Togliere Frida Kahlo dalle magliette, dai souvenir e dai cliché dell’icona pop per restituirle tutta la complessità di una donna e di un’artista, libera e rivoluzionaria sì, ma soprattutto segnata da una vita attraversata dal dolore e dalla necessità di trasformarlo in arte. È stato questo il viaggio proposto da Andrea Ortis con “Frida mi amor”, andato in scena martedì 11 agosto in piazza Chiesa a Corbola, nell’ambito della XXVII edizione di Tra Ville e Giardini.
Un racconto teatrale e musicale costruito da Ortis attraverso sette anni di ricerca sulla figura di Frida Kahlo, che ha condotto il pubblico dentro la sua vita, ma anche dentro il contesto storico e culturale che ha attraversato.
La serata è stata introdotta dal sindaco di Corbola Michele Domeneghetti, che ha salutato una piazza Chiesa gremita, con pubblico arrivato anche da altri comuni, e ha ringraziato la Provincia di Rovigo e il direttore artistico Claudio Ronda «per la sensibilità con cui propongono spettacoli di grande teatro che appartengono a tutti». La serata è stata introdotta dal sindaco di Corbola Michele Domeneghetti, che ha salutato una piazza Chiesa gremita, con pubblico arrivato anche da altri comuni, e ha ringraziato la Provincia di Rovigo e il direttore artistico Claudio Ronda «per la sensibilità con cui propongono spettacoli di grande teatro che appartengono a tutti».
La consigliera provinciale alla Cultura Lucia Ghiotti ha ricordato lo spirito della rassegna: «Portare cultura in ogni angolo del territorio», ringraziando Regione del Veneto e Fondazione Cariparo per il sostegno alla manifestazione. Il direttore artistico Claudio Ronda, dopo aver ricordato la presenza di Emergency, ha introdotto lo spettacolo come un viaggio «nella vita, nei pensieri, nell’idea di arte» di una delle più grandi pittrici del Novecento.
Ortis ha scelto di partire da molto lontano, dal Rinascimento, per raccontare come anche le grandi epoche di fioritura culturale nascano da momenti di profonda trasformazione e instabilità: la caduta di Costantinopoli nel 1453, l’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg, il viaggio di Colombo, la Riforma protestante e la rivoluzione copernicana sono alcune delle fratture che cambiano il volto del mondo e aprono nuovi spazi alla conoscenza e alla creatività.
È dentro questa prospettiva che prende forma la vicenda di Frida Kahlo, nata nel 1907. Una bambina vivace e volitiva, spesso al seguito del padre fotografo, che viene colpita dalla poliomielite, riportando una menomazione alla gamba destra. Cresce osservando il dolore degli altri, quello dei feriti della Rivoluzione messicana e quello del padre, colpito da crisi epilettiche. Il suo primo progetto è quello di diventare medico, ma il destino cambia radicalmente direzione.
Nel 1925 l’autobus sul quale viaggia viene coinvolto in un grave incidente. Frida rimane ferita in modo devastante, con fratture alla colonna vertebrale e al bacino, costole spezzate e una grave lesione che la costringe a una lunga immobilità. È durante quel periodo di immobilità e di vuoto che comincia a dipingere.
«In tutto questo vuoto si crea lo spazio. Bisogna perdersi per avere voglia di ritrovarsi», è uno dei pensieri che attraversano il racconto di Ortis e che diventano la chiave per comprendere la parabola artistica di Frida. Il dolore non è soltanto una conseguenza della sua esistenza: diventa materia della sua pittura, strumento per raccontare il corpo, la solitudine, l’amore e la propria identità.
Quando Frida porta i suoi dipinti a Diego Rivera, il grande muralista messicano, tra i due nasce un amore destinato a durare tutta la vita, nonostante tradimenti, separazioni e un nuovo matrimonio. Anche la relazione con Rivera diventa così un altro capitolo della sua tormentata vicenda personale e artistica.
Il viaggio negli Stati Uniti porta Frida dentro l’immaginario della modernità americana, tra il mito dell’industria, i grattacieli e la grande trasformazione tecnologica. Ma anche qui la sua esperienza è segnata dal dolore: l’aborto spontaneo subito durante il soggiorno americano diventa uno degli eventi più drammatici della sua vita e trova una rappresentazione di straordinaria crudezza in “Ospedale Henry Ford”, dove il corpo, il sangue e il feto diventano elementi di una pittura dolorosa e lucidissima.
Altrettanto emblematico è “Autoritratto con i capelli tagliati”, realizzato dopo il tradimento di Diego Rivera con la sorella di Frida: le forbici e i capelli recisi diventano il segno visibile di una trasformazione.
E poi “Le due Frida”, con le due figure affiancate, una ferita e l’altra che sembra alimentarla attraverso una sorta di trasfusione. Una rappresentazione della frattura interiore, ma anche della possibilità di ricomporre ciò che è stato spezzato. La consapevolezza non cancella il dolore, sembra suggerire l’opera, ma può trasformarlo in una nuova forma di vita. Le rappresentazioni dei dipinti più noti di Frida Kahlo compaiono su un cavalletto dove Ortis li illustra al pubblico.
Il racconto arriva quindi agli ultimi anni, quando Frida, ormai gravemente provata nel corpo, incontra a Parigi alcuni dei protagonisti delle avanguardie artistiche e poi torna in Messico per una personale. Le sue condizioni di salute sono ormai tali da costringerla a letto, ma Frida vuole esserci. Viene trasportata all’inaugurazione e assiste all’omaggio del pubblico alla sua opera. Tra le persone che arrivano a vedere i suoi dipinti c’è anche un anziano indigente che le si avvicina, le bacia la mano senza dire una parola e poi si allontana. È uno degli ultimi momenti evocati da Ortis prima della morte dell’artista, nel 1954.

Ma il viaggio di “Frida mi amor” non si ferma alla biografia. Ortis utilizza la storia dell’artista per interrogarsi anche sul mondo che cambia, sul rapporto fra cultura e società, sulla perdita progressiva di una civiltà contadina e dei suoi saperi. Nel racconto entra anche il tema del consumismo, attraverso una riflessione attribuita a Pier Paolo Pasolini sulla sua capacità di omologare attraverso un’apparente libertà e di rendere superflui libri, parole, conoscenze e mestieri.
«Perché noi siamo il risultato delle parole che abbiamo sentito da bambini, o che non ci hanno detto da bambini», è una delle frasi che accompagnano questa parte del racconto, fino a riportare la riflessione alla dimensione più concreta del territorio: dove sono oggi i vecchi mestieri, i calzolai, le botteghe, i luoghi nei quali si tramandavano saperi e parole?
Andrea Ortis ha costruito così un racconto veloce e stratificato, alternando la narrazione alla lettura di scritti e lettere originali di Frida Kahlo e di testimonianze dell’epoca, intrecciando biografia, storia dell’arte e riflessione sulla società.
A fare da contrappunto alla parola, la musica dal vivo: un tappeto sonoro che accompagna il racconto e alcuni momenti dedicati a Chavela Vargas, artista profondamente legata all’immaginario messicano.
Il pubblico, rimasto a lungo in ascolto assorto, ha accolto con applausi alcuni passaggi del racconto e ha tributato ad Andrea Ortis e ai musicisti un lungo e caloroso applauso finale. Quindi, a fine spettacolo, la gente si è assiepata per entrare a visitare la chiesa di Santa Maria Maddalena, che fino a quel momento aveva fatto da fondale silenzioso e suggestivo per tutta la serata.
