MITO 2018: I concerti in programma il 18 settembre

Sebbene siano accomunati dall’attenzione ai ritmi, stilemi e gesti della danza. che scorrono tra le note, secolo dopo secolo, i programmi dei tre concerti in cartellone a MITO SettembreMusica martedì 18 settembre non potrebbero essere più diversi. Ma se il punto d’intersezione tra il concerto dell’Orchestra dell’Università degli Studi di Milano diretta da Alessandro Crudele, alle 17 in Aula Magna e la performance degli archi del Quartetto Tuva, alle 21 nella Chiesa di Santa Maria Rossa di Crescenzag,o cade sul comune interesse nei confronti sulla capacità della musica francese del Novecento di assorbire la metrica e la poesia della danza antica come nessun’altra, il concerto dell’Orchestra Suonar Parlante diretta dal violista Vittorio Ghielmi, alle 21 in Sala Puccini offre un punto di vista sull’immenso patrimonio musicale europeo davvero poco nota: quella degli intrecci tra la tradizione musicale colta e quella zigana, dal Sei-Settecento di Vivaldi, Telemann e Mozart, fino ai nostri giorni.

Alle 17, nell’Aula Magna dell’Università degli Studi di Milano, il concerto dell’Orchestra dell’Università degli Studi di Milano diretta da Alessandro Crudele intitolatoDanze Francesi è dedicato alla fioritura delle sue scuole compositive cui si assiste in Europa a fine Ottocento, con al centro Parigi e quella sua capacità specifica di combinare ancoraggio nella tradizione e grande interesse tanto nei confronti della musica popolare quanto delle musiche del vicino e lontano Oriente.

Vincitore del Prix de Rome, Claude Debussy (1862-1918) compone Danse, considerato il suo pezzo pianistico più importante tra le opere giovanili. Il titolo originale era Tarantelle Styrienne (1890), e lascia intuire che, oltre alle suggestioni del recente viaggio in Italia e al ritmo frenetico della tarantella, si mescolino i colori di altre culture, come quelle dei popoli slavi dell’Impero Austroungarico (la Stiria è una regione dell’Austria) e della musica russa, che Debussy aveva avuto modo di conoscere nei suoi recenti viaggi a Vienna e a Mosca. Trent’anni dopo, Maurice Ravel recupera questa pagina poco cono- sciuta e decide, come omaggio al compositore scomparso, di farne una versione orchestrale, aggiungendovi intensità ed energia.

Il manoscritto di Jack in the Box, musica per un balletto-pantomima del 1899, fu ritrovato dopo la sua morte insieme a diverse altre partiture, dietro il pianoforte dello squallido e disordinato appartamento dove Satie viveva. Il lavoro si compone di tre parti: Prélude, Entr’acte e Final. I tre brevi movimenti, solo apparentemente nella tonalità di do maggiore, perché in realtà posseggono una scrittura liberamente moderna con accordi complessi, e costanti reminiscenze delle antiche scale liturgiche, potrebbero quasi definirsi dei ragtime (Maple Leaf Rag di Scott Joplin, è dello stesso anno). L’anti romanticismo e l’anti wagnerismo di Satie, il suo indomito spirito di autodidatta ed il suo umorismo acre e corrosivo, prendono qui la forma di una musica che ha il sapore del circo e del vaudeville e si ispira alle influenze che arrivano dal nord America di queste nuove musiche. Fu poi Diaghilev a chiedere a Darius Milhaud, ad un anno dalla scomparsa di Satie ed in occasione dei sessant’anni dalla sua nascita, di farne una versione orchestrale.

Fu la concorrenza tra due case francesi costruttrici di strumenti musicali a permettere a due capolavori di prendere vita. Danse sacrée e Danse profane è una composizione del 1904 e fu commissionata dalla ditta di strumenti musicali Pleyel in occasione della commercializzazione dell’arpa cromatica, tecnicamente così complessa da risultare insuonabile. Per reazione, la casa concorrente Érard, sostenitrice convinta del vecchio modello a pedali, commissionò nel 1905 a Maurice Ravel un lavoro per questo strumento. Ne nacque Introduction et Allegro, per arpa, flauto, clarinetto e quartetto d’archi. Nella Danse sacrée l’arpa aggiunge un sapore pagano, a tratti esotico, all’andamento solenne degli archi a cui è affidata in apertura una melodia dal carattere liturgico. In questa unione di memorie arcaiche e profumi d’oriente sta una delle cifre principali della musica di Debussy; mentre nella Danse profane l’andamento lento di un valzer ricorda vagamente le Gymnopedie di Satie.

La Berceuse per arpa e archi, composta per l’Orchestre Pasdeloup e per l’arpista Marielle Nordmann, è stata eseguita per la prima volta nel febbraio del 2010. Scrive Pascal Zavaro: «Il mio intento era quello di comporre della musica drammatica, ma con un tocco d’ironia, ispirata ai pericoli che corre la vita di un bambino. Berceuse descrive gli incubi che possono disturbare i suoi sogni».
Proveniente da una famiglia d’artisti, Zavaro comincia gli studi musicali da autodidatta e completa la sua formazione alla Tohu Gakuen di Tokio, divenendo ben presto un esperto conoscitore delle percussioni giapponesi ed un virtuoso della marimba. Non è un caso quindi che il ritmo sia centrale nella sua musica, definita tattile e pulsante.

La Suite, il primo vero lavoro importante per pianoforte a 4 mani, risale all’inizio del 1889: Debussy la eseguì per la prima volta insieme all’editore e pianista Jack Durand in una sala privata. Ormai è diffusa la versione orchestrale di Henri Büsser, unico allievo di Charles Gounod. Si presti particolare attenzione allo splendido tema del Minuetto, dal sapore antico (modale).

Le Gymnopédie, una sorta di valzer lenti, costituiscono un gruppo di tre brevi composizioni pianistiche, e risalgono al 1888, quando Satie aveva ventidue anni. Debussy scelse solo la prima e la terza, definendo la seconda non adatta alla scrittura orchestrale. Si può dire che in un certo senso aprono la via a Debussy, con il loro gusto per le piccole forme, col loro linguaggio armonico modale, con il loro «tono di delicatezza, nuovo ed affascinante» (F.-Y. Bril).

Il concerto è preceduto da una breve introduzione di Gaia Varon.
Il testo si avvale del contributo musicologico di Luca Baldi

Alle 21, nell’Abbazia di Santa Maria Rossa di Crescenzago, Tuva Lettere intime, il secondo Quartetto per archi scritto da Janáček negli ultimi mesi di vita, illustra l’amore senile del compositore per la giovane Kamila. Le forti emozioni vissute suscitano nella sua fantasia un tessuto rapsodico e denso di contrasti, quasi un espressionistico flusso di coscienza. La struttura in quattro movimenti del Quartetto si allontana dalle forme della tradizione, pur restando armonicamente in un quadro tonale. L’Andante iniziale rievoca le impressioni del primo incontro con la ragazza, il secondo tempo gli avvenimenti di una vacanza con lei, il terzo il suo ritratto; il quarto movimento, infine, un riassunto della loro storia, intensa e agitata, languida e fremente, inno musicale all’amore che non conosce età.
Christian Mason è un giovane compositore inglese dal curriculum molto nutrito: studia presso il King’s College di Londra dal 2008 al 2012, vince premi internazionali, ottenendo esecuzioni in tutto il mondo. Tuvan songbook si ispira a quattro canzoni popolari del folklore di Tuva, repubblica ai confini con la Mongolia che fa parte della Federazione Russa. Il canto “armonico” locale – molto caratteristico – è ottenuto tramite costrizione della laringe: con questa tecnica si producono con la voce suoni simili a fischi, oppure risonanze molto gravi. I testi delle canzoni sono ispirati al vento della steppa, allo scorrere dei gelidi fiumi, al volo delle aquile.
Maurice Ravel studia per 14 anni con Gabriel Fauré, cui dedica nel 1903 il suo unico Quartetto per archi, in fa maggiore. Se in Jeux d’eau per pianoforte dell’anno precedente l’attenzione dell’autore è tutta rivolta al virtuosismo, nel Quartetto la sua vena compositiva si fa ancor più meditata: contrappunto e armonia si fondono in un unicum del quale non si ritrova eguale nella musica del Novecento. Nel primo tempo tre principali linee melodiche dialogano in una scrittura di limpida purezza. Il secondo movimento è giocato sulla varietà di ritmi e timbri. Nel terzo momenti di dolce cantabilità trasmutano in bruschi singulti. Il Finale è basato su una cellula di cinque note che costituisce il motivo portante (in 5/8) di una sorta di Rondò inframezzato da episodi lirici derivati dal primo movimento.

Il concerto è preceduto da una breve introduzione di Luigi Marzola.
Il testo si avvale del contributo musicologico di Giulio Castagnoli.

Alle 21, in Sala Puccini, al Conservatorio G. Verdi di Milano l’omaggio di Vittorio Ghielmi al Barocco Gitano. Nel 1704 Georg Philipp Telemann si trovava a servizio dal conte Erdmann von Promnitz, in Slesia, dove trovò il tempo per frequentare, oltre alle corti e ai salotti, ambienti certamente più popolari, in cui si faceva una musica che non esitò a definire di “barbarica bellezza”. Musica nelle osterie, intesa innanzitutto per accompagnare le danze ma, prosegue Telemann, «è impossibile descrivere le fantastiche idee musicali che questi musicisti presentano tra una danza e l’altra mentre i danzatori riposano». Ed ecco che dalla fascinazione per una musica diversa si accende nel compositore la scintilla della creazione: rimescolare le carte tra generi musicali, stili e aree geografiche sembra quindi essere un’esigenza che ogni musicista creativo, in ogni tempo, avverte e coltiva. E tale è l’orizzonte in cui si muove Vittorio Ghielmi, capace da anni di aggregare intorno a sé musicisti altrettanto curiosi e insofferenti alle etichette.

Nel Settecento europeo erano pure molto attivi, tra il Baltico e i Balcani, passando dalla regione carpatico-danubiana, complessi di musicisti zigani. Questi svolsero un’importantissima funzione di mediazione culturale, appropriandosi delle musiche che trovavano sul loro cammino e che via via innestavano sui propri repertori, restituendole in quel suono inconfondibilmente “euro-orientale” che avrebbe ispirato, nel tempo, musicisti come Haydn e Brahms. Musiche trasmesse di generazione in generazione che Ghielmi ha potuto scoprire a Sepsiszentgyörgy, in Transilvania. Lavorando su queste fonti Ghielmi ha costruito il resto del programma, chiamando accanto a sé la cantante Graciela Gibelli e il violinista Alessandro Tampieri, e musicisti legati alla cultura nomade, come Marcel Comendant, cymbalon, e Stanislav “Stano” Palúch, violino. Se talvolta, come nelle danze Czigany e Magyar, la proposta assomiglia a un documentario che cerca di avvicinarsi il più possibile all’originale, altrove, come in Hayduk di Palúch, l’intervento del musicista creativo riplasma la materia come in un film d’autore. Un altro procedimento usato dai nostri musicisti è quello, molto “zigano”, di appropriarsi di musica nobile e trattarla appunto alla maniera gitana. È il caso di Scaramouches e di Vielle, entrambe tratte dal catalogo di Telemann e con ogni probabilità ascoltate originariamente dal compositore tedesco in una qualche bettola dell’Europa centrale (meglio allora parlare di riappropriazione). Musica colta ma con una pronuncia del tutto particolare è quella che ascoltiamo nell’Allegro scherzando del Concerto in sol maggiore per cembalo e archi del ceco Benda, in cui due autentici virtuosi, Shalev Adel al clavicembalo e il già citato Comendant al cymbalon, si dividono la parte solistica. Di grande suggestione anche il Grave dal Concerto in re maggiore di Vivaldi, detto “Grosso Mogul”, come i sovrani dell’omonimo impero dell’India orientale. Non si ha certezza del fatto che tale sottotitolo sia autografo, né di quale fosse la reale conoscenza di Vivaldi in fatto di musiche orientali; è certo invece che nell’arrangiamento di Tampieri e Comendant questa pagina manifesta una sorprendente somiglianza con certe melodie zigane. Discorso analogo per la Masura del tedesco Kirnberger, qui riproposta con grande risalto dei bassi di bordone, a far rivivere arcaiche cornamuse e ghironde della Masuria, la regione della Polonia nord-orientale in cui è nata appunto la mazurka. Nell’interpretazione vocale di Graciela Gibelli il programma propone anche alcuni canti raccolti e trascritti dai musicologi ai primi del Novecento. Essi appartengono alla tradizione orale dei gitani Lóvari, rom nomadi che parlavano la lingua vlax ed erano dediti al commercio del bestiame, in particolare dei cavalli. Alcuni di questi canti hanno una funzione narrativa e sono dotati di un testo vero e proprio: Sol páji pe luludjori (Lei annaffia un fiore) per esempio è tra questi. Altri, come Trana nanna, servivano invece per accompagnare la danza. In questo caso le parole non sono necessarie e il testo è qualcosa di molto simile a ciò che nel jazz si chiama “scat”, una successione di sillabe che sono puro suono, non significato.
Insomma, molte sono le storie che si intrecciano nei brani in programma, a dimostrazione ancora una volta di quanto la musica, tutta la musica, sia una valle di echi che si rincorrono e si alimentano l’un l’altra. Una ancora di queste storie vorremmo raccontare in chiusura ed è quella del curioso abbinamento tra Bihari e Mozart. János Bihari fu un grande violinista zigano, fondatore di una propria orchestra, ammirato tra gli altri da Beethoven e menzionato da Liszt nel suo libro sulla musica ungherese del 1883. Bihari è autore di un Adagio affettuoso o “Requiem per un figlio” che ci è stato tramandato in una trascrizione pianistica, utilizzata a sua volta nel 1878 dal virtuoso di violino Pablo de Sarasate nel suo Zigeunerweisen (Alla maniera zigana) op. 20 per violino e orchestra. Questa pagina è un lassú, ossia la tipica introduzione lenta che sfocia nel successivo friss, veloce e scatenato. Ebbene, i nostri musicisti hanno pensato che il friss più adatto a questo lassú doveva essere il Rondò del Concerto KV 219 di Mozart per violino. Il quale nell’episodio detto “alla turca” contiene appunto un elemento esotico che, opportunamente trattato, si trasforma in una sîrba, una danza tradizionale rumena. Ma non è finita, perché nelle acrobazie del violino di Stano non sarà affatto difficile sentire echi jazz di un altro violino, quello di Stéphane Grappelli, l’amico e sodale del chitarrista gitano Django Reinhardt.

Il concerto è preceduto da una breve introduzione di Gaia Varon.
Il testo si avvale del contributo musicologico di Nicola Pedone.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...