Sette album ufficiali (e alcuni, precedenti, piccoli tesori autoprodotti difficili da rintracciare, ma che saranno presto ripubblicati), di cui l’ultimo, Le avventure – Canto alle città visibili (Etichetta La Stanza Nascosta Records) è un folgorante mosaico citazionista e auto-citazionista da Quentin Tarantino della canzone d’autore.
Sms News Quotidiano ha incontrato Alfredo Marasti, l’irriducibile e a nostro avviso il più bravo di una nicchia (sigh) autoriale che sceglie la via più dura, la cultura.
“Le Avventure – Canto alle città visibili” è il suo settimo album in studio. Quanto si sente cambiato umanamente e artisticamente, rispetto ai suoi esordi da cantautore?
“Pochissimo: mi sento esattamente come all’inizio, con il bisogno ed il piacere di scrivere quello che voglio e quello che sento. Fortunatamente ho superato un lungo periodo che c’è stato in mezzo – e che molti colleghi e colleghe cantautori e cantautrici credo abbiano come me sperimentato – in cui ci hanno prima un po’ illusi che un certo genere di canzone potesse ancora trovare uno spazio, continuando la strada dei grandi maestri che ci avevano ispirato; poi si è capito che solo i grandi maestri erano degni di celebrazione e noi, per non scomparire, non avevamo alternative ai talent show, a vestirci come allegri saltimbanchi o parlare per forza di droghe, sesso e antidepressivi.
Ho sperimentato, mi sono guardato intorno, ho cercato di capire, poi sono tornato a fare le canzoni che volevo. E dico tutto, le scelte le opinioni le mille sfumature della mia identità il mio stipendio, quadrato e dividendo il pronome che pretendo sennò mi offendo canta in “Dire tutto”.
Un precedente album, “L’alternativa”, aveva come traccia di apertura “Dire e non dire”, una specie di serena e provocatoria accettazione dell’ipocrisia e dell’ambiguità necessarie per parlare di qualunque cosa in Italia. Qui invece c’è un ribaltamento della provocazione: ci si propone di dire tutto su chi siamo. Quale dei due estremi le sembra prevalere, nel momento storico attuale?
“Come vedi, è sempre la solita provocazione, semplicemente ribaltata al contrario. Oggi sicuramente prevale la pantomima di un discorso identitario, dico pantomima perché nella maggior parte dei casi non c’è una visione critica delle cose, si procede per addizioni e per rivendicazioni; praticamente prima di iniziare un qualunque discorso sembra che sia necessario presentarsi e qualificarsi in base a una serie di parametri.
Io credo che ognuno abbia una sua personale identità diversa da tutte le altre e che sia terribile sentirsi in dovere di compattarla, schiacciarla in qualunque schemino. Il problema più grande del momento attuale, però, mi sembra la presenza di movimenti e partiti politici che in modo grossolano, con un linguaggio muscolare ma efficace, si oppongono alla libertà individuale di autodeterminarsi, si oppongono all’ovvia necessità di uguali diritti per tutti; compreso il diritto di avere la propria idea di famiglia, o persino quello di opporsi all’idea stessa della “famiglia”; quest’ultimo fa ancora molta paura a tutti, se provi a negare la famiglia finisci male.
La classe media è mediamente ignorante, violenta e repressiva; ha paura di chi non si conforma e si affida a personaggi improbabili. Così, anziché procedere – come io sognerei – con la creazione di spazi condivisi e con lo “svuotamento” dei paradigmi identitari, ci troviamo di fronte a generali grotteschi, a cui i media danno costantemente spazio e che vorrebbero far tornare la prospettiva
sociale indietro di centocinquant’anni. È soprattutto a causa loro che le battaglie di chi si sente e viene discriminato si sono radicalizzate e sono destinate a radicalizzarsi sempre più”.

Viene alla mente, a proposito di maschere e presupposti, anche “Devi vestirti bene”, contenuta -anch’essa- ne L’Alternativa …
“C’è un filo rosso, anzi più di uno, fra i miei vari album, e sono contento che in molti lo vedano. Prima hai definito Le avventure il mio settimo album, il che è vero se appunto facciamo partire il conto dall’Alternativa; in realtà prima del 2012 avevo già pubblicato alcuni dischi completamente autoprodotti che ora sono difficili da rintracciare, e dai quali ho via via recuperato alcune delle tracce presenti nella mia discografia “ufficiale”. Penso presto di ripubblicare e rendere nuovamente fruibile gran parte di questa preistorica produzione”.
In “Lungomare” affiorano echi montaliani. Quali sono, oltre a Montale, i suoi poeti di riferimento?
“Ho spesso rubato citazioni a Ungaretti, per esempio ne Le Mani segrete e qui in Sentimenti del tempo, ho fatto un concept su D’Annunzio, ma il mondo della poesia è vastissimo e non me la sento di stilare alcuna classifica”.

“Ultimo tango” è una cover di Closing Time. L’originale Looks like freedom, but it feels like death è da lei tradotto, in maniera potente, in e la chiamano morte ma è libertà e sarà un po’ di tutte e due, mi sa. Condivide questo “assunto”?
“Sì. Citando un altro poeta: “Se muoio, rinasco… finché non finirà”. Le città invisibili di Calvino diventano “visibili”, concrete… oltre alla ragazza perduta c’è anche un Bonetti reale con cui le ha visitate? ( “Berlino ci son stato con Bonetti/ era un po’ triste molto grande”…Lucio Dalla). Le città è meglio appunto visitarle insieme alle ragazze, altrimenti sono troppo tristi”.
Non era D’Annunzio, non era De André
studiava e beveva un po’ troppo caffé
strarotto di cabale e muse in tournée
Malgrado le Eumenidi, il Premio De André
chi tra un viaggio e l’altro si stanca di te
perdute Ferrara, Londra, Atlantide…
canta in “Maltese”.
Quanto è difficile, per lei, scrivere e cantare di sé?
“Ben poco, come si vede. Non ho grandi imbarazzi”.
di Misia Mistrani
