“COMEDIANS” – INTERVISTA CON CHRISTIAN DE SICA: “I comici e l’arte non devono avere freni”

Christian De Sica, attore, regista, showman, cantante, artista tra i più grandi del panorama italiano, è tra i protagonisti nei panni di Bernardo Celli del nuovo film di Gabriele Salvatores “Comedians” al cinema dal 10 giugno.

La pellicola racconta la storia di sei aspiranti comici stanchi della mediocrità delle loro vite, al termine di un corso serale di stand-up si preparano ad affrontare la prima esibizione in un club. Tra il pubblico c’è anche un esaminatore (De Sica), che sceglierà uno di loro per un programma televisivo. Per tutti è la grande occasione per cambiare vita, per alcuni forse è l’ultima. Le esibizioni iniziano e ogni comico sale sul palco con un grande dilemma: rispettare gli insegnamenti del proprio maestro, devoto a una comicità intelligente e senza compromessi o stravolgere il proprio numero per assecondare il gusto molto meno raffinato dell’esaminatore? O forse cercare una terza strada, di assoluta originalità? Attraverso le storie di sei comici, Comedians è una riflessione sul senso stesso della comicità nel nostro tempo, affrontando temi di assoluta attualità.

Christian, ci racconta qualcosa in più sul suo personaggio, Bernardo Celli?

“Interpreto Bernardo Celli, un ex amico di Barni (Natalino Balasso), chiaramente abbiamo scelto due strade diverse: lui insegna ai giovani attori un certo tipo di stand up comedy, di monologhi seri, mentre il mio personaggio lavora in tv e oltre a fare l’attore comico è anche una specie di impresario che va in giro a cercare nuovi talenti e capita in questa scuola dove i ragazzi sperano come tutti di poter avere successo ed essere scritturati da lui per questa prima serata televisiva. Celli stravolge gli insegnamenti di Barni perchè dice ai ragazzi “non sto cercando dei filosofi, non siate profondi, sto cercando dei comici che facciano ridere perchè fuori la vita è difficile e se uno ha bisogno di soldi bisogna far ridere”. Quindi in un certo senso questi attori si trovano in crisi, alcuni di loro continuano a seguire gli insegnamenti del loro maestro mentre altri vanno da Bernardo e si presentano con monologhi banali e volgari. Il mio personaggio in fondo ha una sua tenerezza, fragilità e malinconia, perchè forse avrebbe voluto essere come Barni. Poi fa anche il manager, quindi non so se abbia avuto questo grande successo”.

Celli dice: “La vita là fuori è difficile. Abbiamo bisogno di farci qualche bella risata”. Oggi però bisogna fare attenzione a qualunque cosa si dica o scriva perché c’è il rischio di oltrepassare il limite consentito…

“Il politically correct è un limite e una grande fregatura perché il comico e l’arte non devono avere freni. Pensa ai comici del passato, da Totò a Sordi, da Chaplin a Buster Keaton, da Franco Franchi a Ciccio Ingrassia, se ci fosse stata questa limitazione non avrebbero fatto ridere mai.  Ricky Gervais ad esempio è stato cassato dall’Academy perché hanno paura di un comico scorretto. Alberto Sordi suonava lo xilofono sulla testa delle “vecchie”, ballava con Franca Valeri e a un certo punto le dava una spinta, cose che oggi non si possono più fare”.

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Ha lavorato con grandissimi registi, questa però è la prima volta che viene diretto dal Premio Oscar Gabriele Salvatores…

“Ci conoscevamo perchè siamo amici da tempo, ma non avevamo ancora avuto modo di lavorare insieme. E’ stata una bella esperienza. Ho recitato con tanti registi, ma Gabriele a parte la bravura è un uomo talmente gentile, tranquillo che c’è un’aria così serena sul set. Noi attori sappiamo perfettamente che il nostro è un mestiere costruito sull’acqua quindi siamo sempre un po’ bambini, un po’ insicuri e impauriti e lui ti fa sentire protetto. Mi ha raccontato Balasso che hanno fatto due settimane di prove prima di iniziare, come si fa a teatro e dovrebbero farlo tutti, anche gli attori famosi. Mio padre lavorava così, siccome gli attori internazionali arrivavano all’ultimo girava e poi alla sera obbligava tutti a mettersi attorno a un tavolo e provare la scena del giorno dopo”.

Se dovesse pensare a un’immagine della sua carriera quasi cinquantennale cosa le viene in mente?

“La prima cosa che mi viene in mente sono io a Palermo in un alberghetto, il copione sopra al tavolino, il film si chiamava Giovannino, con la regia di Paolo Nuzzi, avevo 23 anni. E’ arrivato mio padre da Roma, è entrato e mi ha detto: “allora, ecco qua la cameretta che dà sul cimitero, il copione sul tavolo, mi raccomando la mattina prima di andare al lavoro quando ti fai la barba non correre se no poi ti tagli ed è un problema. Poi ricordati prima di entrare in scena di controllare se la braghetta è aperta altrimenti fai una brutta figura (sorride)”.

di Francesca Monti

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