Intervista con Monica Guerritore, in scena al Teatro Manzoni di Milano con “L’anima buona di Sezuan”: “L’insegnamento più importante che mi ha dato il Maestro Strehler è la precisione”. Video

Monica Guerritore è regista e straordinaria interprete di “L’anima buona di Sezuan” di Bertold Brecht, in scena dal 4 al 17 novembre al Teatro Manzoni di Milano, nella versione scenica di Giorgio Strehler. Un sentito e appassionato omaggio al più grande regista teatrale europeo, nella ricorrenza dei 100 anni dalla nascita, nonché suo Maestro, con cui ha debuttato ne “Il Giardino dei Ciliegi”.

Nell’Anima Buona c’è tutta la tenerezza e l’amore per gli esseri umani costretti, dalla povertà e dalla sofferenza, a divorarsi gli uni con gli altri ma sempre raccontati con lo sguardo tenero e buffo di chi comprende. In questa parabola drammatica lo sdoppiamento del buono e del cattivo ci riguarda. L’uomo è portato al bene, il male è contro natura.

Qui la nostra video intervista con Monica Guerritore, realizzata al Teatro Manzoni prima della conferenza stampa dello spettacolo.

Come ha lavorato alla regia dello spettacolo “L’anima buona di Sezuan”?

“Si ispira alla versione scenica del 1981 di Strehler, che amava le sue regie e che sceglieva la traduzione a seconda dello spettacolo. Vidi “L’anima buona di Sezuan” al Lirico e me ne innamorai perdutamente, rimase inciso nel mio cuore e avrei tanto voluto recitare in quell’opera. Solo che Strehler non c’è più, allora ho deciso di portarla a teatro per me, per il pubblico che aveva visto la sua versione e per chi non ha mai assistito ai suoi spettacoli, in modo che possa capire la grandezza di questo immenso regista, molto amato a Milano. Lo riporto esattamente nella sua versione scenica ma con i tempi ridotti. Verrà raccontata agli spettatori con i toni della favola la storia di Shen Te che ospita tre Dei in incognito perché è un’anima buona ma che inventerà anche un androide meccanico terribile, un po’ Dylan Dog, che la difenderà dai soprusi e dalle persone, che non sono cattive ma lo diventano per fame e per necessità. Shen Te dopo aver assunto le sembianze del cugino cattivo Shui Ta dirà infatti che “è impossibile essere buoni con gli altri e anche con me, dare aiuto ai miei simili e anche a me””.

Diventa dunque fondamentale la solidarietà tra esseri umani, soprattutto in mancanza di uno Stato con leggi giuste… 

“E’ il tema centrale, quando non c’è uno Stato con delle leggi e delle regole che difendano le persone che in quel momento sono in una situazione di debolezza, l’uomo si trasforma in lupo. E Shen Te infatti dice: “ho visto la mia mano trasformarsi in artiglio e diventare cenere nella mia bocca parole di bontà, ma noi non siamo così ed è difficile essere cattivi”. La social catena che metto in scena alla fine è una novità. Infatti Brecht chiedeva al pubblico se ci fosse ancora bisogno degli dei mentre Strehler domandava aiuto a un cielo che ormai era vuoto, io invece, dato che gli dei non ci sono più, faccio entrare sul palco i miei compagni che si stringono diventando così più forti. E’ la social catena di Leopardi ne La Ginestra”.

IMG_20211103_124207 - credit foto Francesca Monti

Monica Guerritore al Teatro Manzoni di Milano – credit foto FM

Qual è l’insegnamento più importante che le ha trasmesso il Maestro Strehler?

“L’insegnamento più importante è la precisione, la forma perfetta delle sue messe in scena, non tanto negli attori, ma nelle luci, nel montaggio delle quinte, nella scenografia, nel sole, nella luna, nel movimento del girevole de “L’anima buona di Sezuan”, del “Re Lear”, de “Il Giardino dei ciliegi” e di tutti i suoi spettacoli”.

A proposito de “Il Giardino dei ciliegi” che ha rappresentato il suo esordio teatrale, che ricordo conserva?

“All’epoca avevo 15 anni e il Maestro Strehler mi diceva: “quando non sei in scena stai qui, ti metti dietro di me e guardi quello che faccio”. A furia di fare queste notti lunghissime perché non c’erano orari e lui andava avanti fino alle 5 di mattina a provare, ho imparato tante cose. Ai tempi abitavo al Milan, ero minorenne e mi chiudevano in camera. Poi smisero di farlo perché ogni volta arrivavo all’alba (sorride)”.

di Francesca Monti

Grazie a Manola Sansalone

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