Mietta: “Mille bugie”, qualche contraddizione

Il 5 giugno è uscito “Mille bugie”, il nuovo singolo di Mietta, anticipazione di un album molto atteso dai fan. Musicalmente il brano convince: radiofonico, elegante, interpretato con quella personalità vocale che da sempre rappresenta uno dei punti di forza dell’artista.

Eppure, osservando la comunicazione visiva che accompagna questo nuovo progetto, emerge una riflessione più ampia che va oltre Mietta e riguarda l’intero mondo dello spettacolo.

Nella copertina dell’album l’artista appare in una vasca da bagno; nell’immagine scelta per il singolo indossa un abito elegante che lascia ampiamente scoperte le gambe. Nulla di scandaloso, sia chiaro. Mietta è una donna libera, affascinante e perfettamente padrona della propria immagine. La questione non è questa.

La domanda è un’altra: perché nel 2026 si sente ancora così spesso il bisogno di accompagnare la proposta artistica femminile con richiami estetici che sembrano sottolineare prima il corpo e poi il contenuto?

Da anni si discute della rappresentazione della donna nei media, nelle pubblicità, nella televisione e nella musica. Si critica, giustamente, una cultura che troppo spesso ha utilizzato il corpo femminile come strumento per attirare attenzione e vendere prodotti. Eppure, a volte, sembra che gli stessi meccanismi continuino a riproporsi, magari in forme più eleganti e sofisticate.

È una scelta libera? Certamente. È una scelta legittima? Assolutamente sì. Ma resta interessante interrogarsi sul perché queste immagini continuino a essere considerate quasi necessarie anche per artiste affermate, mature e rispettate, che non hanno più nulla da dimostrare sul piano del fascino o della credibilità.

Forse il vero problema non riguarda una singola cantante, ma un sistema che continua a suggerire, più o meno esplicitamente, che la visibilità femminile debba passare anche attraverso determinati codici estetici. Un sistema che spesso fatica a separare completamente il valore artistico dall’immagine.

E allora “Mille bugie” potrebbe diventare anche il titolo simbolico di una domanda più grande: siamo davvero entrati in un’epoca in cui il talento basta a sé stesso, oppure continuiamo a raccontarci una bugia quando diciamo di aver superato certi stereotipi?

di Merry Diamond

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