C’è un filo rosso che lega i corridoi del Policlinico Ambrosiano, le oscurità della storia del Ventennio e le pieghe intime della famiglia contemporanea: il talento multiforme di Gabriele Falsetta. Il grande pubblico televisivo ha imparato a conoscerlo nei panni di Stefano Campigli, il rigido e inflessibile nuovo direttore sanitario della quarta stagione dell’amatissima serie “DOC – Nelle tue mani”, in onda il giovedì sera su Rai 1. Eppure, la cifra stilistica di Gabriele Falsetta risiede proprio nella sua straordinaria capacità di non farsi mai imprigionare in un solo ruolo. Dalla potente interpretazione di Roberto Farinacci nel kolossal M. Il figlio del secolo firmato da Joe Wright, alla sensibilità dimostrata in In Utero, la toccante serie corale targata HBO Max, si muove tra i generi con una disinvoltura rara. Una versatilità che trova la sua massima espressione sul palcoscenico in “Mai morti”, lo storico e feroce monologo di teatro civile di Renato Sarti in cui l’attore accetta la sfida fisica e psicologica di dare voce a un fascista mai pentito.

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Gabriele, innanzitutto com’è stato entrare nel cast di una serie di grande successo come “DOC – Nelle tue mani 4”?
“E’ la prima volta che mi capita di entrare a far parte di un progetto così avviato e celebre. All’inizio c’era qualche titubanza, qualche paura proprio perché non mi ero mai affacciato a una serialità con un pubblico enorme, poi ho preso le misure. Cast e regia mi hanno accolto veramente molto bene e non è una cosa scontata”.
Come si è approcciato a Stefano Campigli, un uomo pragmatico, che risulta anche poco empatico?
“Essendo una new entry, ho lavorato insieme ai registi sull’ambiguità di un personaggio che non si rivela se non alla fine. Il gioco è nascondere le verità nel corso dei sedici episodi. Ovviamente all’interno di una serie come “DOC – Nelle tue mani”, in cui è presente anche una linea thriller, ho cercato di sentirmi addosso quei vestiti, quel taglio di capelli strano, di indossare i panni di un uomo che arriva all’Ambrosiano per fare il “lavoro sporco”, che quindi non è ben visto e porta con sé delle conseguenze all’interno delle relazioni”.
Il mantra di Campigli è “se i medici curano i pazienti, io curo gli ospedali”, una visione nettamente in contrasto con quella di Andrea Fanti (Luca Argentero) …
“Esattamente. Mi ha fatto molto piacere leggere che il tema sottostante di questa quarta stagione è il sistema sanitario con le sue problematiche. Una scelta nobile da parte degli autori. Avendo dovuto attraversare certe situazioni negli ultimi anni ho ritrovato degli aspetti molto aderenti alla realtà, pertanto è onorabile essere presente in questa serie. “Io non curo i pazienti, curo gli ospedali” è la chiave d’entrata di un personaggio che è costretto ad agire in quel modo per scongiurare la chiusura dell’Ambrosiano”.
In effetti è molto reale se pensiamo alla situazione attuale del sistema sanitario nazionale, tra privatizzazioni e liste d’attesa infinite, per cui chi non ha la possibilità economica rischia di non potersi curare …
“In questo momento storico è uno degli argomenti più pressanti, insieme a quello relativo ai giovani. Viviamo in un paese in cui siamo abituati ad avere tutti i servizi gratuitamente, a differenza di altre nazioni del mondo. E’ assurdo quindi che una persona debba rinunciare a curarsi o a fare prevenzione a causa delle liste d’attesa lunghissime o dei costi elevati per effettuare un esame”.
Nella quarta puntata della serie abbiamo visto che Stefano perde un po’ della sua proverbiale freddezza quando la cognata Corinna (Diane Fleri) si sente male ed esce quindi una sfumatura nuova di questo personaggio …
“Avendo letto le sceneggiature di tutti gli episodi, sono partito da una ferita, da una spaccatura emotiva che Stefano ha dentro di sé, legata al passato, per poi ricoprirla con questa freddezza, che penso sia una conseguenza di ciò che ha vissuto. Da attore sono molto curioso di scoprire cosa c’è dietro ad un personaggio. Campigli viene giudicato troppo presto da tutti ma poi comincia a svelarsi, cerca a suo modo di essere empatico con gli altri e viene rifiutato. Quando arriva Corinna, con la quale ha avuto una storia, capiamo qualcosa in più anche su di lui”.

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Ci sono ancora molti punti interrogativi nella storia, dal rapporto con Giulia (Matilde Gioli) alla famosa cartellina rossa di cui non si conosce il contenuto, dalle morti misteriose di pazienti ricoverati al Policlinico Ambrosiano al licenziamento di Federico (Giacomo Giorgio), possiamo aspettarci una traiettoria del personaggio che ci porterà delle altre novità?
“Sicuramente ci saranno delle novità, delle sorprese, delle belle sterzate alla fine di questa montagna russa emotiva di relazioni, di problematiche, di rischi, di pericoli, perché la storia si svolge all’interno di un ospedale, quindi se le cose non vanno bene a rimetterci sono i pazienti. La domanda pertanto è: “riusciranno i nostri eroi a far funzionare l’Ambrosiano in modo decente e dignitoso?”.
Ha interpretato ruoli di grande intensità e anche di ambiguità, oltre a Stefano Campigli, mi viene in mente Roberto Farinacci in “M. Il figlio del secolo”, piuttosto che il musicista Piero Piccioni ne film “Finalmente l’alba”. Che cosa la affascina di più nell’esplorare il lato oscuro e controverso dell’essere umano e nel far emergere la verità che si cela dietro ai personaggi?
“E’ una domanda che mi pongo da tempo. Mia madre diceva sempre alle sue amiche, parlando dei personaggi che interpreto, che mi dipingono così ma sono un bravo ragazzo, un simpaticone (sorride). Credo che in ogni attore, in ogni attrice, ci sia una tensione verso un certo tipo di ruolo per i tratti somatici, per l’aspetto, e questo spesso viene confuso col carattere della persona stessa. Da giovane mi hanno sempre attratto le personalità molto marcate, anche con un’esistenza burrascosa. Non ho toccato direttamente con mano quel tipo di vita, ma è come se dentro di me si accavallassero molte domande. Credo che i personaggi, positivi o negativi che siano, abbiano delle caratteristiche comuni come l’imprevedibilità, la vulnerabilità e, in un certo senso, l’ossessione per qualcosa… da Romeo di “Romeo e Giulietta”, spinto dall’amore per la donna amata, che può comunque avere dei lati molto oscuri, a Stefano Campigli di “DOC – Nelle tue mani 4″, che al primo impatto sembra ambiguo e poco raccomandabile, ma che in fondo può avere sentimenti e valori nobilissimi. Mi interessa capire quali sono le cause che portano una persona ad avere certi atteggiamenti. Poi si sa che il pubblico è affascinato dai cattivi e dalle cattive perché vuole anche una sorta di catarsi, vuole rivedersi ed esorcizzare i propri difetti e le proprie paure”.

credit foto Jacopo Falsetta
In netto contrasto con Stefano di “DOC – Nelle tue mani” c’è invece Mattia, un personaggio pieno di luce e umanità, che ha interpretato nella serie “In Utero”, disponibile su HBO Max. Una storia che ridefinisce un po’ il concetto di famiglia, oltre i legami di sangue. Quanto è stato interessante portare sullo schermo un messaggio così moderno di inclusione e di amore incondizionato?
“Anche in quel caso inizialmente avevo delle remore, in quanto era la prima volta che interpretavo un personaggio omosessuale e sentivo la responsabilità di non scadere nello stereotipo banale di una famiglia arcobaleno. Invece, con la regista Maria Sole Tognazzi e con le due attrici con cui ho recitato principalmente, Thony e Nika Perrone, ho lavorato benissimo. Rispetto alla riconsiderazione del concetto familiare, penso che si scelga di condividere l’esistenza con chi ti fa stare bene. Nella serie “In Utero”, Dora (Thony) vive un momento di insicurezza, mentre Nadia (Nika Perrone) è una donna di grande pragmatismo, e Mattia porta quella magia e quella saggezza da messaggero greco dicendo delle piccole verità. Questi tre personaggi vivono insieme, si rassicurano e si proteggono a vicenda: secondo me, questa è l’accezione più bella di famiglia”.
Attualmente il lunedì su La7 va in onda in chiaro “M. Il figlio del secolo”, una serie che ha generato molte discussioni e riflessioni, in cui interpreta Roberto Farinacci ...
“Sono felice che questa serie venga trasmessa in chiaro su La7, con l’introduzione alle puntate di Corrado Augias. Essere diretto da Joe Wright e vedere Luca Marinelli all’opera è stato qualcosa di magico. Sono due persone abituate a lavorare ad altissimi livelli. Sul set c’erano democrazia, rispetto, diligenza e gentilezza verso tutti, dal protagonista fino all’ultima comparsa. Ci siamo anche divertiti e abbiamo legato tantissimo tra noi. È stata la conferma che il cinema può essere tante cose insieme: può dare una visione particolare e personale dei fatti, può utilizzare l’arte e l’intrattenimento. Mi inorgoglisce essere parte di questo progetto che su La7, così come era accaduto quando è stato trasmesso da Sky, è seguito soprattutto dai giovani, ed era proprio questo l’obiettivo di Wright. Ho letto i commenti degli spettatori: a volte sono divisivi, però c’è un grande bisogno, soprattutto in questi tempi, di vedere una serie come M. Il figlio del secolo”.
E’ una serie che indubbiamente fa riflettere sugli errori commessi nel passato e sull’importanza di non ripeterli, un po’ come lo spettacolo “Mai Morti” che ha recentemente portato al Teatro della Cooperativa di Milano ...
“E’ un monologo che risale agli anni Novanta, scritto e diretto da Renato Sarti, fondatore del Teatro della Cooperativa. Fino a due anni fa era interpretato da Bebo Storti e ha avuto un successo incredibile in tutta Italia. Io sto ancora prendendo un po’ le misure perché in un’ora e dieci viene raccontata l’apologia nazifascista. Quando Renato Sarti due anni fa, davanti a un baretto a Milano, mi ha proposto di interpretare questo monologo avevo qualche dubbio in quanto è ricco di fatti, aneddoti presi da interviste realizzate dallo stesso regista ai diretti interessati e sono cose che lasciano il segno e creano delle reazioni forti nel pubblico. La struttura dello spettacolo è fatta in modo che il personaggio che porto in scena, questo mai morto, sia l’incarnazione di quell’apologia nazifacista che si infila piano piano alla guida della Decima Mas. Stiamo parlando di un’estrema ideologia che oggi sta riaffacciandosi, presentandosi, manifestandosi di nuovo con la sua brutalità. A fine spettacolo mi sono sentito dire da alcune persone che volevano salire sul palco e prendermi a schiaffi ed è difficile tutte le sere andare in scena e tirare fuori quel materiale e quelle sensazioni. Qualcuno mi ha proposto di far vedere “Mai morti” in tutti i licei ma sono il primo a dire che forse è meglio di no. In trent’anni di tournée ci sono stati picchetti di Casa Pound e Forza Nuova fuori dai teatri, minacce di morte, carabinieri all’interno della sala regia. È stato rappresentato davanti a migliaia di persone al Forum di Assago e in un’area della stazione di Milano con l’autorizzazione delle Ferrovie Italiane, ha avuto un’eco grandissima in un’epoca dove l’estrema destra non era legittimata e quindi si inviperiva per questo spettacolo. Oggi purtroppo certe ideologie, certi movimenti reazionari, sembrano essere legittimati. Io mi sento veramente un traghettatore, oltre che un attore, di questo spettacolo che spero di portare in scena, come ha detto Renato Sarti, per almeno altri trent’anni”.
In questi due anni qual è la stata la difficoltà maggiore che ha vissuto portando in scena “Mai morti”?
“Con Renato Sarti abbiamo provato ad attualizzare il testo in alcuni punti, ad inserire degli appunti relativamente a fatti che stavano accadendo nel mondo ma non è stato possibile. E’ uno spettacolo in cui si parla dell’iprite lanciata sui civili in Etiopia, delle torture della Decima Mas, della Legione Ettore Muti nella sede di via Rovello prima che diventasse il Piccolo Teatro di Milano. C’è un’enormità di azioni e personaggi come Umberto Bertozzi, mai citato nei libri di storia come uno stragista o come un killer di massa. Gli eventi che si scatenano quotidianamente oggi sono talmente tanti e ad una velocità tale che dovresti riscrivere il copione ogni giorno. E allora non riscrivi più niente: rimane la forma originaria, che racconta la realtà dal punto di vista del passato”.

credit foto Roberta Krasnig
In quali altri progetti la vedremo prossimamente?
“Sono nel cast di una serie prodotta da Sky Studios, Wildside (società del gruppo Fremantle) e Alfred Film, che si intitola Fuori Menù, con la regia di Fabio Paladini e Niccolò Falsetti, in onda prossimamente su Sky. E’ un dramedy che vede protagonista uno chef di grido, interpretato da Maurizio Lastrico, che a un certo punto finisce in burnout e compie delle azioni per le quali viene arrestato. In carcere cercherà di ricreare la brigata di un ristorante all’interno di un progetto sociale e ne succederanno di tutti i colori. Io sono il “capo dei cattivi”, quindi ci saranno parecchi scontri.
Inoltre ho da poco terminato le riprese del biopic Rai sulla vita di Lucio Dalla, con la regia di Ambrogio Lo Giudice, che vede Valentino Aquilano, che è un cantante magnifico, nelle vesti di Dalla. Nel cast ci sono anche TrediciPietro che interpreta suo padre Gianni Morandi, Angela Baraldi, Giovanna Mezzogiorno, Mario Pistacu nei panni di Ennio Melis, il primo grande produttore discografico della RCA. Io impersono Gino Paoli e ho avuto la benedizione anche da sua moglie. E’ un film girato in quattro epoche diverse, tra Bologna e Sorrento, è stata una bella esperienza e ho trovato tanti amici”.
di Francesca Monti
Si ringrazia Federico Grippo
credit foto cover Gioele Vettraino
