Sessanta artisti sul palco, costumi d’epoca ed effetti scenici da kolossal: il “Frankenstein” di Federico Zanandre, in scena il 6 e il 7 novembre al Teatro Sociale di Busto Arsizio, promette grandi emozioni, ma colpisce dritto al cuore per la sua incredibile attualità.
Regista dello show e interprete della Creatura, Federico Zanandrea ci racconta in questa intervista come ha trasformato la sua voce e il suo corpo per dare un’anima a un personaggio che impara a comunicare da zero, e perché questa storia è, prima di tutto, uno specchio dei nostri tempi e delle nostre paure.
Federico, come ha lavorato alla regia per portare in scena “Frankenstein”, un kolossal con sessanta artisti sul palco, scenografie spettacolari, effetti scenici?
“Chiaramente quello che fa effetto è la composizione scenografica importante, il numero di persone, i costumi, però credo che la cosa più importante, anche da regista, sia capire quale possa essere il messaggio di questo spettacolo ed è attualissimo perché Frankenstein parla veramente di quello che sta succedendo oggi, parla di ghettizzazione, di diversità, di accettazione del diverso, del rapporto tra uomo e scienza. Sono proprio i temi rilevanti in questo momento storico. Per cui, partendo da questo, abbiamo cercato di rendere lo spettacolo sempre più accessibile a tutti i tipi di pubblico. C’è tanta spettacolarità, anche violenza, ma è giustificata in un racconto che chiaramente parla di emarginazione”.
Nello spettacolo interpreta la Creaatura, quanto il trucco e i costumi sono importanti per poter entrare in questo personaggio?
“Quando facevamo le prove senza costumi io provavo con un nastro avvolto perché comunque mi dava la possibilità di articolare e di parlare diversamente. Lo studio che abbiamo fatto sul mio personaggio è molto particolare. Quando ci siamo chiesti che cosa potesse essere un corpo che si rianima, mi è venuto in mente che in realtà la cosa più vicina sono le persone che escono dal coma e quindi abbiamo ripreso alcune durezze delle articolazioni che a volte permangono. E’ stato uno dei primi lavori che abbiamo fatto. Chiaramente il costume e il trucco aiutano tantissimo”.
La Creatura è un personaggio che impara a comunicare praticamente da zero. Lei è anche un doppiatore. Come ha destrutturato la vocalità per dar voce alle parole e alla rabbia del mostro?
“Io uso una voce che non è per niente vicina alla mia, è proprio un altro tipo di vocalità. Mi ha aiutato molto essere un professionista che usa la voce per cercare di trovare questo tipo di vocalità, che doveva essere in evoluzione come questo personaggio che nasce infantile e non sa parlare. Per metà del primo tempo io faccio soltanto versi, che in realtà sono esigenze, come un bambino che piange e bisogna interpretare che cosa vuole”.

“Frankenstein” tratta tematiche importanti, dalla paura all’esclusione sociale, della marginalizzazione dei soggetti più deboli. Quanto la paura dell’altro rende le persone esse stesse dei mostri?
“C’è una battuta bellissima di questo testo che dice “la paura dei mostri ci rende mostri” e credo che sia un po’ il simbolo di ciò che può rappresentare il racconto di questa storia. “Frankenstein” è una tragedia dello sguardo, quando la gente e i personaggi vedono questa creatura non empatizzano, non vanno oltre all’aspetto fisico. Dovremmo invece avere uno sguardo più ampio nei confronti della diversità ed è anche uno dei motivi per cui sono contento di aver inaugurato a Busto Arsizio questo spettacolo, perché il Teatro Sociale appartiene a una fondazione comunitaria, che si occupa del terzo settore, di disagi e anche di persone che sono esiliate e questo è un messaggio molto importante, all’interno di un racconto che ha una sua spettacolarità”.
di Francesca Monti
Si ringraziano Elena Simoncini e Stefania Scarpetta
