L’ALLIEVA 3 – Intervista con Giorgio Marchesi: “Sergio è un personaggio abbastanza lontano da me, ho cercato di dargli un’eleganza interiore e una certa maturità”

Nella sua carriera ventennale ha spaziato tra cinema, serie tv e teatro, con la voglia di mettersi sempre in gioco interpretando ruoli intensi ed altri più leggeri risultando sempre credibile ed entrando nel cuore del pubblico. Giorgio Marchesi ne “L’Allieva 3”, in onda la domenica sera su Rai 1, dà il volto al Pm Sergio Einardi, che è sopravvissuto all’attentato di cui è stato vittima nel finale della seconda stagione, ha ripreso a lavorare come Pubblico Ministero e ha deciso di convocare Alice Allevi (Alessandra Mastronardi) per la sua prima perizia da medico legale.

In questa piacevole chiacchierata abbiamo parlato con Giorgio Marchesi non solo del suo personaggio ma anche di “Mine vaganti”, spettacolo teatrale con la regia di Ferzan Ozpetek, di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” con cui è approdato in alcune città italiane quest’estate tornando ad avere un contatto diretto con il pubblico dopo il lockdown, dell’audiolibro “Il partigiano Johnny” e della sua squadra del cuore, l’Atalanta.

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credit foto Ufficio Stampa Rai

Giorgio, ci puoi anticipare qualcosa sugli sviluppi che avrà il tuo personaggio, il pm Sergio Einardi, ne “L’Allieva 3”?

“Nella terza stagione Sergio prosegue alcune indagini e una delle cose più belle che fa è chiamare Alice Allevi per la prima esperienza come medico legale. Questo conferma ancora una volta il rapporto di stima verso di lei, quasi di amicizia e il fatto che creda nelle sue capacità. E’ una sorta di padre putativo per Alice, è una di quelle figure che sono importanti nella nostra vita perchè ci danno una responsabilità in quanto ci ritengono in grado di fare un determinato lavoro. Nel corso delle puntate ci saranno alcuni casi, uno in particolare molto complesso, in cui Einardi darà il suo apporto”.

Ci sono dei tratti in comune tra te e Sergio?

“In realtà ho fatto fatica a trovarne. Quando mi hanno proposto questo ruolo ho visto che Sergio proviene da una famiglia nobile, ha una carriera già avviata e aperta probabilmente da qualcuno, tiene a una certa estetica, ha la moto. E’ un personaggio abbastanza lontano da me. Io ho iniziato a fare l’attore in modo improvvisato, venendo da lontano, facendo un percorso diverso e inaspettato. Inoltre non sono uno particolarmente attento ai dettagli e all’estetica. Quello che ho potuto dare al personaggio sono state invece una certa eleganza interiore che mi piacerebbe avere e la maturità. Infatti nel momento in cui c’era questo triangolo amoroso, che quasi immediatamente si risolveva con una scelta da parte di Alice nei confronti di Conforti, Sergio non ha reagito, come era stato inizialmente pensato, in modo infantile ma ha affrontato la situazione da uomo maturo, senza diventare vendicativo”.

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Quest’estate hai avuto modo di tornare ad avere un contatto diretto con il pubblico con “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, lettura scenica del romanzo di Italo Calvino che hai portato in varie città italiane…

“E’ stato bellissimo. Era un progetto a cui tenevo, che sentivo mio avendo curato anche l’adattamento. E’ un libro molto complesso ma davvero stupendo e ho avuto la fortuna di avere come compagno di viaggio e di palco un musicista meraviglioso quale Raffaele Toninelli. Sentire alla fine l’applauso del pubblico, incontrare la gente dopo lo spettacolo mantenendo le distanze di sicurezza, ascoltare le voci e i commenti, vedere in faccia le persone, è stato emozionante, soprattutto la prima sera”.

Sei originario di Bergamo e hai trascorso il lockdown a Roma. Come hai vissuto quei mesi lontano dalla tua città che è stata purtroppo così fortemente colpita dalla pandemia?

“Questa tragedia ha scavato molto nel mio subconscio. Ogni giorno sentivo le notizie ed è stato difficile e frustrante essere lontano dalla mia città e dai miei amici nel momento in cui soffrivano. Dentro di me sentivo la frustrazione per non poter far nulla, ma anche lo spaesamento e lo sgomento perchè quello che non puoi capire ti mette ancora più paura e il senso di ingiustizia per ciò che stava accadendo. Questa volta non c’era un nemico da combattere, ti chiedevano di non fare nulla e tenere un bergamasco non è facile, ma allo stesso tempo questo virus colpiva tante persone. Ho sofferto molto, sono scomparse purtroppo anche alcune persone, non vicinissime, ma che conoscevo bene. E’ stato terribile”.

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credit foto Romolo Eucalitto

Prima del lockdown eri in scena con “Mine vaganti”, trasposizione teatrale dell’omonimo film di Ferzan Ozpetek in cui hai recitato nel ruolo di Nicola. Che differenze hai riscontrato?

“E’ stato molto diverso perchè lo spettacolo si discosta dal film ma sempre con quel guizzo tipico di Ferzan che ha delle intuizioni geniali, non è un uomo che si approccia al lavoro in modo particolarmente razionale o intellettuale, ma si avvale dell’istinto. La sua grandezza risiede nell’aver visto da regista lo spettacolo come se fosse uno spettatore e quando siamo andati in scena il pubblico si è divertito molto, ci sono state parecchie date sold out. Quindi è stato abbastanza scioccante ritrovarsi chiusi in casa dopo questi bagni di folla. Era rischioso portare un film così amato in teatro, invece ha vinto la scommessa con scelte decise e nate sul momento. Lavorare con Ferzan è sempre sorprendente. Tutto quello che tocca diventa qualcosa di importante”.

Cosa ci racconti invece riguardo l’esperienza nella serie-evento “I Medici – Nel nome della famiglia”?

“Per me è stato divertente soprattutto per l’inglese, lavorare in un’altra lingua è sempre una scommessa. E’ stato un grandissimo orgoglio prendere parte a I Medici nel ruolo di Giacomo Spinelli sia perchè era una serie con una storia così importante da portare all’estero sia perchè mi sono sentito fiero di essere italiano osservando le bellezze dei luoghi come Volterra, Pienza, in cui abbiamo girato gli esterni. La cultura differenzia il nostro Paese dagli altri. Vedere questo stupore anche negli occhi degli attori internazionali è sempre un piacere”.

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credit foto Emanuela Scarpa- Ufficio Stampa Rai

C’è un personaggio tra quelli che hai interpretato nelle serie tv a cui sei più legato?

“Il nostro lavoro si interseca con la vita e di ogni personaggio ricordo in che anno eravamo. Potrei citare diversi ruoli che ho amato interpretare, come ad esempio Raoul Rengoni di “Una grande famiglia” ma quello a cui sono più legato è Giovanni Nigro del film tv in due puntate “La strada dritta”, tratta dall’omonimo romanzo di Francesco Pinto. Questa miniserie raccontava gli anni Cinquanta e la costruzione dell’Autostrada del Sole, che ha cambiato il modo di vivere degli italiani unendo il Nord e il Sud. Giovanni è un brillante ingegnere progettista ma nasconde dentro di sè delle fragilità, salverà i propri uomini impegnati nella costruzione dell’autostrada e alla fine perderà la vita per aiutare Gaetano. E’ un personaggio molto umano e quindi mi è rimasto nel cuore. In quel film tv poi lavorava con noi Ennio Fantastichini, l’ho frequentato molto in quel periodo, era una persona meravigliosa e divertente”.

In quali progetti sarai prossimamente impegnato?

“Non posso ancora svelare nulla sia perchè sono scaramantico sia perchè ho imparato col tempo e l’esperienza che bisogna aspettare di firmare i contratti prima di annunciare i prossimi lavori. Ho fatto qualche provino e c’è la speranza che questi progetti vadano in porto”.

E’ uscito pochi giorni fa l’audiolibro “Il partigiano Johnny letto da Giorgio Marchesi” (Emons Edizioni). Come sei stato coinvolto in questo interessante progetto?

“Quando il lavoro ancora non era ripartito ma nelle sale di incisione si poteva andare mi è stato proposto di realizzare un audiolibro e di leggere “Il Partigiano Johnny”. Ho fatto un provino ma la mia candidatura doveva essere prima accettata dalla famiglia Fenoglio. Così è stato. Leggere un libro di Beppe Fenoglio che dal punto di vista linguistico crea dei fuochi artificiali stupendi è molto difficile ma è stata un’esperienza meravigliosa. E’ una storia ambientata sulle montagne quindi ho passato l’estate in Austria a pensare ai partigiani perchè la mente mi riportava lì con la vicenda pazzesca non edulcorata di questi ragazzi e di quello che hanno fatto per la libertà anche di tutti gli altri. E’ stato un onore, un privilegio e una grandissima gioia prendere parte a questo progetto a cui tengo particolarmente”.

Per concludere, sappiamo che sei un grande tifoso dell’Atalanta. Dopo i grandi risultati ottenuti nella scorsa stagione cosa ti aspetti da quella appena iniziata?

“La stagione scorsa è stata pazzesca e incredibile. Sono riuscito ad andare allo stadio diverse volte a vedere l’Atalanta sia a Bergamo dove il tifo è caldo e si canta, sia in trasferta a Manchester e a Milano facendo dei numeri con il lavoro. Mi piace seguire la partita dal vivo anzichè in tv perchè serve a me per scaricare la tensione fisica. Dal punto di vista sportivo è stato un anno straordinario, siamo usciti ai quarti dalla Champions ma essendo la prima partecipazione siamo andati anche oltre ogni aspettativa. L’Atalanta è una squadra in grado di sorprenderti sempre, quando pensi che abbia raggiunto il massimo supera i limiti. Ovviamente non dobbiamo dimenticare da dove veniamo, con una realtà diversa economicamente rispetto a grandi società però le premesse per divertirci anche quest’anno ci sono, al di là degli otto gol realizzati nelle prime due partite di campionato. C’è un ambiente sano, con giocatori che hanno dei valori e delle facce pulite, che vogliono vincere ma non fanno i capricci da star. E poi è una società molto local, il presidente è bergamasco, ha giocato in passato nell’Atalanta e questo è un valore aggiunto. Non possiamo pretendere che vinca lo scudetto però vediamo quello che accadrà e divertiamoci”.

di Francesca Monti

credit foto copyright P.Bruni – Ufficio Stampa Giorgio Marchesi

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