Dopo il lockdown a causa della pandemia il mondo della musica sta provando a rialzarsi anche se quella che ci aspetta sarà un’estate diversa, senza grandI eventi live.
Ne abbiamo parlato con Giulio Andreetta, pianista e musicologo, che ha ottenuto importanti riconoscimenti tra cui il primo premio assoluto al Concorso Pianistico Internazionale Andrea Baldi di Bologna.
Giulio, come hai vissuto le settimane di lockdown?
“Questa emergenza ha segnato, nel bene e o nel male, i destini di molte generazioni. In effetti ciò che in questi mesi è stato definito, spesso con una intenzione rassicurante, come ‘ritorno alla normalità’ non potrà mai essere inteso come ritorno alla condizione precedente l’irruzione della pandemia. Ognuno di noi ha infatti sperimentato, in questi tempi difficili, un radicale cambiamento nel proprio modo di essere, e ha modificato un certo numero di ‘abitudini’ che reggevano il proprio modo di affrontare la quotidianità. Probabilmente questi mesi sono stati un’occasione per tutti coloro che potrebbero definire se stessi come ‘liberi pensatori’, offrendo loro, paradossalmente, l’opportunità irripetibile di rimettere tutto in discussione. Anch’io in questi mesi ho riflettuto molto, e in special modo sul forte valore che da sempre, nella mia esistenza, ho assegnato alla musica. Ripensare la musica significa in ogni caso continuare a trarre nuova linfa dal suo glorioso passato e dalla sua straordinaria forza espressiva, non c’è dubbio alcuno. Sarebbe infatti banale interpretare queste nuove esigenze di cambiamento in nome di una nuova palingenesi tanto utopica quanto irrealizzabile. No, i classici stanno bene dove stanno. Tuttavia, bisogna, a mio parere, imparare a re-interpretarli alla luce dei tempi profondamente mutati del nostro presente. In questo senso è per me importante considerare la categoria concettuale dell’‘imperfezione’: siamo abituati da vecchi pregiudizi semantici a considerare un difetto l’imperfezione, quando invece quest’ultima, ammesso che si debba continuare a chiamarla in questo modo, diventa l’unica manifestazione della verità di un racconto individuale”.
In questi mesi sono nate tante interessanti iniziative sui social e sulle piattaforme online con concerti da casa e in streaming, possono essere un’alternativa momentanea agli spettacoli dal vivo?
“La singolarità della nostra esperienza individuale, con tutti i suoi momenti di crisi, con tutti i suoi sentieri interrotti, con tutta la fragilità della nostra corporeità, non può essere rimossa dall’orizzonte artistico e musicale. E’ questa la ragione del fatto che l’emozione di poter assistere a un concerto dal vivo, con tutti i suoi momenti di ‘imperfezione’ è un’esperienza che non può essere sostituita molto facilmente. Ce ne siamo resi conto in questi mesi di sospensione totale dell’attività concertistica nelle sale da concerto: qualsiasi registrazione – non importa se live o in differita – per quanto accurata e ‘perfetta’ tecnicamente (priva di rumori ambientali, con ‘tutte le note giuste’ ecc.) non potrà mai sostituire il momento rituale di condivisione collettiva che si crea nei luoghi deputati all’ascolto musicale, siano essi sale da concerto, o luoghi all’aperto, o un palasport ecc. Quella particolare emozione indescrivibile che si prova in quei momenti è frutto della consapevolezza dell’irripetibile, o, se si vuole, del fare esperienza di una stupenda ‘imperfezione’, che individualizza il nostro modo di suonare, il nostro modo di ascoltare, insomma il nostro modo di renderci partecipi di un evento di condivisione. Ecco perché insisto, da qualche anno ormai, a sostenere che il nostro modo di far musica, specie di far musica ‘classica’, debba essere ripensato”.
In che modo?
“Accettare la modalità di espressione individuale del musicista come forma sublime di creazione – al di fuori di qualunque preclusione ideologica e prescrittiva, (quest’ultima magari attuata nel nome di un rigore ‘filologico’ di fedeltà allo spartito) – appare ormai un’esigenza imprescindibile per tutti. Ecco perché suggerirei di ripensare seriamente le forme che ormai appaiono codificate nella forma tradizionale del concerto di musica ‘classica’. Non è importante tanto come il musicista sia vestito nel momento in cui dà un concerto, o effettuare un’analisi sociologica di chi frequenta la sala di musica (lo lasciamo volentieri ai musicologi), o il sentirsi parte di un’élite che riconosce il valore della ‘vera arte’. Importante a mio giudizio è lasciarsi alle spalle tutta una serie di convenzioni non scritte, ma fortemente codificate nella pratica concertistica, per lasciare emergere veramente e solamente il fare esperienza di un momento sacrale di condivisione estetica”.
Come vedi il futuro della musica?
“Ancora una volta emergerà tutto il valore del motto oraziano del carpe diem, di quel ‘cogli l’attimo’ irripetibile, e che non tornerà mai più in mille anni. Ecco ciò che ancora una volta differenzia il momento di incontro collettivo rispetto alla forma di ascolto individuale, ad esempio, di un album su internet. Perciò quando si tornerà alla normalità sarà opportuno considerare tutti gli insegnamenti che questo momento difficile ha donato ad ognuno di noi, e al nostro modo di far musica. Al di fuori di qualunque preclusione di genere, di schema concettuale, o anche di inveterata convenzione concertistica”.
