Intervista con Antonio Fini, danzatore, coreografo, produttore e giudice di “Ballando on the road”: “La danza è nutrimento per l’anima”

E’ partito dalla Calabria e grazie al suo talento e alla sua determinazione ha conquistato l’America: Antonio Fini è un’eccellenza italiana nel mondo. Danzatore, coreografo e produttore, principal Dancer di Michael Mao Dance company, solista per lo Staten Island Ballet, è direttore di Fini Dance Festival Italian international Dance Award a New York, de L’Alto Jonio Dance in Calabria e del Tirana Dance Festival.

Come coreografo ha creato opere per il Balletto Nazionale del Kosovo, per Roi Escudero, per The Players of the Square, compagnia con sede alla Cattedrale di St. John the Divine per la quale ha creato “La Danza Dei Camorristi” per la New York City Opera, al Rose Theater, Lincoln center per l’Opera I Gioielli della Madonna.

Nel 2017 viene invitato da Milly Carlucci come Giudice speciale per il programma Ballando On The Road per scegliere i partecipanti per Ballando Con Le Stelle e un talento da portare a New York.

In questa intervista che ci ha gentilmente concesso, direttamente dalla Grande Mela, Antonio Fini ci ha parlato di come si è avvicinato alla danza, del sogno di realizzare una serie o un documentario per Netflix e dei prossimi progetti.

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Antonio, è tra i giudici del talento “Ballando on the road”. Com’è nata la collaborazione con Milly Carlucci?

“E’ nata quattro anni fa dall’interesse di Milly Carlucci nel dare delle opportunità a questi giovani che si presentano ai provini di Ballando on the road ed è una bellissima iniziativa per permettere alle persone che danzano e ai giovani professionisti di esibirsi e a me di far partecipare delle unità all’Antonio Fini Dance Festival di New York. Sono andato anche insieme a Milly in giro per l’Italia per alcune tappe di selezione. Tra le centinaia di persone che vengono visionate durante gli appuntamenti nei centri commerciali lei sceglie quaranta talenti che possono arrivare in tv, poi i giudici storici di Ballando insieme ai maestri di ballo ne selezionano quattro, quindi io decido quali saranno le due unità che parteciperanno a ciascuna delle quattro serate del dance show in cui giuria e pubblico da casa decretano i quattro finalisti. Gli spettatori sceglieranno il vincitore della rassegna Ballando con te mentre io il talento da portare a New York. Finora uno dei ballerini che ho selezionato ha avuto la possibilità di ottenere un contratto da apprendista con la compagnia Parsons Dance, conosciuta in Italia e molto importante negli States”.

Qual è stato il livello dei ballerini che si sono presentati quest’anno a “Ballando on the road”?

“Nonostante la pandemia molti ragazzi hanno continuato a lavorare a casa, anch’io ho fatto delle lezioni online (https://finidanceprogram.com/), in America già esistevano ma poterle portare in Italia è stata una fortuna. Il livello era abbastanza alto, sabato 11 dicembre sarò a Roma per la finale, devo dire che purtroppo alcuni talenti sono stati esclusi ma questo dipende dal mix dei voti tra i professionisti che giudicano e il pubblico. In finale sono comunque arrivati giovani molto talentuosi e potrò scegliere bene. Ogni anno è una grande soddisfazione poter far vedere al pubblico americano quello che succede in Italia”.

Che differenze hai riscontrato tra gli Stati Uniti e l’Italia per quanto riguarda l’approccio alla danza da parte del pubblico?

“New York è una città che vive di arte, nel senso che è la capitale mondiale della danza, chi viene qui può vedere tantissimi spettacoli. Questo è possibile anche grazie alle donazioni che le persone fanno all’arte poiché possono scalarle dalle tasse. In questo modo le compagnie sopravvivono in maniera diversa. In Italia il privato può fare una donazione ma non ha nessun tipo di beneficio. Da questo punto di vista il pubblico americano è più coinvolto e ogni persona tende ad aiutare gli artisti”.

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foto credit Antonio Fini Facebook

Com’è nata la tua passione per la danza?

“Sin da piccolo ero sempre in movimento attraverso le arti marziali e suonavo pianoforte e chitarra. Poi a 16 anni ho avuto la possibilità di vedere uno spettacolo di danza e me ne sono innamorato, ho iniziato a fare balli da sala, quindi è curioso che adesso mi ritrovi a Ballando con le Stelle (sorride). Successivamente ho avuto la possibilità di fare danza moderna, quindi la classica, e a 19 anni sono arrivato al Teatro Carcano di Milano per un’audizione. Non mi aspettavo di poter entrare e invece sono stato preso. Mi hanno detto: “non sai fare nulla, però hai una bella faccia, ti proviamo, hai delle belle doti”, infatti praticando arti marziali mi piaceva fare la spaccata sulle due sedie. Grazie a Margherita Smirnova, insegnante al Carcano e dell’ottavo corso della Scala, in tre anni la mia vita è cambiata, mi sono diplomato in danza classica, quindi Elena Albano mi ha fatto conoscere la tecnica Graham ideata da Martha Graham, sacerdotessa della danza moderna, come è stata definita. Sono andato a New York a fare una summer school, mi hanno dato la borsa di studio, sono tornato e mi hanno inserito direttamente nella compagnia dei giovani, e pensavo di rimanere sei mesi, invece sono 14 anni che sono qui nella Grande Mela. Ho fatto il percorso professionale nella scuola della Graham, ho ricevuto il visto artistico come extraordinary dancer perché non hai la possibilità di lavorare se non dimostri allo Stato che c’è bisogno di te. Poi la vita mi ha portato a volere di più, nel senso che mi sono ritrovato a fare lezioni alla Paul Taylor Dance Company, al primo posto al mondo per la danza moderna e il coreografo Paul Taylor, che è venuto a mancare tre anni fa, mi ha visto in sala. Non so come descrivere la situazione. Stavo danzando ed è stato un po’ come per un musicista vedere Michael Jackson. Ho scoperto che era venuto proprio per me. Alla terza lezione mi fece tre domande: come ti chiami?, da dove vieni?, hai la green card?, perché questo documento lo rassicurava sul fatto che i ballerini avessero intenzione di rimanere in America. Il giorno dopo ho chiamato tutte le mie amiche chiedendo se volessero sposarmi per poter ottenere la green card, non è successo, così ho cominciato a mettere da parte i materiali, ci sono voluti due anni, poi Paul Taylor è scomparso, nel frattempo erano sei-sette anni che facevo il Festival in Italia, così ho deciso di continuare il mio percorso. Ho preso la green card come artista, uno dei grandi risultati che ho ottenuto nella mia vita, e da lì ho fatto la richiesta per diventare cittadino americano”.

Il Festival di New York è il gemello di quello che organizza in Italia, a Villapiana. Ci racconta com’è nato?

“Il primo Festival è nato in Italia, per sbaglio. Mi sono trovato in estate nel mio paese, con un bellissimo teatro, e un amico che mi ha proposto di organizzare una competition, io rilanciai con l’idea del festival. Alla fine abbiamo fatto un concorso e avendo lavorato con scuole e coreografi abbiamo ricevuto delle borse di studio da assegnare. Siamo partiti con due giorni di kermesse, ho cominciato a fare una competizione per coreografi a New York e poi ho visto che c’erano tanti artisti italiani di cui non avevo mai sentito parlare e meritavano di essere celebrati, dal primo maestro di danza jazz che ha insegnato a Liza Minnelli e John Travolta, Luigi, di origini italiane, al fondatore del Miami City Ballet, Eduard Villella, papà di Cosenza e mamma napoletana, a Maurizio Nardi che all’epoca era primo ballerino della Martha Graham Company. Uno dei punti per ottenere la green card è la questione degli Award, così ho voluto subito premiare i migliori artisti con l’Italian International dance Award all’interno dell’Antonio Fini Dance Festival, trovando l’appoggio di americani e di italoamericani e soprattutto del maestro di origine cinese Michael Mao che è stato il mio mentore, perchè dopo il primo Festival in Italia con tutte le difficoltà che puoi trovare in un paesino del Sud, mi ha detto: quando Pina Bausch è arrivata in Germania da New York nessuno conosceva la danza moderna, Wuppertal era un paese industriale e lei ha creato una grandissima compagnia”. Questo mi ha dato grinta e ispirazione per continuare”.

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Che consiglio si sentirebbe di dare a un giovane che vuole iniziare a danzare?

“Di studiare la tecnica con tanti insegnanti ma di portare avanti anche la cultura generale e artistica, che devono viaggiare di pari passo. Non si può essere soltanto un danzatore bravo a livello tecnico. Per lavorare bisogna anche essere una brava persona. Il mondo della danza è considerato la Cenerentola delle arti dove c’è un consumo del corpo devastante e una retribuzione economica non altissima, quindi qualsiasi produzione ha tante difficoltà, per questo bisogna essere piacevoli. In Italia abbiamo in tv programmi che mostrano l’allievo che risponde al maestro, ovviamente per fare audience, ma la vita non è così. Ci vorrebbe meno dramma e più arte”.

Programmi come “Ballando con le Stelle”, “Danza con me” di Roberto Bolle o film come “Carla” sulla vita di Carla Fracci possono servire per avvicinare le persone alla danza?

“I ragazzi si avvicinano a quello che vedono in tv che in generale è intrattenimento quindi assolutamente fa bene. Non ho ancora visto “Carla” ma ci vorrebbero più film e documentari sulla danza e sulle grandi compagnie. Oggi ci sono i talent che non rappresentano la realtà. Certo, hanno avvicinato le persone alla danza, che però non è solo lo stacchetto di un minuto ma molto di più. Sarebbe bello che attraverso la tv il pubblico potesse accostarsi anche al teatro”.

Cosa ci racconta riguardo il documentario “Dance: The Audition”?

“Dance: The Audition è stata un’altra bella avventura, doveva essere una serie tv poi è diventata un documentario e racconta in qualche modo le audizioni che nel mondo della danza non finiscono mai. I ragazzi pensano di fare un’audizione che ti cambia la vita ma non è così. E poi mostra anche come ci si comporta quando vai a fare un provino, perché può durare anche 5-6 ore”.

Se dovesse definire cos’è per lei la danza quali parole utilizzerebbe?

“Qualche anno fa ti avrei detto semplicemente vita, oggi è un nutrimento per l’anima”.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

“Un programma tv a New York e sei la prima a cui ne parlo. Mi piacerebbe poter raccontare quello che è il sogno di tutti i ragazzi e che era anche il mio, venire nella Grande Mela, andare a Steps on Broadway… Quando sono arrivato qui non parlavo inglese, mi sono perso migliaia di volte, la metropolitana scorre sulla stessa linea, passavano le fermate e non si fermava… Vorrei far vedere come muoversi in questa metropoli, dove andare a fare lezione o a comprare le scarpe. Potrebbe essere una cosa interessante secondo me. E attraverso le lezioni e gli insegnanti far capire ai ragazzi cos’è la danza, un’arte che incarna il rispetto e la disciplina, valori che si stanno un po’ perdendo. La vita dei social rende tutto più veloce, i giovani non hanno pazienza e sono diventati dei customers. Questo non succede nei miei Festival perché non do la possibilità di fare solo le lezioni che a loro piacciono, è un percorso che assegno io, altrimenti non hai la possibilità di crescere. Per entrare alla scuola di Martha Graham non bastava pagare, dovevi avere un determinato livello per poter essere invitato a fare una lezione”.

Il desiderio di lavorare a New York è diventato realtà, c’è un altro sogno nel cassetto?

“Il mondo di Netflix è il mio sogno, vorrei realizzare dei documentari o una serie tv sulla danza, aprendomi al mondo del cinema e di Los Angeles”.

di Francesca Monti

Grazie a Stefania Lupi

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