A Milano si prospetta un weekend musicalmente cosmopolita, con i concerti di MITO in programma da domani, sabato 14 settembre: dalla Bella città “disegnata” dalle idee teatrali di Dario Moretti e dalle sonorità di Kumiko Yahy e Makoto Nomura, alle partiture dei compositori migranti raccolte e interpretate dal cembalista Florian Birsak, alla terra romantica per eccellenza, la Germania, in viaggio con il Quintetto dei Pomeriggi Musicali, alle Nuove Geografie del suono del nostro tempo, con la prima italiana del Larghetto di James MacMillan, e la prima sinfonia di Mahler, nell’interpretazione della titanica Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo diretta da Ion Marin.
Una bella città
ore 16 e ore 18, Teatro Bruno Munari
Due musicisti giapponesi – Makoto Nomura e Kumiko Yabu – e un artista italiano – Dario Moretti – danno vita a un viaggio musicale e pittorico attraverso “la città”
Un concerto per immagini, in cui ci si può abbandonare come in un sogno, senza dover troppo capire o ricordare. Makoto Numura, alle tastiere e Kumiko Yabu, alle percussioni, assieme all’abilità pittorica in live performance di Dario Moretti danno vita a un viaggio musicale e pittorico in città che potrebbero potenzialmente trovarsi in ogni parte del mondo. Uno spettacolo ricco di stimoli e di suggestioni, dove il suono e le immagini si sposano in modo prodigioso.
Il progetto, che parla a un pubblico di bambini, ma è godibile davvero da tutti, è nato in Giappone nel 2017 e si è poi sviluppato negli anni attraverso varie collaborazioni e in particolare con il Kinosaki International Arts Center (Toyooka City), dove la Compagnia Teatro Musik Improvviso è rimasta in residenza oltre un mese, per lavorare insieme ai due musicisti giapponesi Makoto Nomura e Kumiko Yabu.
La trama s’ispira a un viaggio immaginario attraverso varie città, che vengono descritte mediante un continuo alternarsi e contaminarsi tra performance musicali, pittoriche, scenografiche e teatrali, che esaltano lo spirito dei luoghi più che descriverli con oggettività. Imperniato sul dialogo – senza parole – tra protagonisti in scena, e su di un gioco d’invenzioni, La bella città è pensato per sorprendere e spiazzare di volta in volta il pubblico dei bambini e quello degli adulti.
PRIMA RAPPRESENTAZIONE IN EUROPA
Ideazione, regia, pittura in scena Dario Moretti
Musiche originali di Makoto Nomura, Kumiko Yabu
Makoto Nomura pianoforte, tastiere
Kumiko Yabu percussioni
Produzione Teatro all’improvviso
Con il sostegno di Kinosaki International Arts Center -Toyooka
Addii
ore 17, Piccolo Teatro Studio Melato
Avvolto da sentimenti di melancolia, lutto e speranza, il cembalista Florian Birsak ripercorre le rotte dei compositori musicali destinati, in ogni tempo, a migrare, da Bach e Händel al novecentesco Geoffrey King
Händel (di cui Birsak esegue la Suite in la maggiore HWV 426) lascia la Germania per trasferirsi a Londra: diventerà patrimonio nazionale della Corona d’Inghilterra. Christian Bach si fa assumere come organista del Duomo di Milano. Scarlatti emigra dall’Italia e va a finire in Spagna, dove Carl Philipp Emanuel Bach lo segue idealmente. Ma sono addii anche quelli di Froberger, che pensa alla sua morte futura, quello di Johann Sebastian Bach, che lascia questo mondo scrivendo un’ultima fuga, e quello di Geoffrey King, compositore inglese classe 1949, di cui si ascolterà la White Rose.
La partenza, la lontananza, la nostalgia della propria terra, ma anche il senso della fine o dell’eterna trasformazione aleggiano tra le note consegnate da Bach alla storia, in omaggio alla partenza da Eisenach del dilettissimo fratello Johann Jakob alla Corte di Svezia, nel suo Capricciosopra la lontananza del suo fratello dilettissimo.
Domenico Scarlatti invece è sempre in viaggio. Italia, Portogallo, Spagna, dove morirà nel 1757. Ogni volta un mecenate diverso. È immortalato da Birsak oggi, nel 1729 a Siviglia alla corte di Filippo V, durante quel “lustro regale” nel quale artisti d’ogni genere, Scarlatti incluso, furono impegnati a curare la melanconia dell’augusto sovrano. Nel suo caso, di sicuro grazie al do maggiore delle Sonate K. 501 e K.421.
Johann Jakob Froberger si dedicò invece con successo a un genere molto amato tra Cinque e Seicento: quello del Lamento. Nel 1656 eccolo comporre il Lamento sopra la perdita della Real Maestà Ferdinando IV. Tra le sue composizioni si trova anche la suite Plainte faite à Londres pour passer la Mélancholie, mentre al 1660 risale la Méditation faite sur ma mort future, un breve e sereno brano tratto dalla Suite in re maggiore FbWV 620, lento a piacere dell’interprete.
Nelle intricate vicende che legano i figli di Bach, gli addii sono all’ordine del giorno: all’indomani della morte del padre, Johann Christian (di cui Birsak esegue la Sonata in do minore op. 5 n. 6) raggiunse Carl Philipp Emanuel a Berlino (l’autore della “Follia di Spagna”; dove è la variazione a favorire il “distacco”, acustica illusione dell’eterna trasformazione: “Omnia mutantur, nihil interit”). Quest’ultimo lo aiutò nell’apprendistato musicale, prima di vederlo partire per l’Italia dove incontrerà Padre Martini a Bologna e Giovan Battista Sammartini a Milano. Con il Bach inglese (Johann Christian morì a Londra nel 1782) il cerchio in un certo senso si chiude. Quanti addii: fratelli che partono, padri che lasciano la loro vita terrena, viaggi, carrozze, amanti, mogli, figli, in un turbinio di vite che trova nel celebre ed enigmatico Contrapunctus XIV da L’Arte della Fuga una sorta di sunto. Rimase però incompiuto, come se l’autore in verità non volesse esplicitamente dire addio al mondo o non volesse affatto meditare sul tema della fine.
Il concerto sarà preceduto da una breve introduzione di Gaia Varon.
Il testo si avvale del contributo musicologico di Fabrizio Festa.
Programma
Johann Sebastian Bach (1685-1750)
Capriccio sopra la lontananza del suo fratello dilettissimo in si bemolle maggiore BWV 992
Arioso. Adagio: Ist eine Schmeichelung der Freunde, um denselben von seiner Reise abzuhalten (Lusinga degli amici per trattenerlo dal partire)
Andante: Ist eine Vorstellung unterschiedlicher Casuum, die ihm in der Fremde könnten vorfallen (Rappresentazione delle diverse disgrazie che possono capitare in un paese straniero)
Adagiossimo: Ist ein allgemeines Lamento der Freunde (Generale lamento degli amici) [—]: All hier kommen die Freunde, weil sie doch sehen, dass es anders nicht sein kann, und nehmen Abschied (Arrivano gli amici, che, rassegnati a non vederlo cambiare idea, prendono congedo da lui)
Allegro poco: Aria di Postiglione
Fuga all’imitazione della cornetta di postiglione
Johann Jakob Froberger (1616-1667)
Plainte faite à Londres pour passer la Mélancholie dalla Suite n. 30 in la minore FbWV 630
Georg Friedrich Händel (1685-1759)
Suite in la maggiore HWV 426
Praeludium Allemande Courante Gigue
Johann Christian Bach (1735-1782)
Sonata in do minore op. 5 n. 6
Grave
Allegro moderato (Fuga) Allegretto
Domenico Scarlatti (1685-1757)
Sonata in do maggiore K. 501. Allegretto
Sonata in do maggiore K. 421. Allegro
Carl Philipp Emanuel Bach (1714-1788)
12 Variations über die Folie d’Espagne Wq 118/9
Geoffrey King (1949)
White Rose
Johann Jakob Froberger
Méditation faite sur ma mort future
dalla Suite n. 20 in re maggiore FbWV 620
Johann Sebastian Bach
Contrapunctus XIV da Die Kunst der Fuge BWV 1080
Florian Birsak clavicembalo
Germania Romantica
ore 21, Spazio Edi
Foreste sterminate, in Brahms ed emozionanti languori, in Schumann. Il Quintetto dei Pomeriggi Musicali ci proietta nel cuore dell’Europa musicale
Musica che parla tedesco. E che nasce da un incontro: quello di Johannes Brahms, alla vigilia del suo commiato artistico, con il clarinettista Richard von Mühlfeld – ammiratissimo da Clara Schumann – propiziò quattro bellissime pagine per clarinetto, tra cui quel capolavoro assoluto della tarda maturità che è il Quintetto op. 115. I giorni trascorsi con il grande clarinettista consentirono a Brahms di impadronirsi di tutte le sfumature e le possibilità tecniche ed espressive di uno strumento che già conosceva bene, ma di cui ora era in grado di cogliere l’anima. E la voce del clarinetto, delicata, sensuale ma altrettanto capace di improvvise ombreggiature malinconiche, doveva accordarsi magnificamente con l’autunno della vita di Brahms.
Il Quintetto per clarinetto fu accolto fin dalla prima esecuzione da un successo calorosissimo, lo stesso che, quasi cinquant’anni prima, era arriso al Quartetto op. 41 n. 2 del trentaduenne Robert Schumann. I tre quartetti dell’op. 41 furono composti in un periodo di grande fervore creativo – il 1842 è “l’anno della musica da camera” di Schumann – e rivelano la profonda assimilazione dei modelli classici di Haydn, Mozart e Beethoven, il cui studio Schumann, da critico, raccomandava a tutti coloro che volevano cimentarsi con la scrittura per quartetto. Ma rivelano anche che, all’interno di quella cornice “classica”, il quadro è assai mutato ed è quello di un compositore pienamente e felicemente romantico, dove si alternano e confluiscono, per dirla con Roman Vlad, «lirici abbandoni, ironia romantica e un irresistibile slancio vitale».
Il concerto è preceduto da una breve introduzione di Gaia Varon.
Il testo si avvale del contributo musicologico di Nicola Pedone.
Programma
Johannes Brahms (1833-1897)
Quintetto in si minore per clarinetto e archi op. 115
Allegro – Adagio – Andantino – Con moto
Robert Schumann (1810-1856)
Quartetto per archi in fa maggiore op. 41 n. 2
Allegro vivace – Andante quasi Variazioni Scherzo: Presto. Trio: L’istesso tempo – Allegro molto vivace
Quintetto dei Pomeriggi Musicali
Fatlinda Thaci, Igor Riva violini
Laura Vignato viola
Alexander Zyumbrovskiy violoncello
Marco Giani clarinetto
In collaborazione con I Pomeriggi Musicali
