Intervista con Alessia Berra, argento nei 100 farfalla ai Giochi Paralimpici di Tokyo2020: “Questa medaglia ripaga tutti gli sforzi, i sacrifici e il lavoro che ho fatto”

“Ognuno è straordinario così com’è, ognuno ha le proprie difficoltà ma può riuscire a superarle, a conviverci, bisogna sfruttare al massimo tutto quello che si ha e godersi la vita perché il tempo che abbiamo a disposizione non va sprecato“. Alessia Berra ha conquistato uno splendido argento nei 100 farfalla S13 ai Giochi Paralimpici di Tokyo2020.

La campionessa azzurra, classe 1994, originaria di Monza e in forza alla Polha Varese, ha chiuso la finale con il tempo di in 30″58, alle spalle di Carlotta Gilli, oro con record paralimpico in 28″79, per una straordinaria doppietta tricolore.

In questa piacevole chiacchierata Alessia Berra ci ha parlato delle emozioni vissute a Tokyo2020, dei prossimi obiettivi e del suo lavoro come maestra di scienze motorie in una scuola elementare.

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Alessia Berra sul podio insieme a Carlotta Gilli ai Giochi di Tokyo2020

Alessia, ai Giochi di Tokyo 2020 hai vinto un meraviglioso argento nei 100 farfalla. Ci racconti le emozioni che hai vissuto?

“Nella nostra categoria (ipovedenti) nessuno ci fa sapere il risultato. Chi vede legge il cartellone, i non vedenti hanno l’assistente, invece nel nostro caso si illuminano i blocchi di partenza e quando ho terminato la finale non sono riuscita a scorgere quante lucine fossero accese. Ero allibita e pensavo avessero sbagliato, perché puntavo al quarto posto sapendo che i primi tre erano irraggiungibili. Quando sono andata a recuperare la tuta e le scarpe mi hanno dato l’orario della premiazione, allora ho detto a Carlotta Gilli che ero anch’io sul podio, pensando di essere arrivata terza, e ci siamo abbracciate felici. Poi durante un’intervista post-gara mi han comunicato che avevo vinto l’argento, è stato stranissimo e bellissimo”.

Cosa rappresenta per te questa medaglia?

“Penso di essermi meritata questa medaglia per gli sforzi, i sacrifici e il lavoro che ho fatto. A livello mondiale non ho mai raggiunto il podio, sono sempre arrivata un passettino dietro alle altre e le vedevo inarrivabili. Il fatto di essere lì tra di loro e aver vinto un argento paralimpico è appagante e stimolante. Adesso lavorerò ancora di più per migliorarmi”.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

“Il prossimo obiettivo sono i Mondiali che si terranno a giugno 2022. Ho già ricominciato gli allenamenti con la voglia di riconfermare quanto fatto a Tokyo2020”.

Quante ore al giorno ti alleni?

“Mi alleno 2-3 ore per sei giorni alla settimana in acqua e due-tre volte in palestra, poi dipende dal momento dell’anno e dalle gare in programma”.

Quanto è stata complessa la preparazione in vista dei Giochi di Tokyo2020?

“Quest’anno ho cambiato l’allenatore, quindi è stato tutto nuovo. Fortunatamente mi sto allenando in un club privato e avevamo la gestione della piscina, quindi anche durante la pandemia ci siamo potuti allenare. Ogni volta per partecipare alle gare bisognava fare il tampone, cercare di restare isolati, evitando contatti e questo va contro la mia personalità perché sono una ragazza molto fisica, mi piacciono gli abbracci, scherzare con gli altri. Inoltre con il mio problema visivo la vicinanza per me è fondamentale e ho sofferto un po’ il distanziamento. Per quanto riguarda i Giochi la preparazione fatta a Sendai è stata tosta perché eravamo in camere singole, potevamo spostarci solo dall’albergo alla piscina e viceversa e i rapporti sociali erano dosati con il contagocce, mentre a Tokyo almeno potevamo muoverci all’interno del Villaggio olimpico. Facevamo i tamponi ogni giorno, indossavamo la mascherina anche all’esterno, in mensa c’erano tavoli con plexiglass davanti e di fianco ma c’era comunque la possibilità di parlare con gli atleti delle altre nazioni e con quelli italiani delle varie discipline. E’ stato bello”.

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Quella di Tokyo è stata la tua seconda esperienza paralimpica, che differenze hai riscontrato rispetto a Rio 2016?

“Rispetto a Rio ho vissuto questi Giochi in modo più consapevole, sono cresciuta molto in questi cinque anni, l’unica cosa completamente diversa è stata la mancanza del pubblico. Non l’ho percepita tanto durante la gara ma nel post perché di solito andavo a salutare i miei genitori in tribuna ed era meraviglioso condividere con loro questa esperienza. A Rio li avevo anche fatti entrare nel Villaggio per mostrare loro dove vivevo. A Tokyo purtroppo non c’è stata la possibilità”.

Come è nata la tua passione per il nuoto?

“Ho iniziato da piccolissima. A tre mesi mia mamma mi ha messo in acqua, come ha fatto anche con le mie due sorelle, affinché imparassi a nuotare in modo da stare tranquilla quando andavamo al mare. Poi loro hanno preso una strada sportiva diversa, una il basket, l’altra la pallavolo, io invece ho continuato a praticare il nuoto”.

Il tuo esordio in Nazionale risale ai Mondiali di Glasgow 2015. Che ricordo conservi di quel giorno?

“Se mi guardo indietro vedo una ragazzina contenta ma inesperta, timida, titubante, molto emotiva, infatti a Glasgow l’emozione era stata talmente grande che non ero stata in grado di affrontare le gare nella maniera migliore, di concentrami bene, ero quasi soffocata dal contesto. Acquisendo poi esperienza sono riuscita a trovare una strategia già ai successivi Europei e a Rio 2016 ho gestito al meglio la situazione, realizzando anche due record italiani”.

Sappiamo che sei laureata in scienze motorie e che insegni a scuola…

“Esattamente. Da novembre a giugno ho lavorato come maestra di scienze motorie in una scuola elementare ed è stato bellissimo perché è lo sbocco naturale del percorso di studi che ho fatto. Mi divertivo più io dei bambini (sorride)”.

A Londra 2012 e a Rio2016 l’attenzione mediatica verso il mondo paralimpico era cresciuta, ai Giochi di Tokyo 2020 c’è stata finalmente ancora più visibilità. Cosa manca per fare un ulteriore passo in avanti?

“L’uguaglianza. Ora che siamo più visibili e che la gente ha capito il nostro valore e che ci alleniamo come gli atleti normodotati, seppur con le nostre difficoltà e con un impegno magari doppio, manca portare lo sport olimpico e quello paralimpico allo stesso livello. Sarebbe bellissimo se il nuoto diventasse uno solo, senza distinzioni”.

Quando non sei impegnata con il nuoto e con la scuola quali sono i tuoi passatempi preferiti?

“Mi piace molto leggere, ho riscoperto questa passione con gli audiolibri. Adoro anche dipingere su tela, aiutata da mia zia, ci impiego tanto per portare a termine un’opera ma è una grande soddisfazione quando riesco a finirla”.

Qual è il tuo scrittore preferito?

“Adoro in particolare Ken Follett”.

Un sogno nel cassetto…

“Il mio sogno è volare, perché sembra qualcosa di irrealizzabile. Poi ho quelli che chiamo obiettivi o mete. Mi piacerebbe tanto riuscire a far comprendere alle persone il loro valore e le loro potenzialità. Ognuno è straordinario così com’è, ognuno ha le proprie difficoltà ma può riuscire a superarle, a conviverci, bisogna sfruttare al massimo tutto quello che si ha e godersi la vita perché il tempo che abbiamo a disposizione non va sprecato. Sarei felice se riuscissi a trasmettere questo messaggio”.

di Francesca Monti

credit foto Instagram Alessia Berra

Grazie alla Dott.ssa Daniela Colonna-Preti

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