MITO2018: i concerti del 15 settembre

Sabato 15 settembre, ore 21, il Teatro alla Scala riapre i suoi battenti per accogliere, in seno a MITO SettembreMusica, il concerto dell’Orchestradell’Accademia della Scala diretta da una leggenda vivente del podio, Vladimir Fedoseyev, direttore artistico e direttore principale della Radio Symphony Orchestra di Mosca dal 1976 e direttore ospite delle maggiori compagini internazionali, tra cui la Tokyo Philarmonic Orchestra e l’orchestra del Teatro d’opera di Zurigo. Danzerà sulla punta del suo settecentesco violoncello David Tecchler, in un’ideale pas de deux strumentale ciaikovskiano, la giovane polistrumentista (è anche pianista) Miriam Prandi.

Il programma prende le mosse dalla prima Suite di balletto op.84 di Dmitri Šostakovič. Il lavoro, assemblato in questa forma nel 1949 dall’amico Lev Atomyan, attinge a piene mani dalla limitata produzione di balletti (tre soli) scritti da Šostakovič negli anni ‘20 e ’30 del Novecento, secondo l’evidente intento di offrire musiche di scena e colonne sonore “vicine al popolo”, e ad altre pagine di opere che Šostakovič aveva scritto anni o decenni prima. Le parti tratte da Il Limpido ruscello, ambientato in una fattoria gestita dal popolo e Il bullone (del 1931), tra cui un faceto Waltz-Humoresque, sono state assemblate, tra altri brani riconoscibili, al suggestivo Valzer lirico già composto da Šostakovič per la sua prima Suite per orchestra jazz del 1934. Se non è lo Šostakovič drammatico, enigmatico e potente delle sinfonie, questa musica trasmette un’energia colorata e apparentemente sempre ilare, dietro al quale si cela un sogghigno caustico nel riproporre pagine un tempo avversate dal regime sovietico imperante, contando forse sulla memoria breve dei suoi censori.

Gli appassionati del Lago dei cigni sanno come la più cantabile melodia di Čajkovskij possa diventare il perfetto sostegno per la danza e ascoltando alcune delle Variazioni su un tema rococò per violoncello e orchestra op. 33 è facile chiudere gli occhi e immaginarsi un intenso pas de deux; accade per esempio nella settima, in cui il tema squisitamente classico ed elegante che sorregge la composizione si espande in un’eloquenza appassionata e vagamente malinconica, sorretto da una trama orchestrale delicata come una trina. Composte nel dicembre del 1876, le Variazioni furono dedicate all’eccellente virtuoso del violoncello, Wilhelm Fitzenhagen, che le rimaneggiò – e pubblico in tale versione, asservita ai suoi propositi virtuosistici – senza molto riguardo alle intenzioni originarie. Sono qui presentate nella loro versione originale.

Aveva quattro anni Sergej Rachmaninov quando Čajkovskij compose le sue Variazioni e ne aveva dunque quarantaquattro, ed era un compositore noto e rispettato in patria e fuori, allo scoppio della Rivoluzione che lo indusse a lasciare la Russia e intraprendere, come chance migliore per mantenere se stesso e la sua famiglia, la carriera concertistica. Già dagli anni Venti figurava fra i più acclamati pianisti della scena americana, ma le sporadiche nuove composizioni che presentò furono accolte per lo più con indifferenza e talvolta con dichiarato dissenso, la sua fama d’autore restando legata alle musiche scritte in Russia prima del 1917, fra cui i primi tre celebri concerti per pianoforte. Eppure Rachmaninov non rinunciò a tornare periodicamente alla scrittura e nel 1941 furono eseguite per la prima volta, a Philadelphia con la direzione di Eugène Ormandy, le Danze sinfoniche che col numero 45 chiudono il catalogo delle sue opere e costituiscono una sorta di testamento spirituale: qua e là, Rachmaninov lascia affiorare rimandi diretti ad altre sue pagine, dalla celebre Serenata, tanto spesso suonata come bis, alla seconda suite per due pianoforti, alla seconda e alla terza sinfonia. Nell’ultima delle tre danze interviene sul finale anche il tema del Dies Irae gregoriano, un tema che percorre come un filo rosso molte altre pagine di Rachmaninov e che qui sembra offrirsi come una chiave di lettura a ritroso dell’intera composizione: permeata, nonostante la variopinta tavolozza orchestrale e l’impeto ritmico che irrompe all’inizio della prima danza, con una serie di accordi spavaldi e sferzanti, di una nostalgia pacata e riflessiva che è forse il vero elemento di fascino della composizione.

Il concerto è preceduto da una breve introduzione di Gaia Varon.
Il testo si avvale del contributo musicologico di Gaia Varon.

 

Sabato 15 settembre, alle 17, al Piccolo Teatro Studio Melato, ritroviamo in cartellone a MITO SettembreMusica Vanni Moretto al timone dell’Atalanta Fugiens. Dopo essersi occupato a lungo in particolare di sinfonia milanese del Settecento e, più in generale, di repertorio e prassi strumentale settecenteschi italiani, il direttore d’orchestra, compositore e violonista salpa verso nuovi orizzonti e territori da scoprire, sull’onda di una domanda: quanto è stata importante l’evoluzione delle numerose forme di danza – minuetti, gighe, siciliane, allemande, gavotte, i balli popolari contadini, Ländler e addirittura Tarantelle – ai fini della definizione della forma, classica per eccellenza, della Sinfonia? E quanto l’innesto di movimenti e di stilemi di danze, di varia estrazione, avrebbe potuto determinare sull’evoluzione di tale modello, giunto (non intatto) fino ai nostri giorni, esiti formali molto diversi?

Una prima risposta ci arriva da Georg Philipp Telemann, uno degli autori più prolifici di tutta la storia della musica e lavoratore infaticabile il cui tematismo non assumeva ancora quella particolarità definitiva e assoluta che troveremo poco dopo. La sua invenzione pittoresca e timbrica, più vicina alle buone maniere di una galanterie capace di trasformare il linguaggio musicale in elegante conversazione – tutta equilibrio e sofisticatezza – la ritroviamo in questi estratti da varie suite che riportano in bell’ordine tre colonne portanti della danza sei-settecentesca: Gavotta, Minuetto e Polonaise, per concludersi con un giocoso Mezzetin en turc di palese ispirazione mediorientale.

Una seconda risposta riecheggia nell’aggraziato Minuetto della Sinfonia in fa maggiore KV 112 scritta da Mozart proprio a Milano il 2 novembre del 1771: nell’insieme un pezzo unico da concerto, privo di obblighi funzionali e forse proprio per questo segnato da una grande felicità inventiva. Fu probabilmente eseguito assieme al Divertimento KV 113 durante un’accademia, tenutasi nel palazzo del tesoriere arciducale Albert Michael von Mayr.

Ma se il Minuetto (sia pur trasformato nell’Ottocento romantico in uno Scherzo vorticoso) ribadisce in qualche modo la sua presenza parentale all’interno della sinfonia, non possiamo dire lo stesso a proposito della Giga: ben più arcaicizzante e démodé, con l’eccezione di piccole sacche geografiche della storia d’Europa. E la giga della Sinfonia in sol maggiore ci riporta in voga la figura del cremonese Giovanni Battista Serini: violinista e compositore attivo in Germania alla corte di Bückeburg, quindi a servizio dell’ambasciatore inglese a Venezia, autore di sonate per clavicembalo, concerti e persino mottetti sacri.

Ma che la forma sinfonica fosse un campo aperto a possibilità eterogenee lo dimostrano anche due movimenti (non dichiarati come tali) di Ländler e Allemande presenti nella Sinfonia in la maggiore di Jan Křtitel Vaňhal. Compositore ceco aperto agli influssi europei (compirà un viaggio in Italia negli stessi anni di Mozart, dal 1769 al 1771) Vaňhal peraltro venne parecchio influenzato dal burrascoso Sturm und Drang attraverso silenzi, pause improvvise e ampi salti della melodia.

Due altri casi istruttivi arrivano da altrettanti autori italiani. Il primo, Melchiorre Chiesa, (nato forse a Firenze, ma secondo altri a Milano) con una Sinfonia in re maggiore che si apre citando palesemente una danza popolare contadinesca. Stimato maestro di cappella in alcune chiese della città come San Satiro, San Giorgio al Palazzo, Santa Maria Fulcorina e Santa Maria alla Scala, quindi dal 1770 secondo maestro al cembalo di quel fatidico Teatro Ducale dove approderà Mozart con il suo Mitridate re del Ponto. L’altro invece è il milanesissimo Giovanni Battista Sammartini, qui presente con una Siciliana dalla sua Sinfonia in do maggiore. Di lui conosciamo i legami con la Milano allora al centro della vita musicale europea – la spagnola e quella dei fratelli Verri – ma anche la frequente allusione a modi galanti nelle fioriture e nelle indicazioni di tempo. Non solo, pure l’importanza attribuita al contrappunto, come modello strumentale e laico: tanto che avrà tra i suoi allievi il grandissimo Gluck, sarà conosciuto e ammirato dai Mozart padre e figlio nel loro viaggio a Milano del 1770 e chiuderà la sua vita meritandosi l’appellativo di “vero predecessore di Haydn”.

E proprio Haydn fa capolino con un bell’esempio di Minuetto, tratto dal Quartetto in fa minore Hob. III:35 che fa parte dell’opera 20. Siamo dunque nel biennio 1771/1772, quando il musicista era ormai da una decina d’anni a servizio come Kapellmeister alla corte dorata degli Esterházy. Ma è l’ultimo scorcio dell’impaginato a meritare davvero un plauso generale per la scelta, visto che ci imbattiamo in un’irresistibile Tarantella tratta dalla Sinfonia in sol minore di Nicola Antonio Zingarelli. Un brano piuttosto tenebroso e impegnato, quasi una risposta esplicita alla corrente stürmisch del tipico sinfonismo, in un sol minore che testimonia il consapevole impegno orchestrale di questo autore. Tipica figura di operista napoletano, Zingarelli coglierà il suo più importante successo con Giulietta e Romeo nel 1796, tracciando un solco che più tardi sarà foderato dagli esempi sublimi di Bellini e Mercadante.

Il concerto è preceduto da una breve introduzione di Gaia Varon

Il testo si avvale del contributo musicologico di Luigi Di Fronzo.

Prosegue la programmazione di MITO SettembreMusica 2018 pensata dal direttore artistico Nicola Campogrande per un pubblico di bambini e i ragazzi, in scena al Teatro Bruno Munari, sempre in doppia replica (ore 16 e ore 18). Sabato 15 settembre, Debora Mancini presenta il suo nuovo spettacolo, commissionato appositamente dal festival, Un Viaggio a piedi nudi, che narra del percorso compiuto da due bambine, giovani e inermi (“a piedi scalzi”) alla scoperta del mondo e del loro gioco, per allenarsi al vivere adulto. Un percorso dentro le emozioni, che nella musica, nelle parole e nella danza mostrano la loro natura.

Attraverso il gioco simbolico di ruolo, le due piccole protagoniste – Emma e Matilde – intrecciano relazioni e svelano tutti i personaggi in commedia. Il loro letto diventa una nave, il lenzuolo una vela, ed esse salpano per un viaggio in musica attraverso il mare, naufragando su di una terra sconosciuta, per scoprire le storie antiche e la memoria di tanti popoli attraverso le danze tradizionali.  Alla fine del viaggio Emma e Matilde si troveranno unite e forti nell’essere sorelle “a piedi nudi”.

Infine, domenica 16 settembre, terzo di tre programmi dedicati ai più piccoli da MITO anche la trilogia che lo storico collettivo artistico Kinkaleri ha dedicato alla riscrittura per il pubblico dell’infanzia  di alcune opere di Giacomo Puccini, tra cui Turandot, da cui la compagnia trasse Nessun Dorma (2010) e Madama Butterfly, da cui nacque lo spettacolo omonimo presentato a MITO SettembreMusica nel 2017.

I Love You TOSCA non è una semplice riduzione del capolavoro di Giacomo Puccini su libretto Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, ma una sua rigorosa riscrittura, tesa a ritrovare la carica emozionale e la temperatura dell’impatto con il pubblico che ha caratterizzato l’incontro dell’opera, ispirata al dramma di Victorien Sardou, con il suo pubblico originario. E se il sapore della storia, dell’amore impossibile tra Tosca e Cavaradossi, contrastati dal perfido Scarpia, ci porta inesorabilmente indietro nel tempo è grazie alle musiche di scena di Chick Corea, Arvo Pärt, Béla  Bartók, György Ligeti, Petro Iturralde, Giovanni Sollima, Daniele Longo e Richard Galliano che lo spettacolo riesce a ritrovare e a parlare ad una sensibilità moderna.

In scena Marco Mazzoni, performer, che accoglie e rappresenta simultaneamente tutti i personaggi maschili (Angelotti, Cavaradossi, Scarpia), insieme al soprano Yanmei Yang (Tosca), con la potenza del recitar cantando, agiscono il dramma facendo leva sulla miracolosa forza della fantasia creatrice dell’infanzia. A loro disposizione alcuni parallelepipedi in lattice, sullo sfondo un palco opalescente, che essi assemblano e modificano durante lo svolgersi dello spettacolo assecondando le esigenze della drammaturgia. Durante lo spettacolo  sono  previste  improvvisazioni musicali di  Mario  Marzi (sax) e Daniele  Longo (pianoforte).

Raccontano Massimo Conti, Marco Mazzoni e Gina Monaco, autori dello spettacolo: «Le trasformazioni dei personaggi a contrasto con la loro sanguigna e cruda realtà diventano un vero e proprio atto di magia. Un mantello cela e svela i personaggi, li trasforma e li rende presenti come solo il gioco serio di ogni bambino conosce. Lo spettacolo si sviluppa nel tentativo di non nascondere nessun avvenimento, per quanto scabroso possa essere, al fine di trasformarlo in esperienza del teatro, luogo in cui le emozioni si amplificano di pari passo con il livello di finzione».

 

 

Che Antonio Ballista abbia lo swing è cosa nota. Allo Spazio Teatro 89, sabato 15 settembre, ore 21, presenta un incredibile programma pianistico, costituito soltanto di brani sincopati, tanto che, per il pubblico di MITO SettembreMusica, sarà difficile rimanere fermo sulle poltroncine.

Antonio Ballista, nella sua lunghissima carriera, si è contraddistinto per la sua instancabile curiosità e la sua indomabile fantasia, proponendo programmi ellittici, estrosi, serissimi, oppure divertentissimi, spesso, molto spesso, tinti di una sagace e sapida vena d’ironia. Non fa eccezione questo suo recital.

“Sincope” è una parola greca che traduciamo con spezzare, il cui etimo rimanda al verbo kopto: rompere, ma anche percuotere. In musica in realtà si tratta di una mancata “percussione”: un suono viene fatto incominciare dove non c’è accento e lo si prolunga ove dovrebbe cadere l’accento. Di conseguenza, l’accento, che pure dovrebbe esserci, non viene marcato. Un bell’espediente questo dell’accento mancato e mancante per far ballare la gente.

I cosiddetti “ritmi sincopati” hanno fatto danzare generazioni e generazioni prima (Les Barricades mystérieuses
 dal Second livre de pièces de clavecin, VI Ordre di Couperin sta qui a testimoniarlo) e dopo il ragtime, genere questo attorno al quale ruota il programma dell’intero concerto. Naturalmente non tutte le “sincopi” servono a far muovere le gambe. Beethoven (scrivendo la Sonata in do maggiore op. 2 n. 3) e Ravel (Gaspard de la nuit) non pensavano certo a questo.

Hindemith, in Ragtime da Suite 1922 usa il ragtime come un pretesto allo stesso modo di Stravinskij, in Piano-Rag Music sapendo entrambi, come aveva scritto appunto Ravel, che il jazz va preso sul serio.
Debussy, dal canto suo, scrive in Children’s Corner un vero Cake-walk, danza che nasce nei medesimi anni e nel medesimo contesto del ragtime: la cultura afroamericana nel Sud degli Stati Uniti.

Nel 1916 Milhaud sbarca in Brasile, un’esperienza che segnerà tutta la sua vita musicale e da cui nascono Sorocaba, Copacabana, Ipanema dalla raccolta Saudades do Brazil. 
Nel 1930 Gershwin compone il musical Girl Crazy Tra i numeri c’è I Got Rhythm, un brano che diverrà lo schema della canzone per i jazzisti e non solo.

Una sincope dopo l’altra, quindi, si arriva ad oggi, ma questa è una storia che Ballista magari ci racconterà un’altra volta.

Il concerto è preceduto da una breve introduzione di Luigi Marzola.

Il testo si avvale del contributo musicologico di Fabrizio Festa.

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