Intervista con Lino Guanciale, al debutto come regista con lo spettacolo “Nozze” in scena a Modena: “Il teatro avrà sempre un enorme potere di didattica sociale”

Per me è stato un regalo debuttare alla regia con “Nozze” di Elias Canetti“, con queste parole Lino Guanciale, uno degli attori piu’ versatili e amati dal pubblico, capace di arrivare al cuore degli spettatori quando interpreta sia ruoli leggeri che impegnati, ci ha raccontato la sua prima esperienza in qualità di regista.

Artista di casa in ERT, premio Ubu 2018 come miglior attore e premio ANCT 2018 per la sua interpretazione ne La classe operaia va in paradiso, Lino Guanciale porta in scena al Teatro delle Passioni di Modena fino a domenica 15 dicembre, per Emilia Romagna Teatro Fondazione, lo spettacolo “Nozze”, scritto nel 1931 da Elias Canetti, premio Nobel per la Letteratura nel 1981.

Nozze è ambientato all’interno di un condominio abitato da personaggi carichi di cupidigia e smania di possesso, sia erotico che materiale. Durante il matrimonio fra Christa e Michel, festeggiato all’interno del palazzo, Canetti fotografa con la sua tipica causticità i vizi, le ossessioni e le paure dei personaggi, finché la casa minaccia di crollare improvvisamente. Dietro al grottesco e apocalittico narrare delle basse bramosie da condominio, Nozze prefigura la folle catastrofe dell’Europa nera dei nazionalismi tra le due guerre mondiali.

Abbiamo avuto il grande piacere di fare una chiacchierata con Lino Guanciale per parlare di “Nozze”, ma anche delle serie tv che lo vedranno prossimamente protagonista, come “Il Commissario Ricciardi”, “La porta rossa 3” e “L’allieva 3”.

Nozze foto prove di Riccardo Frati

credit foto Riccardo Frati

Lino, dal 7 dicembre al Teatro delle Passioni di Modena è in scena “Nozze” di Elias Canetti che segna il tuo debutto alla regia. Come mai hai scelto questo testo che è lontano dalle convenzioni teatrali?

“La scelta è arrivata in una maniera un po’ rocambolesca ma del tutto organica. Piu’ di un anno fa con Claudio Longhi abbiamo elaborato l’idea del progetto Canetti che Ert porta avanti a Modena e il cui punto apicale e conclusivo già nelle nostre intenzioni iniziali sarebbe dovuta essere la messa in scena di Commedia della vanità e Nozze, scritte nello stesso periodo da Canetti e in grande relazione tra loro. All’inizio la regia delle due commedie doveva essere fatta da Claudio mentre io avrei dovuto prendere parte come attore. Nell’ultimo anno e mezzo molte cose sono cambiate e quando è stato chiaro che io in Commedia della vanità non avrei potuto esserci in qualità di attore ma che avrei potuto fare altre attività all’interno del progetto Claudio mi ha chiesto se mi interessasse curare la regia di Nozze. Ho detto sì di slancio perchè è un materiale che mi appartiene moltissimo. In qualche modo senza aver chiesto di fare la regia è come se fosse accaduto naturalmente, infatti ci stavo pensando da un po’ e poi la proposta è arrivata dal teatro a cui sono piu’ legato in quanto a ERT devo le pagine piu’ importanti della mia carriera teatrale”.

Com’è stato trovarsi per la prima volta a dirigere uno spettacolo?

“E’ stato spiazzante all’inizio, non era nuova la situazione di direzione degli attori perchè in ambito pedagogico e come formatore porto avanti da tempo questa attività. Era totalmente inedita la dimensione di orchestrare una messa in scena non piu’ per un laboratorio o un saggio ma per uno spettacolo vero e proprio. Da regista devi dirigere gli attori ma anche occuparti della disciplina dei segni complessivi di cui lo spettacolo è composto. Per me è stato un regalo, una grande esperienza di composizione, ho dovuto cercare di imparare a mettere ordine in maniera diversa rispetto a quanto non faccio da attore. In scena ci sono tutti ragazzi diplomati alla Scuola Iolanda Gazzerro di ERT. Quello che rende il mestiere dell’attore impegnativo almeno quanto quello del regista è che nel momento in cui il regista finisce il suo lavoro l’attore continua e quindi la regia deve averla incamerata per poterla vivere, difendere, per entrarci in dialettica replica dopo replica. Ma la fatica che fa il regista fino al debutto mi era per molti aspetti sconosciuta. Credo che non dirò piu’ che l’attore fatica piu’ del regista perchè non è vero”.

“Nozze” è un testo che parte dall’odio da condominio per allargarsi alla società, trattando tematiche attuali come la conservazione dell’identità e la costruzione di muri ideologici per difendere il proprio io…

“Assolutamente, le ossessioni da cui sono perseguitati e in cui credono ciecamente i protagonisti di “Nozze” sono quelle del sangue, della proprietà, della difesa degli stessi attraverso la violenza. Il senso del possesso è visto come unica chiave per poter dire io. Questo fiorisce nel testo di Canetti nel contesto di un’epoca che a pochi mesi dalla pubblicazione di “Nozze” precipita nella notte nazifascista, perchè nel 1932 Hitler diventa cancelliere in Germania, qualche mese dopo c’è il rogo dei libri, partono le persecuzioni politiche e religiose. Il mondo in cui Canetti vive fa di queste ossessioni degli strumenti di morte. La nostra epoca è diversa da quella di Canetti però al netto delle differenze esistenti ci sono dei tratti comuni. Queste ossessioni ci appartengono probabilmente perchè sono radicate in paure incancellabili dall’animo umano e che in coincidenza con periodi di crisi tornano ad affacciarsi e a reclamare spazio e, se non si sviluppano i giusti anticorpi, a candidarsi come strumenti di costruzione di sicurezza superficialmente e illusoriamente facili. In realtà sono invece dei propulsori di una cultura della morte. Quindi per parlare dell’epoca attuale “Nozze” è uno strumento estremamente prezioso”.

Proprio riguardo le problematiche odierne quanto il teatro può ancora essere uno strumento utile per cambiare la mentalità delle persone?

“Il teatro ha e avrà sempre un enorme potere di didattica sociale e di strumento per il progresso culturale in senso generale perchè è il luogo dove alla lettera avviene un miracolo cioè delle persone si mettono nei panni di altre. Questo è richiesto agli attori, al regista ma anche agli spettatori che nello stesso processo sia immedesimativo che critico nei confronti della propria stessa immedesimazione sono chiamate ad attivarsi, se il teatro ovviamente è fatto in un certo modo. E’ un formidabile strumento pedagogico, di costruzione, legittimazione e rinascita potenziale di una comunità. Questo potere è intatto ancora oggi e forse la crescita di interesse per il teatro deriva dal fatto che è rimasto l’unica roccaforte della comunicazione in presenza, cioè dove questo miracolo avviene davanti agli occhi di un pubblico che è parte integrante del processo. Questo richiamo al qui ed ora, dove è possibile mettere in discussione i nodi che ci legano e le paure che ci infettano, è uno strumento troppo prezioso per non essere sfruttato. Credo che soprattutto i giovanissimi, proprio in virtu’ dell’era digitale in cui sono nati che porta a una spersonalizzazione della comunicazione e a una sua derealizzazione, si meritino che il teatro si candidi ad essere una possibilità di cambiamento per loro”.

Il Maggiore_After Miss Julie

Restando in ambito teatrale, dal 12 dicembre sarai nuovamente in scena al Teatro Parenti di Milano, dopo il successo della passata stagione, con “After Miss Julie”, insieme a Gabriella Pession, in cui interpreti Gianni, un personaggio molto sfaccettato…

“E’ una riscrittura del mito contemporaneo strindberghiano della signora Giulia e del suo aguzzino-amante Jean. Nella nostra pièce diventano Giulia e Gianni in quanto è ambientata nella Milano della Liberazione. E’ un testo che racconta moltissimo dell’oggi perchè le dinamiche di potere classiche e anche quelle del conflitto di classe sono imperniate sul rapporto maschio-femmina che inevitabilmente porta il focus sul tema della violenza di genere, dell’eterno conflitto, anche violento, tra i due sessi. A me è molto piaciuto recitare i panni di questo personaggio in primo luogo perchè non avevo mai portato a teatro qualcosa di simile, in secondo luogo perchè credo che certi mostri si annidino dentro ognuno di noi. In ogni uomo contemporaneo, anche il piu’ evoluto, c’è un potenziale maschio violento perchè è la cultura in cui siamo nati e cresciuti che genera questo. Millenni con una certa impostazione culturale e antropologica tra i due sessi non si superano con un secolo di lotte pur virtuosissime, utilissime e salvifiche. Ci vuole piu’ tempo ed è necessario che gli uomini in primis facciano il primo passo per spogliarsi di un’idea di virilità che in realtà è incardinata su un principio di supremazia sull’altro che va superata. Per me è stato da un certo punto di vista terapeutico e dall’altro un’occasione per raccontare agli spettatori che esiste quel mostro maschile che si cela in ognuno di noi e che prenderne atto è importante per superarlo e provare a cambiare la società. Bisogna darsi gli strumenti per neutralizzare questa idea e il teatro può essere di aiuto perchè vedi in azione certi processi, ti colpiscono e se l’attore lavora in un certo modo puoi cominciare a pensare che quella cosa ti appartenga inquietantemente e che bisogna fare qualcosa per modificare la situazione”.

Hai terminato le riprese della serie “Il Commissario Ricciardi”, in onda su Rai 1 nel 2020, tratta dai romanzi di Maurizio De Giovanni. Cosa ti ha affascinato maggiormente di questo personaggio?

“Era la prima volta che interpretavo il protagonista di una serie storica nel senso che è in costume, ambientata negli anni ’30 e con l’aggravante del fantasma che rende questo ruolo così bello e forte. E’ un grande racconto di Napoli fatto da un narratore esterno. Ricciardi ha scelto di fare il commissario per liberarsi da quei fantasmi a cui riconsegna la pace riconoscendo chi è stato a macchiarsi del delitto e liberando anche se stesso. Certo non può dare giustizia a tutti ma con alcuni ci riesce. E’ un personaggio estremamente positivo ed empatico, che è perseguitato da questo dono e si comporta come un sociopatico, si chiude completamente al mondo, non racconta a nessuno qual è la sua prerogativa, è un uomo solo, che parla poco, incomprensibile da parte degli altri, apparentemente del tutto schermato, quasi privo di reazioni umane, in realtà umanissimo attraverso i suoi occhi che vedono quello che gli altri non riescono a vedere. Tutta la sua vita è votata a cercare di portare la giustizia nelle vicende umane, quindi è a tutti gli effetti un eroe e un antieroe. E’ stato stimolante entrare nei panni di uno che vorrebbe essere in qualche modo estremamente aperto ma deve chiudersi al mondo per difendersi. E’ anche una grande sfida perchè gli unici complici che ha Ricciardi sono gli spettatori che sanno quale sia il suo fardello. Se con gli occhi deve comunicare a loro tutto il suo universo, il resto di sè, il suo atteggiamento fisico, le sue parole devono raccontare una freddezza spesso straniante per chi gli sta intorno. Da attore è una sfida meravigliosa. Credo che questa storia permetta anche di parlare del modo con cui ci si relaziona con determinati luoghi comuni, che finiscono per creare discriminazioni e pregiudizi dal punto di vista sociale. Il pubblico ha quindi la possibilità di provare ad andare oltre l’apparenza per arrivare in profondità”.

Questa presentazione richiede JavaScript.

Hai detto che dopo aver girato la seconda stagione di una serie solitamente valuti se è il caso di proseguire. Cosa ti ha convinto a tornare ad interpretare due personaggi molto amati dal pubblico come Claudio Conforti ne “L’allieva 3” e il commissario Cagliostro in “La porta rossa 3”?

“Mi ha convinto il fatto che nelle idee della terza stagione che sono state prospettate ci fosse una chiusura convincente per la saga delle due figure. In termini di commedia giallo sentimentale da un lato per quanto riguarda “L’allieva” e in quelli di drama mistery con Cagliostro in “La porta rossa 3″. Credo che sia giusto che si concludano con la terza stagione, non sono d’accordo con l’idea di tirare in lungo delle figure perchè poi si annacqua anche il ricordo e l’affetto che il pubblico prova nei loro confronti. Ci sono eccezioni poi, ma nel caso di questi due personaggi che ho molto amato interpretare mi sembra sia opportuno chiudere il cerchio”.

E’ stato un 2019 ricco di impegni e successi, cosa ti auguri per l’anno nuovo che sta per arrivare?

“Mi auguro di essere all’altezza delle sfide lavorative che ci saranno in questo anno nuovo e di riuscire a prendere un po’ di tempo da dedicare a me stesso, ai miei affetti e ai miei legami”.

di Francesca Monti

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...