INTERVISTA CON FEDERICA ANGELI, AUTRICE DEL LIBRO “A MANO DISARMATA”

Si può scegliere di voltare lo sguardo dall’altra parte e stare zitti, oppure di parlare, di raccontare attraverso la propria voce e la propria penna, di denunciare. E’ quello che con coraggio ha fatto Federica Angeli, giornalista di cronaca nera per Repubblica, moglie e madre di tre bambini, che da cinque anni vive sotto scorta. Siamo a Ostia, nel 2013. Due spari nella notte, le finestre che si aprono e subito dopo un grido: «Tutti dentro, lo spettacolo è finito!». Tra gli abitanti di quei palazzi c’è anche Federica Angeli, che da tempo si occupa dei clan locali e ha subìto gravi minacce, ma crede che l’altra faccia della paura sia il coraggio. Se i vicini rientrano obbedienti al comando del boss, lei decide di denunciare ciò che ha visto. Dal giorno dopo la sua vita cambia completamente: per la sua incolumità le viene assegnata una scorta, eppure nessuna intimidazione fa vacillare la sua fede in un noi con cui condividere la lotta per la legalità. Grazie a lei e al suo lavoro, il 25 gennaio 2018, sono stati arrestati 32 capi e affiliati al clan degli Spada.

Federica Angeli ha raccontato la sua storia e la sua sfida alla malavita nel libro “A mano disarmata” edito da Baldini & Castoldi. La testimonianza di una donna normale che seguendo quei valori fondamentali quali la ricerca della verità, l’onestà, la giustizia e l’etica, che dovrebbero essere propri di ogni giornalista e non solo, ci insegna che tutti noi possiamo fare qualcosa per cambiare questo mondo in meglio. Basta decidere di stare dalla parte giusta e non abbassare mai la testa, non piegarsi all’illegalità e alla prepotenza.

Abbiamo avuto il grande piacere di intervistare Federica Angeli, che ringraziamo per la disponibilità, in occasione della presentazione del libro alla Feltrinelli di Milano.

Ciao Federica, leggendo il tuo nuovo libro “A mano disarmata” il messaggio che arriva è: “se io che sono una donna, madre, moglie, sono riuscita a non voltare lo sguardo dall’altra parte e denunciare, chiunque può riuscirci”… 

“Era proprio il messaggio che avevo in mente mentre scrivevo le pagine di questo libro. Purtroppo vedo che nelle persone, ad esempio quando c’è stato lo scontro a fuoco sotto casa mia e chi era presente è rientrato nella propria abitazione e ha abbassato la tapparella, c’è una rassegnazione, un dire “il mondo è in questo modo e va bene”. Per me questa cosa non esiste, non è detto che le cose debbano rimanere così. Quindi se una persona normale come me è riuscita a non voltare lo sguardo ma a denunciare, tutti possono arrivare a farlo, perché tecnicamente siamo molti più noi della mafia”.

16 luglio 2013, è la data in cui tutto è cambiato. Da quel giorno vivi sotto scorta. Cosa ti manca di più della tua vita precedente?

“La libertà di scegliere quando aprire la porta di casa e uscire, io devo pianificare le giornate e comunicare il giorno prima gli orari di uscita e di entrata alla scorta e i miei impegni, addirittura sono cinque anni che non guido più la macchina e questo mi manca tanto, ma soprattutto quello che più mi ha fatto soffrire sono i no che ho dovuto dire ai miei figli a cui dedico una lettera alla fine del libro. Anche comportamenti semplici che qualsiasi madre fa, come rincorrere per strada all’improvviso i propri bambini, oppure accompagnarli la notte all’ospedale, esserci quando si sono sentiti male, e invece non è stato possibile. Oppure decidere in quale posto sedermi al ristorante, una cosa di una banalità unica. Chi ha la libertà magari non pensa a queste piccole cose ma quando non puoi più farle ti mancano”.

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Proprio per dare ai tuoi figli una vita il più normale possibile hai utilizzato la tecnica del gioco ispirandoti al film “La vita è bella” di Benigni per gestire anche le situazioni più difficili e pericolose… 

“E’ stata una delle parti più difficili mantenere il sorriso con i bambini, naturalmente a loro non doveva arrivare così, come era arrivata a me e a mio marito che siamo adulti e possiamo comprendere appieno la situazione, la violenza e la cattiveria di questi clan ma doveva arrivare un messaggio rassicurante, cioè che avevamo quattro persone in più accanto a noi, che erano i miei carabinieri ma in realtà erano degli autisti. Quindi piano piano ho cercato di far capire loro come stavano le cose e anche quando ci sono state le varie intimidazioni, come la benzina sotto la porta di casa, per loro è stato un gioco. Forse, tutto sommato, è stato anche un modo per esorcizzare e scrollarmi di dosso le paure. Utilizzare la tecnica del gioco ha fatto bene anche a me, però non ti nego che mantenere il sorriso quando la paura ti prende la gola è stato abbastanza complicato”.

Avresti potuto scegliere di andartene da Ostia, invece hai deciso con grande coraggio di restare in questa città. C’è stata solidarietà da parte degli altri abitanti del quartiere?

“In una fase iniziale a Ostia ero vista come il diavolo, quella che aveva additato e messo l’etichetta di mafia a una cittadina che viveva nell’ombra, e che è venuta alla ribalta delle cronache improvvisamente. Quindi la colpevole ero io. I primi due anni sono stati abbastanza duri, vedevo le smorfie dei commercianti quando entravo a bere un caffè o quando andavo dal fruttivendolo, come scrivo nel libro, anche gli abitanti del mio palazzo erano infastiditi dalla presenza della scorta, dei carabinieri, non erano molto solidali. Piano piano poi le persone hanno iniziato a risollevare la testa, sapevo sarebbe stata solo questione di tempo, perché se è vero che dagli errori del passato la storia ci deve insegnare qualcosa osservando anche il percorso di tanti personaggi, eroi normali che hanno pagato con la loro vita, in una fase iniziale c’è stata sempre una delegittimazione che laddove non si è riuscita a rompere, a scardinare, ha portato alle tragedie. Quindi uno degli step per far capire alle persone chi sono io, il mio percorso e la mia lotta era quello di resistere alla fase dell’attacco o dell’isolamento”.

Sei l’unica giornalista italiana ad occuparsi della mafia romana. Il fatto di essere una donna ha costituito un ostacolo o è stato fonte di pregiudizi, visto che solitamente queste tematiche sono seguite da giornalisti uomini?  

“Io credo che in termini di credibilità sociale, intendo dalla gang al mondo del giornalismo e alla magistratura, il fatto di essere donna abbia rallentato tantissimo la presa di coscienza del fenomeno perché nell’immaginario della cosiddetta società civile la donna è emotiva. Il fatto che mi avessero minacciata dicendo ti sparo in testa poteva essere visto come “si è impressionata Federica, ma forse non era così”. Quindi c’è voluto più tempo. Anche i clan non credevano che attaccando e minacciando i miei figli io potessi resistere, hanno giocato molto sul mio ruolo di madre e di donna per farmi smettere. Per loro era impensabile che io potessi sfidarli e quindi oltre agli insulti classici hanno aggiunto anche quelli un po’ più sessisti. Però dopo cinque anni finalmente oggi  credono tutti a quello che dicevo”.

C’è stato un momento in cui hai pensato di gettare la spugna?

“Come racconto nel libro i momenti che mi hanno fatto riflettere sulla possibilità di gettare la spugna sono stati quando la benzina è entrata sotto la porta di casa e quando hanno dato fuoco alla macchina di mia sorella, del mio avvocato, nonchè il liquido infiammabile messo nel locale dove di solito vado a mangiare. Quando ho capito che potevano toccare i miei affetti creando isolamento, generando paura in loro, ho pensato che non ne valesse più la pena, però poi ha prevalso la voglia di andare avanti, anche perché mollare una sola volta vuol dire cancellare tutto quello che hai fatto prima, abbassare la testa una sola volta implica la vittoria di queste persone e non potevo permetterlo”.

Proprio il fatto di aver raccontato nel libro anche le tue fragilità, le tue paure, fa sì che il lettore ti veda come sei, nella tua normalità di madre, donna, giornalista… 

“Volutamente ho scelto di raccontare anche i miei momenti difficili, di sconforto, altrimenti sembrerei una wonder woman, invece sono una persona normale, che piange, che è attraversata da sentimenti comuni a tutti, come la rabbia, la solitudine, la paura, l’angoscia, l’ansia, come quando ho cercato di abbassare il finestrino dell’auto blindata e non si poteva. Sono situazioni complesse ma si superano non perdendo di vista l’obiettivo e quindi tutto ciò che cerca di distrarti, la delegittimazione, la politica che ti attacca, sono comunque distrazioni dall’obiettivo che è quello di debellare la mafia. Penso di esserci più o meno riuscita”.

Ora “A mano disarmata” diventerà un film…

“Sì, i diritti sono stati comprati dal produttore e regista Claudio Bonivento. Questo film, ci tengo a dirlo, non sarà né Suburra né Gomorra, la sceneggiatura sarà molto fedele al libro. Gli Spada ci saranno solo in due scene per cui non ci sarà nessuna esaltazione del male ma sarà la storia di una donna normale e l’antagonista a sorpresa sarà non il clan ma mio marito che cerca, come in una famiglia normale, di ristabilire il giusto contrappeso per la sicurezza dei nostri figli”.

di Francesca Monti

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