Intervista con Francesco Colella, tra i protagonisti della serie “Vite in fuga”: “In questo periodo dove sono stati chiusi teatri e cinema uno dei gesti più belli e intensi che si possa fare è creare un’unione tra gli artisti e i ragazzi delle scuole”

Francesco Colella, poliedrico attore di cinema, tv e teatro, è tra i protagonisti di “Vite in fuga”, nuova serie diretta da Luca Ribuoli in onda dal 22 novembre su Rai 1 in cui interpreta l’ispettore di polizia Luigi Calasso che insieme alla collega Agnese Serravalle (Barbora Bobulova), indaga sulla misteriosa scomparsa di Claudio Caruana che è fuggito da Roma con la moglie e i due figli dopo essere finito sotto inchiesta per lo scandalo finanziario della Banca per cui lavora, aver subito minacce ed essere il principale indiziato della morte di Riccardo Elmi.

In questa piacevole chiacchierata Francesco Colella ci ha parlato del suo personaggio, ma anche di teatro, del film “Aspromonte – La terra degli ultimi” e dei prossimi progetti.

COLELLA

credit foto ufficio stampa Rai/Reggi & Spizzichino

Francesco, è tra i protagonisti della serie “Vite in fuga”. Ci può presentare il suo personaggio?

“Si chiama Luigi Calasso, è un ispettore di polizia che si dedica alle indagini su Claudio Caruana (Claudio Gioè) che ritiene possa essere colpevole di qualcosa che poi si scoprirà nel corso della serie. Collabora con una poliziotta dai metodi un po’ anarchici (Barbora Bobulova) ma dotata di grande intuito, tra loro c’è un’amicizia oltre che un rapporto tra colleghi, e insieme procederanno nelle indagini seguendo la giusta direzione”.

C’è qualche tratto in comune tra lei e Luigi?

“Di solito quando mi capita di accettare un personaggio non vado a rilevare i tratti che posso avere in comune con lui ma cerco di coltivare sempre la diversità. Posso invece vedere le risonanze che interpretare quel ruolo crea dentro di me. Ogni scelta è consapevole, come se fosse il tassello di un mosaico, fa parte di un percorso di crescita sia come attore che umano perchè le due cose per me non sono disgiunte. In questo caso mi sono trovato a impersonare un uomo che lavora per la giustizia e ho cercato di capirne la dimensione, la personalità. Non credo molto nella costruzione del personaggio ma nell’incontro con esso nella mia immaginazione che mi permette di vederlo nella sua interezza. Se dovessi costruire un essere vivente non saprei come fare, mi sembrerebbe un atto di presunzione (sorride)”.

Come si è trovato sul set?

“Ho apprezzato la bellezza paesaggistica del Trentino, fare questo lavoro ti permette di viaggiare e vivere per qualche giorno certi luoghi anche in maniera più intensa rispetto a un turista. Luca Ribuoli ha uno sguardo così lucido e attento ma che allo stesso tempo riesce a conferire una certa leggerezza sul set, per cui la serenità derivava dal fatto che dopo aver interpretato la scena più volte potevo essere sicuro che fosse giusta perchè l’assenso del regista mi metteva sicurezza in quanto sa fare egregiamente il suo lavoro e mi sentivo protetto dal suo sguardo”.

Tra le tematiche affrontate nella serie c’è anche la scoperta di quella parte segreta che a volte si cela dietro le maschere della vita quotidiana che indossiamo…

“E’ una tematica importante di cui anche il teatro parla da secoli ma, essendo un luogo poco frequentato negli ultimi tempi, la possibilità di confrontarsi a riguardo è sempre più rara. Il teatro non è altro che un mezzo per riconoscere e ricercare la verità nonostante le maschere sociali che indossiamo. Così è nella vita, come ci insegna Pirandello, siamo sempre costretti, anche per una specie di schizofrenia funzionale, ad assumere dei ruoli nella società. Poi quello che ci abita dentro a volte è segreto anche alle persone che ci sono vicine. Il problema è quando questo qualcosa viene rimosso a tal punto da esplodere in situazioni impreviste e un certo grado di consapevolezza rispetto a quello che si è può essere il segreto per una vita più dignitosa. Però è anche vero che certe volte scoprire il lato oscuro della persona che si ama può essere sorprendente e traumatico ma allo stesso tempo può portare a un ulteriore livello di conoscenza dell’altro, più profonda”.

A proposito del teatro, come vede il futuro dopo la pandemia?

“Ho fatto un appello dal palco dell’Argentina alla fine dell’ultima replica del nostro spettacolo “Uomo senza meta” nel quale invitavo il Governo a non chiudere quelli che sono i luoghi simbolo della cultura, cioè i teatri, i cinema, i posti più sicuri, dicendolo con senso di responsabilità da parte di tutti. Io credo che indipendentemente dal covid ci sia un problema culturale in Italia, legato alla bassa considerazione che c’è dell’arte e della cultura, che è precedente alla pandemia. Il futuro del teatro è molto incerto, con la chiusura sono rimasti a casa tanti lavoratori dello spettacolo, gente che lavora dietro le quinte, tecnici, operatori, costumisti, sarte, non solo artisti, tanti hanno superato la soglia della povertà rimanendo senza lavoro. Succede che chi arriva a un tale punto di crisi non abbia poi la voce per esprimersi o per ribellarsi perchè la povertà provoca vergogna e nonostante ci si adoperi tra artisti e operatori a portare avanti istanze che stanno raggiungendo dei risultati ci sono migliaia di persone che non riescono ad aver voce per la vergogna di sentirsi sotto la soglia della dignità. Il mondo dello spettacolo, del cinema e del teatro dà da mangiare a tantissimi lavoratori e favorisce anche la crescita economica del nostro Paese. Vedere degli attori in tv o degli spettacoli teatrali con artisti che cercano di esprimersi e raggiungere la comunione con il pubblico fa sì che la gente pensi che siano persone privilegiate anche per il solo fatto di potersi mettere a nudo davanti agli spettatori e cercare di procurare riflessioni, pensieri, gioie, risate, ma dietro a questo c’è un lavoro che costa sacrificio e che raramente viene riconosciuto”.

Effettivamente spesso si sente dire una frase assurda quale “con la cultura non si mangia”…

“L’arte e la cultura hanno a che fare con le nostre vite, anche chi non ne fruisce direttamente sente di rimando che qualcosa si sta muovendo tra le persone che vedono film, frequentano concerti. Tanto più un Paese è ricco di arte tanto più una civiltà si evolve. In questo periodo dove sono stati chiusi teatri e cinema uno dei gesti più belli e intensi che si possa fare è creare un’unione tra gli artisti e i bambini, i ragazzi, gli studenti delle scuole che saranno il pubblico di domani. Personalmente farò delle lezioni in certe scuole su zoom per condividere qualcosa delle mie conoscenze in quanto attore. Mi piacerebbe che sempre più artisti prendessero parte a questa iniziativa, anche quelli più popolari, perché un conto è il riserbo, il rispetto per quanto sta accadendo e il timore di apparire esibizionisti in un periodo così delicato, un altro è la timidezza che non è richiesta in questo momento. Se si è artisti bisogna essere anche dotati di grande coraggio e creare un ponte ad esempio con le generazioni più giovani che sono le più fragili perchè non hanno gli strumenti per difendersi o protestare. Gli adolescenti ad esempio in questo periodo non vanno a scuola, non possono uscire, sono negli anni più complicati, quelli della scoperta della loro identità e sessualità, quindi cosa c’è di più bello che vedere un artista che fa una luminosa incursione a scuola a raccontare loro non di sè ma delle possibilità che ci sono per dare voce e parole ai sentimenti che ti muovono dentro. Poterlo fare è bellissimo ed è una maniera per elaborare il dolore o il senso di solitudine che questo periodo provoca. Mi piacerebbe che ci fosse un racconto più robusto e un’adesione sempre maggiore. E’ giusto protestare, ci sono tutti i motivi per essere disperati in tanti settori ma c’è anche la possibilità di elevarsi o darsi la possibilità di condividere le proprie conoscenze ed esperienze con qualcuno”.

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Francesco Colella in “Aspromonte – La terra degli ultimi” credit foto profilo Facebook

Tra i 25 film italiani che concorreranno alla designazione del titolo candidato a rappresentare l’Italia nella selezione per la categoria International Feature Film Award dei 93^ Academy Awards ci sono anche “Aspromonte La terra degli ultimi” di Mimmo Calopresti, che la vede protagonista, e “Padrenostro” di Claudio Noce in cui ha interpretato Rorò Le Rose, fratello di Alfonso (Pierfrancesco Favino)…

“Per quanto riguarda Padrenostro sono stato soprattutto spettatore ed è stato bellissimo aver fatto un’esperienza con Pierfrancesco Favino, sotto lo sguardo di Claudio Noce. Mi hanno chiesto di partecipare a questo film per interpretare il fratello di Alfonso. E’ una profondissima riflessione sui rapporti tra padre e figlio, tra la generazione attuale e quella degli anni Settanta, ma anche a livello politico. Ho trovato toccante questa storia. “Aspromonte – La terra degli ultimi” è il film per cui ho un amore spassionato, ha una potenza e una forza poetica enormi. Mimmo Calopresti ha dimostrato un grande coraggio nel raccontare questa storia e nel modo in cui l’ha narrata, senza cadere in sentimentalismi o in una narrazione barocca, come accade di questi tempi, nel senso che in un film o in una serie deve succedere qualcosa dopo due minuti affinché si risvegli lo sguardo degli spettatori. Aspromonte richiede una contemplazione, un tempo diverso per guardarlo e vivere, e poi credo che raggiunga una profondità di sentimenti e una purezza tali che bisogna predisporsi ad accoglierli e una volta che ciò avviene arrivano con una potenza emotiva importante, luminosa. Ogni volta che il pubblico ha visto questa pellicola è rimasto incantato e credo avrà ancora un lungo percorso da compiere. Io lo manderei agli Oscar. E’ un film che ha l’innocenza del pane, c’è dentro un lievito madre incredibile. Di questi tempi non è facile accettare la limpidezza di certe storie e sentimenti, la semplicità, l’innocenza o la ruvidità che esce da quella pellicola”.

Ha recitato anche nella serie “ZeroZeroZero” in onda su Sky Atlantic, una produzione italo-franco-statunitense basata sull’omonimo romanzo di Roberto Saviano. Che esperienza è stata?

“E’ stata una bellissima esperienza perchè ho accettato di fare un personaggio che è un portatore di morte, un uomo di ‘ndrangheta. Certe pratiche di buona recitazione insegnano che non bisogna mai disprezzare il personaggio che si interpreta. Quando ho fatto ZeroZeroZero ho disprezzato profondamente Italo Curtiga e in questo modo ho avuto maggiori possibilità creative perchè se avessi voluto conferirgli una certa umanità o seduttività probabilmente non avrei potuto raccontare un uomo che è completamente privo di spirito, un mostro di criminalità, di ferocia. Molte volte si stenta a narrare la volgarità e l’imbecillità del male, io penso che anche quelli siano ingredienti fondamentali, credo che l’umanità non sia qualcosa di acquisito solo perché si respira ma sia anche una conquista. Mi rendo conto da calabrese che esistono persone che una volta scelta una determinata strada questa fa in modo che non possano avere umanità, dentro loro infatti alberga il vuoto. Da attore mi chiedo come raccontarlo e non mi preoccupo di innescare un meccanismo di simpatia con il pubblico, il principio morale da cui parto anzi è che chi guarda possa sentire un sentimento di repulsione. Credo che qualsiasi attività artistica contenga dei principi morali che sono dei punti di vista, cioè mettersi a guardare qualcosa da una posizione”.

In quali progetti sarà prossimamente impegnato?

“Ho terminato le riprese di un film di Salvatore Allocca che si chiama “Mancino naturale”, una storia molto bella, delicata, scritta bene, con protagonisti Claudia Gerini, io e un bambino di nove anni, Alessio Parinelli. E’ stata una lavorazione serena, il regista ha condotto il film in maniera egregia tanto che le sfumature dei nostri personaggi sono venute fuori in maniera quasi naturale. Poi uscirà una serie ispirata a L’Ora di Palermo, lo storico giornale quotidiano, ambientata negli anni Cinquanta, dove sono tra i protagonisti insieme a Claudio Santamaria. Interpretiamo i giornalisti di questa redazione che si ispirano a quelli realmente esistiti, che sono stati i primi a fare giornalismo d’inchiesta mettendosi in prima linea a combattere contro la mafia. E’ una serie bellissima dove Mediaset ha cercato di rinnovarsi puntando ad una operazione coraggiosa, con la produzione di Indiana Production. Il coraggio della scrittura unito alla creatività ha fatto in modo che uscisse un’esperienza importante. Il titolo provvisorio è L’Ora e i registi sono Piero Messina, Ciro D’Emilio e Stefano Lorenzi”.

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credit foto Laura Bianca Photographer

Un sogno nel cassetto e un ruolo che le piacerebbe interpretare…

“Abbiamo una compagnia che si chiama Teatro Dilina, siamo un collettivo composto da cinque attori e un regista che scrive i testi contemporanei che hanno una drammaturgia di gruppo. Tra gli spettacoli messi in scena c’è L’asino d’oro ma anche Quasi Natale che è stato trasformato in un film, diretto da Francesco Laci con gli stessi attori della pièce teatrale. Abbiamo sempre sognato questo passaggio dal teatro al cinema perchè la nostra officina artistica consiste nel realizzare spettacoli documentali come accaduto con Zigulì. E’ un percorso che ci piace molto. “Quasi Natale” sarà ospite al Torino Film Festival ed è bellissimo entrare in una manifestazione internazionale con una piccola pellicola dal punto di vista produttivo ma che è una pietra preziosa per noi. Rispetto alle mie ambizioni personali non sono mai disgiunte dalle esperienze che provo a fare con persone con cui condivido sogni, ideali, sentimenti, riflessioni, per cui quando queste riescono ad avere una strada e un’accoglienza sono felice. Per quanto riguarda invece i personaggi, come nella vita o nell’amore, mi preparo a incontri sorprendenti senza preordinarli”.

di Francesca Monti

credit foto copertina Diberti & C. Agenzia

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