Intervista con Patrizio Rispo, amatissimo protagonista di “Un Posto al sole”: “Mi piacciono la curiosità, il candore, l’onestà di Raffaele Giordano”

Simpatico, altruista e leale: Patrizio Rispo dal 1996 dà il volto al mitico portiere di Palazzo Palladini Raffaele Giordano, una delle colonne portanti di Un Posto al sole, in onda dal lunedì al venerdì alle 20,40 su Rai 3.

Attore trasversale, ha lavorato con grandi personaggi quali Massimo Troisi, Nanni Loy, Eros Pagni, Carla Gravina, ha recitato in serie di successo come “La Piovra 7”, “Assunta Spina”, “Pazza famiglia”, ha pubblicato il libro di cucina “Un pasto al sole” e ha preso parte a diverse missioni umanitarie con Unicef e CBM.

Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata con Patrizio Rispo, parlando di Raffaele Giordano, ma anche dei ricordi legati ai primi tempi sul set di “Un posto al sole”, della sua passione per lo sport e del suo esordio nel cabaret.

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credit foto profilo Facebook Patrizio Rispo

Patrizio, da quasi 25 anni interpreta Raffaele Giordano. Cosa la affascina maggiormente di questo personaggio?

“Mi affascinano tutti questi personaggi che hanno avuto la fortuna di essere raccontati per 25 anni da chi ne ha saputo cogliere l’occasione. Abbiamo avuto la possibilità di vivere molti mondi, siamo stati sollecitati a cantare gli aspetti più diversi. Io grazie a Raffaele sono passato dalla tragedia alla passione, dalla commedia alla tenerezza, all’amore, ho rivoluzionato tutto diverse volte, ho fatto vari lavori. Sarebbe auspicabile che questo avvenisse nella vita di ognuno di noi, non solo in quella del personaggio ma per uno curioso come me avere avuto questa opportunità è stato un arricchimento. Ormai non esistono più Raffaele o Patrizio ma c’è questa terza entità. Lui ed io siamo formati dall’unione degli stimoli che abbiamo avuto, quindi non so più cosa sarei stato senza la sua componente. Mi piacciono la curiosità, il candore, l’onestà di Raffaele, è un uomo tutto d’un pezzo ma è anche aperto a mettere in discussione le proprie posizioni, è uno che si lascia educare, è un grande ascoltatore, è sensibile agli umori e alle problematiche degli altri, è una persona socievole e aperta, aspetti che potenzialmente avevo dentro di me e che lui ha fatto emergere con maggiore intensità”.

Tra le tante storie che ha vissuto Raffaele ce n’è una in particolare che è stato più difficile interpretare?

“Due sono state quelle che mi hanno segnato in maniera profonda: la perdita di Rita, la moglie di Raffaele con tutte le vicissitudini alle quali mi sono prestato diventando violento, perdendo la testa, catturando il suo assassino che poi ho chiuso in una torre e ho quasi torturato. Ci fu una perdita della realtà da parte di Raffaele e mi ha segnato anche come Patrizio, infatti tornavo a casa teso, turbato e poi erano comportamenti lontani da me perché detesto la violenza. Inoltre c’era la malinconia della storia e la perdita di una compagna di lavoro che è uscita di scena. Un altro periodo difficile è stato quando Raffaele ha perso la vista e ho dovuto girare per tre-quattro mesi senza la messa a fuoco degli occhi e rientravo alla sera stremato perché richiedeva una grande concentrazione. In maniera positiva invece ricordo in particolare il divertimento con tutta la mia famiglia Giordano e con mio cognato Renato (Marzio Honorato) che mi permettono di giocare sul set”.

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credit foto profilo Facebook Patrizio Rispo

Raffaele ha tre grandi amori: la cucina, il presepe e il Napoli calcio. Sono passioni condivise anche da lei?

“Ci sono cose che ci scambiamo nella sceneggiatura. La cucina è realmente una mia passione e mi diverte tantissimo. E’ come recitare, mi piace giocare e improvvisare con gli ingredienti, parto dal copione con la ricetta stabilita ma poi la cambio. E’ come quando ripeto le scene e cerco sempre di spiazzarmi e di sorprendermi. Conoscendo bene sia l’argomento quando reciti sia gli ingredienti e le loro armonie quando cucini puoi essere creativo e fantasioso.

Io amo non tanto il presepe in sé ma la tradizione, Napoli, la cultura napoletana. Il presepe è il simbolo dell’amore per la storia della mia terra.

Il calcio è una passione invece prettamente di Raffaele, io tifo Napoli ma non sono così scalmanato, dipendente. Per lui è una scelta di vita, una religione, una passione. E’ una di quelle cose per cui mi condiziona, infatti non c’è persona che incontri per strada e non mi chieda i commenti sulla partita, ma spesso nemmeno la vedo. A me piace praticare gli sport più che guardarli in tv”.

Quali sport pratica?

“Ne ho fatti tanti, correvo in macchina seriamente ma a cinquant’anni ho smesso, sono stato fermo un anno, poi ho iniziato con le corse al trotto con i cavalli, ho praticato sci, pallanuoto, nuoto. Mi piace sempre provare cose nuove”.

Che ricordo ha del primo giorno sul set di “Un Posto al sole”?

“E’ stata un’avventura meravigliosa, quasi tutti arrivavamo dal teatro e questo ha fatto la differenza. Eravamo un po’ incoscienti perché era un prodotto che non conoscevano, anzi tanti lo snobbavano perché si facevano i paragoni con le soap argentine invece noi siamo real drama, siamo legati alla realtà, alla cronaca, al sociale, ma a quel tempo era una scommessa e non sapevamo cosa saremmo andati a fare, né noi attori né i registi e gli sceneggiatori. Questo ci ha legato in modo fortissimo e ci ha reso partecipi nella creazione del prodotto. E poi avevamo alle spalle una Raitre con Francesco Pinto e Giovanni Minoli che ci hanno consentito di sperimentare, di mettere a punto gli orari, di inserire il sociale e la commedia che rispetto al format iniziale non esisteva. Io sono legato in particolare a tre date di Un Posto al sole: la prima riunione è stata fatta il 5 agosto, il giorno in cui sono nati mia madre e Francesco Vitiello che nella soap interpreta Diego, il figlio di Raffaele; il 26 agosto è stato il primo giorno di riprese ed è anche il mio compleanno; il 21 ottobre è stato il primo giorno di messa in onda ed è il compleanno di mia moglie. Quindi anche cabalisticamente questo prodotto lo sento molto mio”.

UN POSTO AL SOLE

Dal quel 21 ottobre 1996 sono passati quasi 25 anni e Un Posto al sole è ancora amatissimo, non solo in Italia ma in tutto il mondo. Qual è il segreto di questo successo planetario?

“Recentemente ho fatto una diretta con un giornale e ho visto fan connessi da tutto il mondo, dall’Australia, dall’Inghilterra e molti ci confessano che hanno imparato l’italiano guardando Un Posto al sole, in particolare gli immigrati ucraini, somali, nigeriani. Ricordo poi che quando sono andato a fare un’intervista al TG1 in occasione delle 5000 puntate arrivò questo foglio in cui si diceva che ci seguivano 40 milioni di persone nel mondo e prima di dare la notizia chiamai il direttore e mi arrivò il fax dall’ufficio palinsesti con la conferma. Siamo visti nei Paesi più impensabili. Qualche anno fa invece ero a New York per un evento Unicef di cui sono testimonial e partecipai a una festa in occasione della presentazione di un libro a fumetti di una scrittrice. Con me c’era anche la giornalista Laura Valente ed era sorpresa dall’affetto, dai sorrisi e dagli abbracci che ricevevo ovunque andassimo. Entrando nel salone di questo ristorante per il party ci siamo accorti che c’erano gli attori della serie I Soprano e all’improvviso si alzò James Gandolfini, mi guardò e disse “Raffaele Giordano”. Poi venne ad abbracciarmi. E’ stato un momento bellissimo. Un’altra fan accanita di Un Posto al sole era l’astrofisica Margherita Hack. Noi raccontiamo il quotidiano, siamo come una vita parallela e tutti, anche le persone più impensabili, trovano motivo di interesse nelle storie che mettiamo in scena e si rivedono in qualche modo. Abbiamo sostituito un po’ la funzione dei giornali che purtroppo non si leggono quasi più”.

Nel 2020 a causa del lockdown le riprese si sono fermate per la prima volta per cento giorni. Com’è stato rientrare sul set?

“Era tale la gioia di rientrare che abbiamo rispettato con entusiasmo tutti i protocolli in vigore. La cosa bella che ha cambiato il rapporto con gli spettatori è che durante il lockdown avevamo tutti più tempo e abbiamo fatto dirette e avuto contatti più approfonditi attraverso i social ed è stato interessante conoscerli meglio. La gente chiedeva conforto, voleva esempi, voleva essere rassicurata”.

Lei è anche vicepresidente vicario del Teatro Mercadante di Napoli. I teatri e i cinema al momento sono ancora chiusi, quali pensa possano essere le prospettive future?

“Questo è un vero e proprio disastro che pagheremo a lungo. Ci sono problematiche che ci trasciniamo da anni e con la pandemia sono state maggiormente sottolineate. Non siamo riconosciuti giuridicamente, c’è un accesso ai contributi e alla pensione che è allineato ai lavoratori dello spettacolo che possono lavorare tutti i giorni, mentre gli artisti, a parte noi di Un posto al sole che siamo fortunati e giriamo 300 giorni all’anno, solitamente hanno 40-50 giornate lavorative, quando va bene, ma per avere sostegni economici ne occorrono 120. Quindi significa non avere la pensione e non avere contributi se non per i giorni lavorati effettivamente. In questi mesi è stato costituito il registro degli attori italiani e ci sono tre proposte di legge, abbiamo creato l’associazione U.N.I.T.A., abbiamo fatto assemblee, confronti, lotte, richieste ai ministeri, compattato la categoria e speriamo che tutto questo porti a vittorie e riconoscimenti”.

Ha partecipato a diverse missioni con Unicef di cui è ambasciatore e con la CBM di cui è testimonial. Cosa le hanno lasciato queste esperienze? 

“Quando sono tornato dalle prime missioni ho pensato che i genitori dovrebbero far fare ai loro figli questo tipo di esperienza prima di mandarli nei college perché un conto è sentire un racconto, sapere che esistono queste atrocità e un’altra è vederle sul posto. Ai giorni nostri non è possibile che ci siano bambini che muoiono di fame, che lavorano tutto il giorno per portare l’acqua al villaggio perché non c’è, sono cose che ti lasciano il segno e ti cambiano. La tv, i social danno la notizia ma difficilmente ti coinvolgono emotivamente, quando invece tasti direttamente queste realtà che ti toccano il cuore, che ti fanno cacciare una lacrima, diventa un’esperienza e ti rendi conto che da personaggio pubblico hai il dovere di sensibilizzare le persone su certi temi in quanto hai la possibilità di essere ascoltato ed è importante spendere la popolarità per queste iniziative”.

Facciamo un passo indietro fino agli inizi della sua carriera e in particolare al suo esordio come attore di cabaret con un gruppo chiamato Il criticone, con Francesco Paolantoni e Mario Porfito. Che ricordi conserva di quel periodo?

“Mi ricorda il periodo meraviglioso di un ventenne che si affacciava a questo mondo. Ero quasi laureato in giurisprudenza ma avevo già l’idea di fare l’attore e il cabaret è stato il primo approccio con il pubblico. Non vedevo l’ora di essere scritturato nelle compagnie teatrali, infatti mi sono trasferito a Roma e ho iniziato a studiare per fare il teatro serio, avendo la fortuna di recitare con grandi attori e registi. Ma era anche un momento di cambiamento e di lì a poco ci fu  la rivoluzione di Eros Macchi con il programma “Non Stop” che diede vita a un cabaret diverso dal nostro, fatto dagli autori, che dava una visione personale della realtà e che ha lanciato comici come Verdone, Troisi e Beppe Grillo”.

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credit foto profilo Facebook Patrizio Rispo

Un sogno nel cassetto che vorrebbe realizzare…

“Nella mia carriera ho fatto tante cose, l’attore, il presentatore, mi hanno fatto perfino cantare e faccio serate con un gruppo musicale, però il mio sogno è il grande cinema, a cui finora mi sono affacciato in punta di piedi”.

Qual è invece la serie tv o lo spettacolo a cui è più legato?

“I ricordi più belli sono legati al teatro, perché non è solo andare in scena ma conoscere i paesi più sperduti, avere questi shock alimentari cambiando ogni giorno tipo di cucina, il rapporto con la gente per strada, vivere la compagnia che è un microcosmo in cui si creano legami intensi. Il teatro è un’esperienza, una scuola, una bottega per noi attori dove imparare il mestiere, mi manca molto e ora lo vivo dall’altra parte a difesa della categoria”.

Ha mai pensato alla regia?

“Mi affascinano la sceneggiatura e la produzione, invece la regia non la vedo molto in linea con me che sono irrequieto. Un regista deve tenere le fila di tutto mentre io devo poter spaziare. Ora ad esempio ho scritto un adattamento che parte da Bartleby lo scrivano di Melville per due puntate televisive e ho iniziato a proporlo e poi dovrei tornare in tv con un programma di cucina che avevo già fatto in passato”.

C’è un ruolo che le piacerebbe interpretare in futuro?

“Tutti i ruoli che sono lontani da me mi attraggono ma non vengono affidati per ottusità. Un attore vuole creare un personaggio, un’altra vita, un’altra camminata, un altro respiro, un altro ritmo di battuta. Quando ti chiamano a interpretare un ruolo perché ti somiglia è quello che più annoia. Vorrei vestire i panni di un aggressivo, un violento, un cinico, un indolente, tutto il contrario di Raffaele Giordano”.

di Francesca Monti

Grazie a Stefania Lupi

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