Intervista con Giorgio Colangeli, a teatro con “L’uomo, la bestia e la virtù” e al cinema con “Lontano lontano”

Dal 20 al 23 febbraio al Teatro Fontana di Milano va in scena “L’uomo, la bestia e la virtù”, con la regia di Giancarlo Nicoletti, tratto dall’opera di Luigi Pirandello del 1919, che vede protagonista Giorgio Colangeli, tra i piu’ grandi attori del panorama teatrale e cinematografico italiano, con una lunga e trasversale carriera nella quale ha vinto un Nastro d’argento come miglior attore non protagonista per “La cena” di Ettore Scola, e un David di Donatello per “L’aria salata” di Alessandro Angelini.

Interprete di celebri film e serie tv di successo come “Braccialetti Rossi” e “Tutto può succedere”, Giorgio Colangeli in “L’uomo, la bestia e la virtù” riveste il ruolo di Paolino, professore privato, che ha una doppia vita: è l’amante della signora Perella, moglie trascurata di un capitano di mare che torna raramente a casa, ha un’altra donna a Napoli ed evita di avere rapporti fisici con la moglie, usando ogni pretesto. La tresca potrebbe durare a lungo e indisturbata ma, inaspettatamente, la signora Perella rimane incinta del professore, e ogni cosa cambia.

L’attore è anche nelle sale con “Lontano lontano” di Gianni Di Gregorio ed è tra gli interpreti di “Permette? Alberto Sordi” di Luca Manfredi.

Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata con Giorgio Colangeli, in cui ci ha regalato anche un sentito ricordo di Ennio Fantastichini e parlato dei prossimi progetti.

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E’ in scena al Teatro Fontana di Milano con lo spettacolo “L’uomo, la bestia e la virtù”, in cui interpreta Paolino. Può presentarci il suo personaggio?

“Paolino è una vittima di se stesso, è programmaticamente e ideologicamente contro i vizi di cui vede imbottita la vita degli altri, poi gli capita questo incidente di percorso indesiderato quando la sua amante rimane incinta e c’è il rischio che questa cosa possa diventare di dominio pubblico e allora si attiva per evitarlo. Lo sforzo immane che è chiamato a fare per risolvere il problema è richiesto dalla sua stessa idea del mondo e dalla sua paura del giudizio degli altri che lo spinge ad essere così febbrile nel cercare una soluzione per nascondere il suo errore. L’argomento di questo incidente di percorso in sè oggi non riveste questa gravità che cent’anni fa poteva avere ma il meccanismo che ci porta a complicarci la vita per il giudizio degli altri rimane attuale tanto che il pubblico segue lo spettacolo con molta partecipazione, ridendo ovviamente perchè la tragedia è posta sotto forma di commedia. Del resto si ride del grottesco come quando il clown scivola sulla banana liberandoci dalla nostra paura di cadere all’improvviso. E’ questo il meccanismo catartico della commedia, fa ridere di cose che nella vita ci farebbero paura”.

Come avete lavorato sul testo di Pirandello per darne una rilettura contemporanea?

“Abbiamo estremizzato quel grottesco che il testo contiene a livello di scrittura. Abbiamo premuto sul pedale e siamo andati veloci senza pregiudicare la chiarezza, rimanendo aderenti ai significati che erano espliciti ma abbiamo anche incattivito un po’ il testo. Questa è l’operazione piu’ contemporanea, l’estremizzazione morale e anche formale della storia”.

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E’ nei cinema con “Lontano lontano”, il nuovo film di Gianni Di Gregorio in cui interpreta Giorgetto, che insieme ad Attilio e al Professore, un giorno decide di mollare la vecchia vita di quartiere e andare a vivere all’estero. Come ha lavorato su questo personaggio? 

“In realtà è il personaggio che ha lavorato su di me, Giorgetto altri non è che Er Vichingo, un grande amico fraterno dello stesso Gianni che è stato presente in tutti i suoi film precedenti. Nella prima stesura non si chiamava Giorgetto, poi è stato cambiato il nome per liberarmi dal gioco della riproduzione di qualcosa che era già esistito però non si poteva eludere questo confronto che poi è diventato fecondo per la costruzione del personaggio. Giorgetto nasce dalle testimonianze di Gianni che con Er Vichingo ha condiviso quasi tutta la vita. Mi ha anche lasciato da leggere due paginette che erano la trascrizione redatta dal cosceneggiatore del film, Marco Pettenello, di una specie di commemorazione di Er Vichingo che Gianni aveva fatto dopo qualche bicchiere di vino, senza troppe inibizioni. Due pagine commoventi che mi hanno convinto del fatto che per lasciare un segno nella vita degli altri non serva fare grandi cose. La vita di Er Vichingo era apparentemente vuota di qualunque evento, iniziativa, azione che si possa definire memorabile ma ai suoi funerali a Roma, a Santa Maria in Trastevere, c’erano duemila persone. Forse solo ascoltando, stando per strada e osservando, che è anche quello che fa Gianni e che cerco di fare io, si rimane nel cuore della gente. Forse questa cosa è già di per sè memorabile: essere disponibili alla vita con questa fiducia nell’uomo”.

“Lontano lontano” è l’ultimo film girato da Ennio Fantastichini prima della sua prematura scomparsa. Le va di regalarci un ricordo di questo grande attore?

“Ennio era una persona molto diretta, di grande sincerità e spontaneità. Ti racconto in particolare un aneddoto dal set. Abbiamo girato di domenica la scena al mercato di Porta Portese, verso il finale del film, Ennio era conosciutissimo perchè appassionato di antiquariato, era una specie di architetto e di arredatore non professionista ma molto interessato. Eravamo in via Ippolito Nievo dove si vendono i mobili antichi e tutti i venditori venivano a salutarlo. Abbiamo girato la scena in cui decidiamo tutti e tre di rinunciare al viaggio e di donare una scatoletta metallica con i soldi del fondo cassa a questo ragazzo di colore, Abu, che doveva andare in Canada per ricongiungersi con il fratello. Lui si rende conto solo in un secondo momento che all’interno della scatoletta c’è del denaro. Noi lo salutiamo e andiamo via a bordo del furgone e di sua iniziativa Ennio si sporge dal finestrino, allunga una mano e fa una carezza ad Abu. Questo gesto non previsto ci ha commosso perchè era giusto per il contesto ma anche nato da un pensiero di Ennio”.

Tra le tematiche del film c’è quella del viaggio inteso come scoperta di se stessi e delle cose davvero importanti della nostra vita. Cosa rappresenta per lei il viaggio?

“Per questa attitudine all’osservazione che condivido con Gianni, con cui ho avuto un’intesa miracolosa fin dall’inizio nonostante non lo conoscessi ed è una cosa che ho scoperto succede a quelli che lo incontrano, mi piace il viaggio in sè, perchè mi dà l’opportunità di osservare ancora piu’ attentamente tutto. Quindi per me il viaggio è soprattutto interiore oltre che legato alla parte materiale con lo spostamento, i paesaggi, la natura, gli uomini e le donne che incontro, perchè ti aiuta a conoscere qualcosa in piu’ di te stesso. Preferisco osservare quello che ho intorno come uno scienziato che fa le sue misure cercando di alterare il meno possibile il fenomeno. Mi piace questo sguardo un po’ da portiere che non ha nemmeno bisogno di verificare che le sue ipotesi siano vere”.

In quali progetti sarà prossimamente impegnato?

“Ho preso parte a una fiction per la regia di Luca Ribuoli con Anna Valle e Claudio Gioè che si chiama “Vite in fuga”. Avrebbe già dovuto andare in onda su Rai 1 ma è stata posticipata e probabilmente verrà trasmessa in autunno. Poi c’è un film coprodotto in Italia e Germania che girerò in Grecia tra aprile e maggio, ci sono dei progetti cinematografici con giovani registi, almeno tre-quattro molto interessanti. Per fortuna è un periodo in cui va tutto molto bene e sono soddisfatto. Ho la possibilità di fare lavori che mi servono per avere una solidità economica che mi consente di rischiare in progetti meno remunerati ma magari piu’ interessanti”.

Il 24, 25 e 26 febbraio arriva sul grande schermo il film “Permette? Alberto Sordi” che sarà trasmesso anche su Rai 1 il 21 aprile, in cui interpreta il papà del grandissimo e indimenticabile attore…

“In realtà quel ruolo doveva farlo Massimo Wertmuller ma poi ha avuto un problema improvviso di salute quindi sono stato chiamato per interpretare il padre di Alberto Sordi. In passato avevo già lavorato con Luca Manfredi, avevo fatto un corto con Edoardo Pesce e sono felice di aver avuto l’opportunità di condividere nuovamente il set con loro. E’ stata una bella esperienza durata due giornate. Edoardo Pesce è strabiliante, con un minimo trucco e un lavoro di grande misura, perchè con Alberto Sordi era facile fare la macchietta, ha creato un personaggio aderente e molto commovente. Abbiamo girato una scena in cui il padre saluta Alberto mentre lascia la famiglia ed è stato emozionante”.

di Francesca Monti