Alla scoperta di Napoli, la città dai mille colori

“Napule è mille culure, Napule è mille paure/ Napule è a voce de’ creature che saglie chianu chianu/ E tu sai ca nun si sule” (Pino Daniele)

Oggi andiamo alla scoperta di Napoli. Prima di iniziare il nostro viaggio in questa meravigliosa città mi sembra doveroso fare una premessa. Sì perchè c’è ancora chi descrive Napoli come una città pericolosa. Vi posso assicurare che questi sono solo dei pregiudizi che nel 2017 andrebbero superati. Io sono stata tante volte a Napoli e ogni volta questa città mi ha regalato nuove emozioni. Certo, ci sono dei problemi, come ci sono in tante altre città d’Italia e del mondo, ma la gente napoletana lotta ogni giorno, senza arrendersi, e poi ha un cuore grande, ti fa sentire a casa, amata, benvoluta, è solare e ti accoglie a braccia aperte. E questo credetemi non accade ovunque. Napoli è poesia, è cultura, è arte, è un arcobaleno di colori e di sapori, è il profumo del ragù fatto in casa che inebria l’aria già dal mattino, è la cucina fantastica, dalla pizza ai dolci, è la musica che si spande nei vicoli, è il sole che si tuffa nel mare, Napoli è vita e magia.

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E ora partiamo da Spaccanapoli, la strada che va dai Quartieri Spagnoli al quartiere di Forcella, tagliando in linea retta la città. Ha origini antichissime: è infatti uno dei tre decumani in cui i romani, basandosi sulla costruzione greca, organizzarono Napoli.

Spaccanapoli è un mix di colori e di profumi, di artisti e artigiani, di palazzi antichi e di chiese, insomma rappresenta al meglio l’anima della città. Proseguiamo verso la Piazza del Gesù che racchiude tre gioielli, la Chiesa del Gesù Nuovo, l’Obelisco dell’Immacolata e il Monastero di Santa Chiara. La Chiesa del Gesù Nuovo è una splendida costruzione del barocco napoletano, con marmi, decorazioni e dipinti. La leggenda vuole che l’edificio sia stato costruito con pietre magiche capaci di attrarre energie positive. All’interno è situata la cappella di San Giovanni Bosco, con migliaia di ex voto appesi alle pareti, come ringraziamento lasciato dai miracolati. L’Obelisco della Piazza è anch’esso avvolto dalla leggenda: osservato in alcune ore della giornata, grazie ad un gioco di luci ed ombre, permette di intravedere l’immagine della morte. Il Monastero di Santa Chiara nasce per volontà di Roberto D’Angiò ed è stato, sotto gli Angioini, il fulcro delle cerimonie civili e religiose. Accanto al monastero c’è il Chiostro maiolicato con i pilastri interamente ricoperti da maioliche blu, gialle e verdi. Il chiostro costituisce una vera e propria oasi di pace nel cuore di Napoli. Camminando arriviamo in Piazza San Domenico Maggiore, al cui centro è collocato il monumentale obelisco voluto dai Domenicani come ringraziamento per la fine della pestilenza nel 1556 e la Basilica in stile barocco. Poco distante è situata la Cappella Sansevero. Una leggenda racconta di un uomo ingiustamente arrestato che, mentre veniva trasportato in carcere, vicino al muro della proprietà dei De Sangro, invocò l’aiuto della Beata Vergine. In quel momento il muro crollò portando alla luce un dipinto della Madonna. Scagionato, l’uomo fece restaurare il dipinto, divenuto poi oggetto di devozione, e attorno all’opera sorse la Cappella. Il luogo divenne presto meta di pellegrinaggio, la gente si rivolgeva al dipinto sacro per ottenere le grazie. Al centro della navata della Cappella Sansevero, c’è una perla di rara bellezza artistica: il Cristo velato, una delle opere più suggestive del mondo realizzata nel 1753 dall’artista napoletano Giuseppe Sanmartino, su commissione del principe Raimondo di Sangro. Inizialmente l’opera doveva essere realizzata da Antonio Corradini, che però morì nel 1752 e fece in tempo a terminare solo un bozzetto in terracotta del Cristo, oggi conservato al Museo di San Martino. La particolarità del Cristo Velato sta appunto nel velo. Da oltre duecentocinquanta anni, viaggiatori, turisti e anche alcuni studiosi, increduli dinanzi alla trasparenza del sudario, lo hanno erroneamente ritenuto frutto di un processo alchemico di “marmorizzazione” compiuto dal principe di Sansevero. In realtà, il Cristo Velato è un’opera interamente in marmo, ricavata da un unico blocco di pietra. Piazzetta Nilo era invece la patria degli Alessandrini. Qui fecero costruire una statua del Dio Nilo raffigurato come un vecchio barbuto, seminudo, che appoggia i piedi sulla testa di un coccodrillo. Quando si parla di Napoli non si può non citare il grande Diego Armando Maradona, El Pibe de Oro, il calciatore divenuto una leggenda per i napoletani che lo adorano ancora oggi tanto da aver costruito in suo onore un Altarino, una teca nella quale è custodita una foto di Maradona e un suo capello. Proseguendo attraverso Spaccanapoli incontriamo il Sacro Monte di Pietà, un Palazzo risalente al 1539, quando un gruppo di nobili napoletani volle creare un’istituzione benefica che elargisse prestiti senza fini di lucro. Gli affreschi all’interno sono avvolti da cornici di stucco dorato, mentre le tre sale e la Cappella accolgono il Museo che custodisce arredi e dipinti del Banco di Napoli e una collezione di oggetti liturgici. Arriviamo a San Gregorio Armeno, la suggestiva Via Dei Presepi, una delle strade più famose della città. Durante tutto l’anno si può respirare l’atmosfera natalizia grazie ai bottegai che lavorano per creare presepi in sughero e statuine in terracotta, non solo tradizionali ma anche raffiguranti personalità legate all’attualità. Tra le varie botteghe vi segnaliamo quella del Maestro Marco Ferrigno.

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Il maestro Marco Ferrigno all’opera

Alla fine di San Gregorio Armeno si incontra Via dei Tribunali, sulla quale si affaccia la chiesa di San Lorenzo Maggiore, dove trovano sepoltura alcuni illustri personaggi come molti membri della famiglia angioina, il musicista Francesco Durante e il letterato Giovan Battista della Porta. La Torre Campanaria che sovrasta la Chiesa è stata usata come rifugio per le armi durante i moti del 1647 e per questo è chiamata Torre di Masaniello. La chiesa conserva importanti scavi archeologici che permettono di visitare l’antica agorà greca, uno dei luoghi da cui è partita la storia di Napoli. Alla fine di Spaccanapoli c’è un posto straordinario, un Ospedale delle Bambole, che dal 1840 si prende cura e ripara le bambole rotte. L’idea venne a Luigi Grassi, scenografo dei teatri di corte e dei teatrini dei pupi, dopo che una mamma gli chiese di aggiustare una bambola e da quel giorno l’ospedale non ha mai smesso di curare i suoi malati speciali.

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La tappa successiva è stata Palazzo Reale, costruito per volere del vicerè don Fernando in occasione della possibile visita del Re Filippo III a Napoli. Il Palazzo Reale fu commissionato a Domenico Fontana nel 1600, che lo consegnò dopo due anni, anche se non completamente finito. Peccato però, che il Re Filippo III cambiò idea e rimandò la sua visita a Napoli a data da destinarsi. Il Palazzo si compone dell’Appartamento Reale, della Cappella Reale, dei giardini e del Teatrino di corte. La Cappella è stata il centro della scena musicale napoletana, fu costruita nel XVII secolo su disegno di Cosimo Fanzago e dedicata all’Assunta. Tra i vari dipinti e cimeli che la Chiesa conserva, c’è l’altare barocco di Dionisio Lazzari, costruito per la Chiesa di Santa Teresa degli Scalzi e trasportato da Gioacchino Murat. Oggi la Cappella viene utilizzata come Museo e custodisce opere quali un Cristo di bronzo dorato attribuito al Vinaccia. Dal 1919 l’Appartamento Reale è adibito a museo con il nome di Appartamento Storico, esso racchiude tutte le stanze ‘di etichetta’ al Piano nobile. Si tratta di sale usate all’epoca per cerimonie istituzionali e di rappresentanza. Prima scuola di equitazione poi sede dell’Università, il Museo Archeologico di Napoli venne inaugurato nel 1816 e oggi è uno dei più importanti nel mondo per la qualità e la quantità delle opere che custodisce. Il Re Ferdinando IV intendeva creare a Napoli un imponente istituto per le arti e, a distanza di oltre due secoli, si può dire che le sue ambizioni siano state realizzate. Il Museo Archeologico, oltre a contenere i ritrovamenti degli scavi di Pompei, ospita reperti dell’età greco-romana, le antichità egizie ed etrusche della collezione Borgia e le monete antiche della collezione Santangelo. Ma a Napoli ci sono tanti altri luoghi imperdibili, a cominciare dal Duomo, che nel Museo situato al suo interno, conserva il Tesoro di San Gennaro, Santo Patrono della città, a cui i napoletani sono molto devoti, e raccoglie reliquie e oggetti preziosi, diventati oracoli di fede. Il Tesoro comprende anche statue, candelabri e argenti vari, che i devoti hanno gelosamente protetto durante i numerosi saccheggi della città. Il Duomo ospita il battistero più antico d’Occidente (il Battistero di San Giovanni in Fonte) e tre volte l’anno accoglie il rito dello scioglimento del sangue di San Gennaro. L’antica Reggia Borbonica nella quale si trova il Museo di Capodimonte, è uno degli spazi verdi più belli di tutta Napoli. Il Museo raccoglie alcune opere di grandissimi maestri della pittura, come Botticelli, Goya, Tiziano e Caravaggio. Lungo le 110 sale e i tre piani del Museo di Capodimonte, si snoda un percorso che parte dal piano nobile con la Galleria Farnese e l’Appartamento Reale, prosegue al secondo piano con la Galleria Napoletana e si conclude con la collezione ottocentesca e quella di Arte Contemporanea. Capodimonte è l’unico museo al mondo dove all’arte antica si affianca quella contemporanea. Spostandosi in direzione lungomare si arriva alla maestosa Piazza del Plebiscito, che ospita ogni anno i più importanti concerti. Nelle vicinanze visitiamo la Galleria Umberto I, luminosa e piena di negozi e bar e il Real Teatro di San Carlo, tra i teatri lirici più belli e famosi del mondo. Costruito nel 1737, può ospitare più di duemila spettatori e si compone di un palco reale, un loggione e un palcoscenico di 34x33metri.

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Proseguiamo la nostra visita recandoci all’imponente Castel Nuovo o Maschio Angioino, che ha all’interno il Museo Civico di Napoli e poi arriviamo finalmente a via Partenope, affacciata sul meraviglioso mare con il Vesuvio che osserva da lontano. Ci rechiamo al Castel dell’Ovo e saliamo sulla Terrazza dei Cannoni dalla quale si ha una vista mozzafiato sul Golfo di Napoli. La nostra visita prosegue a Mergellina, ai Campi Flegrei dove si trova lo Stadio San Paolo e al Vomero, quartiere in cui è situato Castel Sant’Elmo, un castello medievale che sorge nel luogo in cui c’era la Chiesa dedicata a Sant’Erasmo. Questa fortezza, in parte ricavata dal tufo giallo, trae origine da una torre d’osservazione normanna chiamata Belforte. Oggi il castello è adibito a museo con mostre temporanee, fiere e manifestazioni.

Con il bus raggiungiamo infine Posillipo, il luogo in cui vengono girati gli esterni della famosa soap Un Posto al Sole e poi facciamo ritorno a Napoli. Meritevole di una vista è sicuramente anche la Napoli sotterranea, dove anfratti, grotte e cunicoli sotterranei, raccontano una storia parallela alla vita della città in superficie. Nella Napoli sotterranea la gente ha condotto un’altra vita, sfruttando il suo interno in mille modi, anche come prezioso rifugio durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. E’ da questi cunicoli che è nata la leggenda del “munaciello”, uno spiritello del folclore napoletano.

Ma Napoli non è solo storia, cultura, paesaggi straordinari, è molto di più. Non possiamo non parlare della gastronomia, della musica napoletana e del teatro.

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Mozzarelle di bufala, limoncello di Sorrento, taralli, scialatielli, spaghetti, ragù, lasagne, pasta con frutti di mare, fritture di pesce, braciole e soffritto, torte dolci e salate. Insomma un trionfo di profumi, colori e sapori eccezionali. Per non parlare dei dolci: babà al rhum, struffoli, pastiere, zeppole, sfogliatelle ricce e frolle e chi più ne ha più ne metta (vi consigliamo le pasticcerie: La sfogliatella Mary, in Galleria Umberto I, da Scaturchio in Piazza San Domenico Maggiore, Bellavia che ha sede in diverse parti della città, tra cui al Vomero, e dal 1925 fonde le specialità napoletane e quelle siciliane, dando vita a squisiti dolci; Antico Forno fratelli Attanasio in vico Ferrovia 3; Caffè Gambrinus, uno dei più prestigiosi caffè della città, in Piazza Trieste e Trento).

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E poi c’è lei, la Regina di Napoli, la pizza Margherita, inventata dal pizzaiolo Raffaele Esposito in onore della Regina. Esposito la condì con pomodoro, mozzarella, olio e basilico, creando uno dei piatti più buoni e invidiati in tutto il mondo. In qualunque pizzeria di Napoli andrete potrete gustare la vera e deliziosa pizza napoletana (vi segnaliamo tra le altre la Pizzeria Di Matteo, in via dei Tribunali 94, dove gustare anche una buonissima pizza fritta, e Sorbillo, in Via dei Tribunali 32).

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Il Maestro pizzaiolo Salvatore Di Matteo titolare dell’omonima pizzeria

E veniamo alla musica, canzoni senza tempo che ogni volta che si ascoltano regalano emozioni, che hanno fatto sognare ed innamorare milioni di persone in Italia e nel mondo. Brani scritti da grandi autori come Totò, Libero Bovio, Aniello Califano, Alessandro Sisca, Edoardo Nicolardi, Salvatore Di Giacomo, e cantate da interpreti famosi come ad esempio Luciano Pavarotti, Lucio Dalla, Roberto Murolo, Peppino Di Capri, Renato Carosone, Bruno Venturini, Massimo Ranieri, Renzo Arbore, Domenico Modugno, Dalida, Frank Sinatra, Enrico Caruso, Andrea Bocelli, Mario Merola, il Re della Sceneggiata, Enzo Gragnaniello, Teresa De Sio, Gigi D’Alessio, Gigi Finizio, Nino D’Angelo, Lina Sastri, Gloriana, Sal Da Vinci, Pino Daniele.

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Chi non ha mai ascoltato canzoni come “Torna a Surriento”, “Maruzzella”, “Caruso”, “Tu si na cosa grande”, “Era de maggio”, “Na sera e maggio”, “I’ te vurria vasa’”, “A rumba de scugnizzi”, “Indifferentemente”, “Luna caprese”, “Munastero e Santa Chiara”, “Tu vuo fa’ l’americano”, “O’ Zappatore”, “Lacreme napulitane”, “Anema e core”, “O’ paese do sole”, “Te voglio bene assaje”, “Luna rossa”, “Resta cu mme”, “Dicitencello vuje”, “Dduje paravise”, “Tu ca nun chiagne”, “A città e pulecenella”, “Comme facette mammeta”, “Tammurriata nera”, “‘E spingole frangesi”? Per risalire alle radici di quella che sarà la musica “pop” partenopea bisogna tornare al Medioevo, durante il regno di Federico II. A quei tempi il Vomero non era ancora un popoloso quartiere di Napoli, ma un colle rigoglioso di faggi e castagni punteggiato da casali e da lavandaie che intonavano “villanelle” (così venivano chiamate le canzoni agresti a tema amoroso cantate a più voci) e note appunto come Canti delle lavandaie del Vomero. Di qualche tempo più tardi è Michelemmà, storia di una ragazza rapita dai pirati saraceni durante una delle frequenti scorrerie sul litorale campano (Michela a mare), canzone a ballo dal ritmo allegro nella quale si scorgono i caratteri tipici della tarantella. A Piedigrotta, nel 1839, viene presentata una canzone che ben presto diventerà un “tormentone”, si tratta di Te voglio bene assaje, pezzo che ebbe un successo travolgente (se ne venderanno subito 180.000 copielle, fogli con il testo della canzone stampato), che veniva cantata e fischiata davvero da tutti, al punto da indurre qualche napoletano a lasciare la città per non rischiare di impazzire. Sulla nascita di questo brano fiorirono molti aneddoti, chi raccontò che il Sacco, affermato rimatore salottiero napoletano improvvisasse questi versi nei riguardi di una signorina con la quale aveva avuto una relazione, chi attribuì la musica a Donizetti. Il brano rappresenta l’atto di nascita della canzone italiana d’autore. Ma oltre al successo, questo pezzo ha il merito di lanciare l’usanza di diffondere i nuovi pezzi in occasione della festa della Vergine. Il 7 settembre di ogni anno, quindi, alla festa della Natività di Maria, in mezzo a carri festanti e luminarie, si presentano al pubblico i nuovi brani che gli artisti hanno preparato per la stagione. Nasce così il Festival di Piedigrotta, precursore del Festival di Sanremo, che darà successo a pezzi quali Funiculì Funiculà, ‘E spingole frangesi, ‘O sole mio.

Vediamo nel dettaglio la storia di alcune tra le più celebri canzoni napoletane, che spesso vengono accompagnate dal magico suono del mandolino.

O Surdato ‘nnamurato è stata scritta ai tempi della prima guerra mondiale da Aniello Califano e descrive la nostalgia di un soldato napoletano mandato al fronte, costretto a stare lontano dalla donna che ama e dalla sua città. Core ‘ngrato è invece stata composta da un emigrato calabrese, Alessandro Sisca. Il brano affronta la tematica dell’amore non ricambiato in toni fortemente drammatici ed è rivolto ad una donna (Catarì, Caterina) che ha preso e ferito irrimediabilmente il cuore dell’artista. Reginella, la canzone preferita dall’attrice Anna Magnani, fu scritta nel 1917 da Libero Bovio. Anche in questo caso al centro del testo poetico vi è il tema dell’amore sfiorito. L’artista rievoca i momenti più belli della sua storia d’amore vissuta con la sua donna. “O’ Cardillo” cui si fa riferimento, sarebbe un uccellino che cinguettava nei giorni felici della coppia e che ora che Reginella non c’è più, è libero di volare via. L’immenso Antonio De Curtis, in arte Totò, nel 1951 presta la sua arte al mondo della musica napoletana scrivendo la canzone Malafemmena, dedicata a sua moglie Diana, che era venuta meno al loro patto matrimoniale, dopo che Totò l’aveva nuovamente tradita. O’Sole mio è la canzone napoletana più famosa nel mondo. Scritta nel 1898 dal cronista Giovanni Capurro, fu musicata da Eduardo Di Capua nella città di Odessa. Entrambi gli autori morirono di stenti e non seppero mai di aver regalato al mondo uno fra i pezzi più belli della musica napoletana. Il testo di O’sarracino, scritto da Renato Carosone e Nisa nel 1958, descrive un affascinante napoletano a cui le donne non sono in grado di resistere. Don Raffaè è stata scritta da Massimo Bubola e Fabrizio De Andrè, un veneto e un ligure, ma riprende fedelmente uno dei temi cari al repertorio napoletano, la vita in carcere. Il punto di vista è però quello di un secondino, al servizio del boss “don Raffaè”, una figura ispirata al camorrista Raffaele Cutolo, a cui domanda un lavoro per il fratello disoccupato, poiché lo stato se ne disinteressa. Il tema centrale di Funiculì Funiculà, composta e scritta da Luigi Denza e Peppino Turco, celebra l’inaugurazione della funivia del Vesuvio del 1879. Cu’mme è stata scritta nei primi anni ‘90 da Enzo Gragnaniello ed è interpretata da Roberto Murolo e Mia Martini. Non ha una storia secolare come le altre canzoni, ma la musica e le parole regalano emozioni che arrivano dritte al cuore. Santa Lucia è la prima canzone in dialetto napoletano tradotta in italiano. Scritta nel 1849 da Teodoro Cottrau, racconta di un barcaiolo che invita la gente a fare un giro sulla sua imbarcazione e ad ammirare le bellezze del rione marinaro di Santa Lucia. Il brano è stato esportato in America e in Scandinavia dove, tradotto nella lingua di appartenenza, è divenuto un classico. La versione più celebre è quella cantata da Enrico Caruso. Voce e’ notte fu scritta nel lontano 1903 dal poeta Edoardo Nicolardi. Il testo della canzone descrive le vicende dello stesso poeta innamorato della bella e giovane Anna costretta dal padre a sposare un ricco signore di trentacinque anni più grande di lei.

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Infine il teatro, una delle più antiche e conosciute tradizioni artistiche della città.

Il teatro napoletano pre-Novecento fu sostanzialmente legato alla maschera di Pulcinella. Il personaggio nacque verso la fine del Cinquecento dall’attore Silvio Fiorillo, e fu portato in scena ad inizio Seicento dall’attore Andrea Calcese. Pulcinella rappresenta da sempre il modo tutto napoletano di vedere il mondo, personaggio di umile rango sociale che, grazie alla sua furbizia e alla sua arte di destreggiarsi in qualsiasi situazione, riesce in qualche modo ad averla sempre vinta. Importante, per il teatro napoletano, è il modo in cui è “rielaborato” a partire dall’Ottocento. L’ultimo, e forse il più grande interprete di Pulcinella, fu infatti  Antonio Petito, che lo trasformò da servo sciocco a cittadino napoletano per antonomasia, furbo e burlesco, modernizzandolo e permettendone così la sua trasformazione ad opera di Eduardo Scarpetta, che ebbe il compito di impersonare nella compagnia di Petito, Felice Sciosciammocca, sostenitore comico di Pulcinella. Alla morte di Petito, e con la scomparsa del personaggio di Pulcinella, Scarpetta si fece interprete del cambiamento di gusti del pubblico napoletano. Eliminò quindi definitivamente la maschera introducendo personaggi della borghesia cittadina che mantenessero però immutati i caratteri farseschi della tradizione. Le sue commedie su Felice Sciosciammocca (come ad esempio “Il medico dei pazzi” o “Miseria e nobiltà”) ottennero un enorme successo a Napoli. L’epoca d’oro del “cafè-chantant” a Napoli coincise con i grandi successi delle più spigliate canzonettiste, tra queste vanno citate Elvira Donnarumma, detta ‘a capinera napulitana, e Gilda Mignonette. Tra gli attori teatrali più importanti ricordiamo Raffaele Viviani, che nelle sue opere mise in scena la plebe, i mendicanti, i venditori ambulanti: un’umanità disperata e disordinata che vive la sua eterna guerra per soddisfare i bisogni primari; i tre più celebri fratelli del teatro italiano, Eduardo De Filippo, Peppino De Filippo e Titina De Filippo, che iniziarono giovanissimi a calcare le scene e nel 1931, dopo aver formato una loro compagnia teatrale, esordirono insieme con l’atto unico “Natale in casa Cupiello”. Eduardo De Filippo nel Dopoguerra raggiungerà un successo clamoroso con le commedie Napoli Milionaria e Filumena Marturano ambientate in una Napoli disillusa al termine della Seconda Guerra Mondiale, che s’imposero su scala anche internazionale. Più sul burlesco si allineò invece Peppino, abbandonando per vari screzi Eduardo e lanciandosi spesso in compagnia di un mito del cinema italiano, Antonio De Curtis, detto Totò, in memorabili commedie e giungendo persino sul punto di fondare una propria compagnia di prosa “La compagnia teatrale italiana”. Negli anni Sessanta, per la trasmissione televisiva “Scala reale”, Peppino De Filippo interpretò il personaggio “Pappagone”, che divenne una maschera del teatro napoletano. Titina invece, rimasta col fratello Eduardo, si affermò nel ruolo di Filumena Marturano. E poi c’è il sopracitato Totò, attore simbolo dello spettacolo comico in Italia, soprannominato «il principe della risata». Come non ricordare i suoi innumerevoli film, tra cui “I tartassati, “Totò, Peppino e la malafemmena”, “Siamo uomini o caporali”, “L’Oro di Napoli”, “Totò sceicco”, “Napoli milionaria”, Totò a colori”? Totò fu l’attore farsesco, ma anche l’attore della commedia a sfondo realistico e supremo interprete tragico, insomma un vero e proprio mito, uno dei più grandi attori della storia del cinema e del teatro italiani. Tra i tantissimi interpreti del teatro napoletano vanno menzionati anche Gustavo De Marco, Pupella Maggio, Carlo e Aldo Giuffrè, Nino Taranto, Roberto De Simone, Massimo Troisi, Isa Danieli.

Napoli è anche la città del regista premio Oscar per “La Grande Bellezza” Paolo Sorrentino, la città a cui la mitica Sofia Loren è legatissima e nella quale ha girato molti film, da “L’Oro di Napoli” al recentissimo “Voce umana” diretta da suo figlio Edoardo Ponti.

Napoli è tutto questo e molto di più, ma per scoprire fino in fondo la sua bellezza la cosa migliore è andare a visitarla.

F.M.

 

 

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