La frattura non è stata solo nella salute, ma nella relazione: quel “io non ti capisco più, tu non mi capisci più” che incrina la fiducia reciproca e apre la porta a un percorso difficile, fatto di diagnosi, tentativi, ricadute. È così che la famiglia scopre la bipolarità, una malattia che troppo spesso non viene riconosciuta come tale, ma vissuta come “una diversità incomprensibile, qualcosa da cui tenersi lontani”.
Vecchioni parla di ‘17 anni di tortura’: non per definire suo figlio, ma per descrivere la fatica quotidiana di chi “attraversa ospedali, speranze improvvise, momenti di energia incontenibile seguiti da abissi di disperazione”. Arrigo, ricorda il padre, “ha lottato come un leone, affrontando la prova più dura per chi convive con un disturbo mentale: riuscire a stare insieme agli altri, sentirsi parte del mondo”.
Ma la sua storia non è un’eccezione. “In Italia un ragazzo su sette soffre di una malattia mentale, e il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani”. È un dato che racconta un disagio profondo, fatto di domande che bruciano: “Perché loro sono così e io sono in questo modo?”. Domande che spesso restano, ricorda il cantautore, senza risposta, in un contesto sociale che fatica a riconoscere dignità e spazio a chi vive fragilità invisibili. Vecchioni ha richiamato una parola scelta dall’Accademia della Crusca come parola dell’anno: fiducia. Ha aggiunto poi: “È un fondamento dell’essere umano, eppure oggi sembra sgretolarsi in un mondo percepito come duro, competitivo, ostile. Senza fiducia negli altri, non si va da nessuna parte”. E forse è proprio da qui che dovrebbe ripartire il discorso pubblico sulla salute mentale: dal riconoscimento, dall’ascolto, dalla possibilità di non sentirsi soli.
