Al Cinema Spazio Oberdan di Milano LA CASA DEI BAMBINI, un film documentario di Francesca Muci, la vera storia dei ‘bambini di Selvino’, orfani scampati alla morte dei campi nazisti, rinati in Italia

Arriva nelle sale un racconto straordinario, che nasce dalla tragedia della Shoah e la restituisce a un esito di solidarietà e speranza. Una storia che ha avuto casa e corpo in Italia.
E’ la Storia di 800 bambini orfani a causa della macchina di morte dei campi di sterminio. Lì, nel buio della Storia, la brigata di genieri ebraici dell’esercito britannico, la Solel Boneh si impegnò affinché i bambini che avevano subito la perdita della famiglia potessero avere la possibilità di una ripartenza, di un sorriso, di una nuova vita. Per tre anni, dal 1945 al 1948, questi bambini furono ospitati calorosamente da Selvino, un piccolo comune lombardo, battezzato Sciesopoli in onore di Antonio Sciesa, un patriota risorgimentale. A Selvino, dove sorgeva una vecchia colonia dei balilla milanesi, Moshe Zeiri, il tenente direttore della colonia si impegnò affinchè sui volti dei piccoli ospiti, tornassero i sorrisi e una nuova vita.

E’ la storia de La casa dei bambini, il nuovo film documentario di Francesca Muci, nato da un’idea di Gady Castel e prodotto da Francesco Gesualdi per Camelot 2014, in associazione con istituto Luce-Cinecittà che è anche distributore del film nelle sale.
La Casa dei bambini verrà proiettato presso il Cinema Spazio Oberdan il 14 e il 17 febbraio a Milano, la città dalla cui comunità si mosse il primo passo per l’accoglienza dei ‘bambini di Selvino’. La regista Francesca Muci sarà presente alla proiezione del 14 febbraio ore 21.15.

Insieme al lavoro e alla bontà d’animo di tanti, a Sciesopoli si sperimentò uno straordinario metodo didattico rivolto ai ragazzi, che mescolava storia, tradizioni, recite teatrali e piccoli concerti. Zeiri infatti, da musicista, fece sì che l’attività di un coro diventasse il fulcro di attività culturali e di socialità. Accanto a lui Matilde Cassin ed Eugenia Cohen, figure cardine in questo percorso educativo nuovissimo, in cui cultura e società riuscirono a coesistere perfettamente nonostante le provenienze geografiche diverse dei ragazzi e, soprattutto, nonostante le indelebili esperienze traumatiche.  Si lavorò duramente per riprendere i ritmi di vita normale, le consuetudini giornaliere, la dimestichezza con le nuove lingue e, semplicemente, la capacità a dormire una notte intera indisturbati da incubi notturni.
Nella colonia nacquero amicizie, amori, piccole e future comunità; inevitabilmente si mescolavano le vite dei giovani ospiti a quelle degli abitanti del luogo. Certamente con la consapevolezza per tutti, che si trattava di un “momento”, che quel luogo era solo un luogo di transito verso la Terra Promessa.
Tra il 1946 ed il 1949, la maggior parte dei “bambini di Selvino” fu imbarcata sulla Motonave Rondine Enzo Sereni. Quasi tutti furtono accolti in Eretz Israel, nei kibbutz Tze’elim e Hanita. E tutt’ora vivono lì insieme come una grande famiglia, replicando il loro felice modello-Selvino.

Adesso, dopo tanto tempo, il film tenta di ritrovare il gusto di quei sapori, di quelle voci amiche. Ripercorre le aule, la mensa, i dormitori, i giardini e i colori di quei pomeriggi in montagna, gli insegnamenti di quei maestri armati del bisogno di non far sentire più soli i ragazzi.
Attraverso eccezionali documenti d’archivio su Sciesopoli, di fotografie, di filmati del grande Archivio Luce, e delle testimonianze dei ‘ragazzi’ di allora intervistati oggi, con accenti commossi, divertiti, memoriali, si ripercorre il filo di quell’esperienza unica: umana, didattica, sociale, culturale nel senso più pieno di abbraccio tra sapere e vivere.

Il film, racconto appunto di memoria e di viaggio, di Storia e di vita presente, si snoda su due linee temporali parallele e, nello stesso tempo, capaci di incontrarsi. Due territori che si uniscono, l’Italia con la moderna Tel Aviv, un moderno kibbutz accanto ai ricordi della colonia italiana. Tendendo tra l’altro un filo che sa raccontare anche un popolo, che dell’accoglienza ha fatto vanto e motivo di orgoglio.
Un film che grazie allo sguardo di quei bambini – nelle foto, negli archivi – divenuti grandi e testimoni, ci riconcilia con la tragedia e ci permette, per un momento, di guardare con occhio sereno e vigile al passato, e di tenere per la nostra contemporaneità la memoria di una bellezza. Una storia di convivenza e solidarietà, perché al pari della memoria della violenza, è giusto che il bello non vada mai dimenticato.

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