“LA COMPAGNIA DEL CIGNO 2” – Intervista con Carlotta Natoli: “Di Vittoria apprezzo la compostezza sentimentale ed emotiva”

E’ una delle attrici italiane più apprezzate e poliedriche, capace di arrivare al cuore degli spettatori quando interpreta sia ruoli leggeri che drammatici. Nella serie “La Compagnia del Cigno 2”, in onda la domenica sera su Rai 1, Carlotta Natoli interpreta Vittoria, che in questa seconda stagione si trova ad affrontare uno scandalo che coinvolge il marito, e una crisi profonda della figlia Barbara, ma che dimostrerà di essere una donna forte che non ha paura di chiedere aiuto.

In questa piacevole chiacchierata Carlotta Natoli ci ha parlato del suo personaggio, ma anche dell’associazione U.N.I.T.A., dell’importanza di investire nella scuola e nella cultura, del film “14 giorni” e dei ruoli che le piacerebbe interpretare.

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credit foto TNA Srl

Carlotta, nella serie “La Compagnia del Cigno 2” interpreti Vittoria, la madre di Barbara, che in questa seconda stagione si trova a fronteggiare diverse problematiche…

“La prima serie vedeva un personaggio molto concreto, fattivo, con grandi proiezioni sulla figlia in termini anche di studio, come accade a tanti genitori. Vittoria è una solida donna borghese, con tante certezze, con una vita agiata, che si trova già alla fine della prima stagione a dare una qualità al suo sentimento affettivo, infatti si scalda la relazione con Barbara e passa da un livello richiedente ma molto esterno ad uno di cuore. Ne “La Compagnia del Cigno 2″ tutte le sicurezze con le quali è sempre andata avanti le vengono sottratte, il marito viene coinvolto in uno scandalo e arrestato, lei pensa sia a torto e non sappiamo come andrà a finire. Così vengono bloccati i conti bancari, la moneta contante su cui lei faceva affidamento. In più compaiono dal passato vecchi fantasmi. Nella prima serie era stato detto che la famiglia si era trasferita a Milano seguendo l’input di un’offerta di lavoro del marito ma soprattutto per allontanarsi da un problema che Barbara aveva avuto con un ragazzo a Roma. Nella puntata andata in onda la scorsa domenica c’è l’incontro con Lorenzo che rappresenta anche la concretizzazione delle sue paure di madre quando una figlia è sottoposta ad un rapporto estremante nocivo”. 

Una tematica quella della violenza sulle donne, in questo caso psicologica, purtroppo molto attuale…

“E’ una cosa angosciosa, un tema in nuce che mette un accento anche su quelle che sono le dipendenze affettive e le manipolazioni dell’uomo sulla donna. Vittoria cerca come può di far fronte a queste problematiche ma è in un cul de sac ed emotivamente è complicato. Tutti i ragazzi in questa seconda serie vanno incontro a scelte e difficoltà che riguardano un’età più adulta e anche le loro famiglie si trovano ad affrontare nuove dinamiche”.

Quale caratteristica di Vittoria ti piace maggiormente?

“Mi piace la compostezza del personaggio, essendo una donna borghese non tende ad esprimere quello che prova all’esterno come faccio io, ma a tenere il problema all’interno del suo perimetro. Il suo conflitto è interiore, però non urla, non sbraita, non si accalora, ha una compostezza sentimentale ed emotiva. Come interprete mi è stato spesso chiesto di recitare ruoli più caldi, però ringrazio Ivan Cotroneo che mi ha scelta per un personaggio che in prima battuta potrebbe sembrare non adatto a me, ma che invece ha un grande calore nel cuore nei confronti della figlia e questo mi rende simile a lei. Vittoria ama tanto Barbara e dovrà anche imparare che questo amore deve essere contenuto e questo vale per tutte noi mamme. Dobbiamo imparare la compostezza dell’amore, cosa che non mi appartiene ma che si può provare a migliorare. Penso che ogni personaggio possa insegnarmi qualche cosa, in questo caso ritirare la proiezione che si fa sui figli e aumentare l’ascolto, sapendo che puoi fare il tuo massimo ma che c’è anche la vita dell’altro. Una mamma non può fare tutto e non può proteggere per sempre”.

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Insieme a Fotinì Peluso che interpreta Barbara siete riuscite a rendere al meglio questo rapporto speciale che lega una madre e una figlia…

“Fotinì è una ragazza piena di risorse, suona il pianoforte, si è laureata in Economia lo scorso anno ed è un’attrice nata. Sono onorata di recitare con lei. I colleghi sono importanti per il risultato finale di un’interpretazione, ci sono artisti che lavorano per proprio conto ma per me è fondamentale trovare un interlocutore. Fotinì ha un grande talento e raccoglie tutte le proposte che faccio con una sensibilità estrema”.

Qual è stata la scena emotivamente più complessa da girare?

“Ce ne sono state diverse come ad esempio un pianto in mezzo alla strada, ma forse le due più difficili in assoluto sono i confronti con Lorenzo, il ragazzo che manipola Barbara, e con il marito in prigione. Ho dovuto immaginare e cercare di realizzare dentro di me cosa succede a una persona borghese come Vittoria che ha quel crollo delle certezze e trovare il codice giusto per trasmettere il contegno nel dolore, perché io sono più selvaggia nell’espressione dei miei disappunti, sono una persona diretta e passionale”.

Com’è stato tornare sul set dopo il lockdown?

“Siamo stati gli ultimi a chiudere il set e i primi a riaprire perché la Indigo ha immediatamente adottato i protocolli necessari, con due tamponi a settimana. All’inizio non si sapeva se il mondo sarebbe tornato come prima. Purtroppo non abbiamo preso tutto il bene che avremmo potuto prendere da questa esperienza drammatica, si parla ancora di correre, di crescere, di fare e non si è capito che quello che manca è un respiro in più. I reparti erano bardati con le tute, con gli scafandri, i guanti, le mascherine ed è stato straniante, era come avere intorno degli astronauti, poi pian piano è stato più semplice per tutti. Vorrei sottolineare che la Indigo ha fatto rispettare molto seriamente i protocolli mettendo in sicurezza la nostra salute”.

Il fil rouge che lega i ragazzi de La Compagnia del Cigno oltre all’amicizia è la musica. Che genere ti piace ascoltare?

“Mi piace moltissimo la musica classica. Da piccola mi addormentavo con Paganini, un violino quasi punk, non conciliante per il sonno, ma ricordo che alla fine del disco crollavo e lo chiedevo sempre a mia madre. Ho un grande legame con gli strumenti ad arco. In generale mi piace tutta la musica, a parte la trap. La musica è una metafora seguendo la quale si può vivere meglio perché è ritmo, è ascolto e improvvisazione ed è esattamente quello che deve fare un attore, sapere la partitura ed essere sempre pronto a improvvisare. Si dice che la musica sia il linguaggio di Dio, in effetti con le parole abbiamo comunicato quello che questa arte esprime in maniera empatica, a livello di emozioni e sentimenti”. 

Sei tra i soci dell’associazione U.N.I.T.A. che in questi mesi ha raggiunto importanti traguardi. Quali sono i prossimi obiettivi?

“Noi siamo attori ma questo è un lavoro e quindi bisogna ricordare a tutti che siamo lavoratori dello spettacolo, non dei giullari assoldati dal re. Essendo la nostra Costituzione basata sul lavoro e sul diritto al lavoro chiediamo di essere riconosciuti come categoria e di avere, oltre ai doveri che dobbiamo esercitare, i diritti che ci spettano. Chiaramente ci sono grossi problemi perché la nostra categoria non è mai stata ufficializzata, quindi non abbiamo un contratto nazionale per l’audiovisivo e di conseguenza non abbiamo tutele, non abbiamo un regime fiscale regolare, abbiamo un doppio regime fiscale, abbiamo la partita iva e siamo e veniamo considerati come lavoratori indipendenti quando tuttavia siamo dipendenti da una ditta. Infatti non posso continuare ad esercitare il mio lavoro senza essere scritturata da una produzione. Tutto questo ha chiaramente una ricaduta per quello che riguarda le pensioni. Quindi chiediamo un riconoscimento della categoria, che venga stipulato un contratto nazionale di lavoro per l’audiovisivo, che venga rivisto il contratto nazionale per gli spettacoli dal vivo, che gli attori vengano considerati lavoratori come gli altri, non si capisce per quali motivi non dobbiamo avere le tutele come si è evinto nel momento del covid. Se non ci fossimo intestarditi non ci avrebbe tutelato nessuno ed eravamo gli unici a lavorare senza mascherina. Hanno contato sempre sul dividi et impera ma gli attori si sono uniti. Siamo insieme per tutelare anche le fasce più deboli, quelle che hanno minor voce, se sono in difficoltà io significa che a cascata sotto ci sono molte situazioni gravissime. Le istituzioni hanno tutelato i teatri facendo calare dall’alto a pioggia degli aiuti che sono andati ai gestori e non sono mai arrivati agli artisti e ai tecnici. Noi siamo con il coltello tra i denti perché è ora che qualcuno ci riconosca i diritti. Se poi vi facciamo anche ridere oltre che piangere ben venga ma nel 2021 può essere che ancora dobbiamo stare a dire se il nostro sia un lavoro o no? A chi conviene che i lavoratori dello spettacolo non abbiano diritti? Come mai i signori del potere quando c’è un problema importante chiamano gli artisti noti per fare da cassa di risonanza ma non sono in grado di tutelarli? Noi ci siamo uniti in questa associazione, volti conosciuti e volti ignoti, per combattere per gli stessi diritti”.

Alcuni a torto continuano purtroppo a considerare la cultura come qualcosa di non fondamentale…

“Gli antropologi chiamano quello che è successo un fatto sociale totale che ha evidenziato le carenze del sistema. Abbiamo disinvestito sugli ospedali e sulla cultura e ancora oggi quando c’è da sacrificare qualcosa quelli sono i settori che vengono colpiti. Bisognerebbe invece investire ad esempio nella ristrutturazione della scuola in termini anche di metodologia, abbiamo una dispersione scolastica al liceo di 3 ragazzi su 5, il che significa che ne restano 2 e gli altri non solo hanno una regressione culturale ma saranno catturati da quelle situazioni malavitose che vivono sull’ignoranza. Bisogna investire sulla formazione dei formatori, sul rimettere al centro un principio pedagogico. Invece siamo rimasti alla scuola degli anni Venti e Trenta, con professori illuminati che fanno fatica perché non sono aiutati e hanno stipendi bassissimi. Il futuro è nella scuola. Questa pandemia ha invece mostrato che la cultura è sacrificabile e ciò che deve andare avanti è l’economia. E’ necessario che si mobiliti l’opinione pubblica su questi temi”.

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Carlotta Natoli alla 74a Mostra del Cinema di Venezia (credit foto Francesca Monti)

Hai iniziato a recitare da ragazzina esordendo al cinema nel film “Con…fusione” nel 1980 con la regia di tuo padre Piero Natoli. Che ricordo hai di quel periodo?

“Ho iniziato giovanissima, quando ancora esisteva la pellicola e fare film era un fatto artigianale. Stavo ore nelle sale di montaggio, sono cresciuta dentro questo mondo. Non ho fatto scuole, ho frequentato l’università e poi diversi seminari ma il primo imprinting è stato quello del lavoro in famiglia, insegnato dalle mani dell’artigiano che era mio padre quando il cinema era ancora sottratto alle logiche del mercato. A quei tempi c’erano altre regole, io avevo otto anni ma avevo la sensazione che i film si facessero con le emozioni e con la materia fisica, capivo che si realizzavano in due tempi: sul set dove si giocavano le relazioni e alla moviola in cui si rimontava e ricuciva il racconto”. 

Nel corso della tua carriera hai dato vita a tante donne diverse tra loro. C’è un personaggio che ancora non hai avuto modo di interpretare e a cui ti piacerebbe dare il volto?

“Ce ne sono tanti. Mi piacerebbe fare un personaggio come Alzata Con Pugno di “Balla coi lupi”, ma anche una Pocahontas selvaggia, un film western o una spia tipo “Pugnali volanti”, un film d’epoca ambientato negli anni Venti-Trenta, un remake di Victor Victoria, una storia in costume. Spero che ci sia un po’ più di creatività sia tra i produttori che tra gli scrittori perché siamo stufe di interpretare la moglie, la cattiva di turno o la professoressa, vogliamo qualcosa di diverso, di divertente”.

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Carlotta Natoli e Thomas Trabacchi in “14 giorni” (credit foto Kimberley Ross)

Cosa puoi anticiparci riguardo il film “14 giorni”, sempre con la regia di Ivan Cotroneo?

“Devo tantissimo della mia carriera a Ivan, è una persona speciale e voglio ringraziare di cuore lui e Monica Rametta con cui da anni lavora. E’ stata un’esperienza unica, un meta-film, che vede protagonista una coppia, Marta e Lorenzo, interpretati da me e da mio marito (Thomas Trabacchi), che si sta separando per un tradimento e a causa del covid è costretta a rimanere 14 giorni insieme in casa. L’idea è di usare uno spaccato di ciò che avviene quotidianamente in questa convivenza forzata, in questa piccola prigionia in cui si scatenano odio, amore, speranza, cinismo, ironia. Abbiamo cercato di mettere tutti quei colori che in una coppia che sta insieme da tanti anni emergono anche in punto di crisi. Abbiamo girato in una situazione molto protetta, realizzando un esperimento cinematografico secondo noi molto interessante”. 

di Francesca Monti

Grazie a Simona Canali di TNA Srl

credit foto copertina Sara Petraglia

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