PAOLO CONTE A RTL 102.5: “ IL JAZZ E’ TEATRO”

RTL 102.5 è la radio di Umbria Jazz e ieri sera, prima del suo concerto, ha incontrato il Maestro Paolo Conte intervistato in diretta da Stefano Mannucci.

51 anni da ‘Azzurro’. Ha regalato ‘Azzurro’ nei giorni in cui il mondo esplodeva con le rivoluzioni, Parigi, gli studenti, e tu cantavi di un pomeriggio noioso in un giardino. Meraviglioso paradosso italiano.

Io assolutamente non pensavo ai tempi che si stavano muovendo intorno a me perché io non avevo vissuto quel ‘68, non essendo più studente, già lavoravo in ufficio con mio padre e avevo un altro tipo di vita. Azzurro fa parte del mio repertorio di compositore ma senza tener conto di ciò che stava succedendo, adesso possiamo tirare le fila e sì, contemporaneamente avveniva tutta questa rivoluzione dalla Francia in poi.

Si è lamentato a volte perché a ‘rubata’ dai torpedonisti, quelli che la cantano in coro sulla corriera.

Sì, perché non era proprio previsto, nelle mie aspettative  era una canzone d’arte. Comunque poi, effettivamente, ha funzionato nei torpedoni e per le gite è venuto un po’ spontaneo che la gente cantasse il refrain in coro. Alla fine fa piacere perché è sempre popolarità per una canzone.

Lei è un habitué di Umbria Jazz. Una volta, nell’84 se non sbaglio, con Renzo Arbore, Gualdi, Pupi Avati, faceste una meravigliosa esibizione e doveva esserci anche Lucio Dalla che alla fine non venne.

Sì, me la ricordo benissimo anche perché ero provvisto di un vibrafono piccolissimo. Sì, era stato ancora un tentativo di fare del jazz molto alla buona, a parte gente come Gualdi che sapevano il fatto loro. Però mi son divertito, mi ricordo benissimo la serata, me la rivedo.

Tu dici di non fare musica nostalgica perché i tempi che canti non li hai vissuti direttamente però è un mondo di esotismi, anche della memoria, dove entra il Sudamerica, Parigi, Harlem, ed è il pianeta Paolo Conte e ci vivi solo tu e ce l’hai regalato.

Questa storia dell’esotismo è una forma di pudore, tipica anche degli scrittori del ‘900, e cioè che magari racconti una storia che può appartenere al quotidiano ma per un certo pudore l’ambienti in un altro teatro, uno più esotico, diverso, probabilmente più colorato e quindi un pochino attenui questo senso di troppa attualità. Io sono sempre stato un po’ nemico della scrittura sull’attualità, perché l’attualità ti sta passando davanti, in realtà non conta. Molti si attaccano all’attualità, l’attuale attualità la capiremo dopo.

Potendo scegliere dove e quando avresti voluto vivere?

Non saprei, certe volte ho avuto una buona predilezione per l’ottocento, un secolo carico di effervescenza, poi praticando il pianoforte l’800 ti rincorre un pochino. Ma anche il nostro secolo, un secolo cattivo, con due guerre mondiali, un secolo equivoco però interessante, val la pena forse aver vissuto il ‘900.

Qual è il mistero del Jazz ?

Secondo me è un mistero di stampo teatrale, nel jazz c’è molto teatro. Se tu guardi un musicista di colore, come si avvicina al microfono per fare l’assolo, i suoi passi avanti sono puro teatro, pura eloquenza, quindi la vedo in quella chiave lì.

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