“Se comprendere è impossibile conoscere è necessario” diceva Primo Levi. Oggi è ancora più fondamentale ricordare quanto accaduto in passato affinché non si ripetano gli stessi errori e far conoscere anche alle nuove generazioni la testimonianza di chi ha vissuto in prima persona l’orrore della Shoah. Come quella del Dottor Giordano D’Urbino, costretto dalle leggi razziali ad abbandonare prima la scuola pubblica e poi la sua città, Milano, con l’aiuto dei contrabbandieri che sapevano come passare attraverso la rete di filo spinato e campanelli al confine, riuscendo a fuggire in Svizzera con la famiglia, dove visse in campi profughi tra difficoltà e stenti, fino alla conclusione della guerra.
Signor D’Urbino, lei è uno dei testimoni della Shoah. Quanto è importante oggi la Memoria?
“E’ importantissima. Oggi si parla spesso di memoria, soprattutto associata ai computer che ricordano qualsiasi cosa per un tempo infinito ma le informazioni restano all’interno del software. Invece la memoria della Shoah deve essere interiorizzata, deve far parte della nostra cultura, del background, della formazione e deve guidare i nostri comportamenti e le nostre scelte affinché non si ripetano in futuro orrori simili, né per noi né per nessun altro”.
Esistono ancora purtroppo il razzismo e la paura verso chi viene erroneamente considerato “diverso”. Come si possono superare questi assurdi pregiudizi?
“Si possono superare con lo studio, la cultura, la propaganda. Non è semplice togliere dalla mente della gente antichi pregiudizi ma è doveroso farlo”.
Nel 1938 a causa delle leggi razziali fasciste è stato costretto a lasciare la scuola pubblica. Come ha vissuto quella profonda ingiustizia?
“Quando sono uscite le prime leggi razziali nel 1938 che sancivano l’espulsione dalle scuole, dalle professioni, da tutte le attività, dagli incarichi pubblici ci siamo sentiti profondamente offesi. Bisogna però ricordare che erano soltanto novanta anni, dallo Statuto Albertino del 1848, che gli ebrei in Italia erano considerati cittadini “normali”. Le leggi razziali non sono nate dal niente ma da antichi pregiudizi antiebraici, così al momento della promulgazione ci sono state reazioni di diverso tipo. Alcuni ad esempio hanno subodorato la malaparata e cercato di espatriare andando in America o in Argentina. Nel 1937 ho frequentato la prima elementare in una scuola pubblica e la mia maestra che era una fascista innocua, quando sono stato espulso in quanto ebreo, è andata a protestare chiedendo perché mi avessero buttato fuori dato che ero un bravo bambino e non avevo fatto niente di male. Siamo rimasti legati affettuosamente a lei e quando mi sono sposato ci ha mandato dei fiori. Il regime aveva creato nelle grandi città delle scuole per bambini ebrei con insegnanti ebrei e io ho frequentato questo istituto che si trovava nello stesso edificio dove avevo fatto la prima elementare, per cui la mattina c’erano le lezioni per gli alunni della scuola pubblica, il pomeriggio per gli ebrei, maschi e femmine insieme. Siamo stati i primi esempi di classe mista. Il direttore dell’istituto, Professor Bronzini, ogni giorno veniva da noi durante il pomeriggio per informarsi se andasse tutto bene ed è sempre stato corretto e gentile. Anche lui era un fascista proforma. Ricordo invece un compagno di prima elementare che proveniva da una famiglia di fascisti e quando mi incontrava per strada si voltava dall’altra parte perché parlare con un ebreo ai tempi era considerato disdicevole”.
Poi siete stati costretti a lasciare Milano e a fuggire in Svizzera…
“Dal 1940 in poi c’erano la guerra e i bombardamenti a Milano, la vita era dura per tutti e siamo stati sfollati come tanti altri a una trentina di chilometri dal capoluogo, a Limido Comasco, dove siamo rimasti da novembre 1942 a dicembre 1943. Nel frattempo l’8 settembre c’era stato l’armistizio. Il 1° dicembre 1943 è uscito l’ordine di arresto e deportazione di tutti gli ebrei, uomini, donne e bambini. Mio padre diceva che sarebbe passato del tempo prima che arrivassero nel paese in cui vivevamo, invece dopo un paio di giorni si sono presentati a casa due carabinieri in bicicletta e hanno detto a mia mamma che dovevano arrestarci. I Carabinieri dipendevano dal Re, a differenza della Polizia che dipendeva da Mussolini e dal partito fascista. Mio papà era a Milano, mamma si mise a piangere e loro le dissero: “presentatevi domani in caserma così vi arrestiamo, avete capito bene?”. Quella stessa notte aiutati dai contadini del posto siamo partiti con pochi bagagli su un carro agricolo che serviva per trasportare il letame, siamo andati a Varese, dove alcuni amici cattolici ci hanno nascosto e ospitato per qualche giorno finché mio padre è riuscito a contattare i contrabbandieri che ci avrebbero accompagnati in Svizzera. Infatti da Carate Urio, sul lago di Como, ci hanno portato a piedi sul Monte Generoso, ci abbiamo messo due giorni e una notte per arrivare a destinazione, camminando su piccoli sentieri che solo loro conoscevano per fuggire alle guardie, fino al confine svizzero dove era posizionata questa famosa rete con i campanellini e il filo spinato. C’era la neve, era dicembre, ero bagnato fradicio. Io, mio fratello e mio padre eravamo abituati ad andare in bicicletta e ce la siamo cavata bene, mentre mia mamma aveva il fiatone e veniva portata quasi di peso dai contrabbandieri. E’ stata un’avventura per fortuna a lieto fine. Una volta arrivati alla frontiera, i contrabbandieri sono riusciti a tagliare la rete senza far suonare l’allarme, siamo passati attraverso quel buco e ci siamo trovati in Svizzera, di notte, in un bosco, in montagna. Poi siamo scesi in fondo alla valle dove ci hanno fermato i soldati svizzeri. Sono stati gentili, ci hanno dato da mangiare e portato al loro comando. Così è iniziato il nostro soggiorno in Svizzera durato un anno e mezzo, fino alla fine della Guerra, con varie peripezie”.
Come si poneva la Svizzera in termini di accoglienza nei confronti dei rifugiati?
“Aveva una politica un po’ ondeggiante. Arrivavano rifugiati da mezza Europa, non solo ebrei, ma anche soldati, prigionieri scappati dai campi di prigionia e quindi la Svizzera aveva paura che tra questa gente ci fossero delle spie e non era sicura che i tedeschi avrebbero rispettato la sua neutralità. Liliana Segre ad esempio è stata rimandata indietro e poi è stata presa e deportata ad Auschwitz, così come tante altre persone. Noi per fortuna siamo stati accolti”.
Quali difficoltà avete incontrato durante la permanenza in Svizzera?
“Siamo stati ammassati in campi di raccolta, sotto il regime militare per i primi mesi. Si chiamavano campi di concentramento ma non avevano nulla a che fare con quelli tedeschi, erano situati in vecchi alberghi in disuso e in disarmo. Si dormiva sui pagliericci, senza lenzuola, si mangiava poco e male, le condizioni igieniche erano scadenti, faceva freddo, ma si sopravviveva e non eravamo in pericolo di vita. C’erano le sentinelle armate che controllavano e non si poteva uscire. Siamo stati in diversi campi, a Rovio, Bellinzona, Balerna, Montreux. Successivamente io e mio fratello, che avevamo rispettivamente 12 e 8 anni siamo stati divisi dalla famiglia e mandati in alcuni collegi. Io a Roveredo, lui a Pollegio nei Grigioni, poi a Curio, quindi gli ultimi sei mesi insieme a Weggis, sul lago di Lucerna, in un vecchio albergo dove c’era un istituto per ragazzi ebrei italiani. Eravamo 80 studenti, dalle elementari fino al liceo, gli insegnanti facevano anche da genitori, cucinieri, lavandaie, si studiava e si stava bene, c’era un ambiente famigliare. Siamo rimasti lì fino alla fine della guerra”.
Una volta tornati in Italia che situazione vi siete trovati di fronte?
“Siamo tornati in Italia da Domodossola, in treno, e ci abbiamo messo tanto tempo perché la ferrovia era disastrata, i ponti crollati. Siamo arrivati a Milano di notte, ma non sapevamo se avremmo trovato la nostra abitazione o se fosse stata distrutta dai bombardamenti. Siamo arrivati in via Pietro Verri e abbiamo visto che la casa era ancora in piedi. La prima notte ho dormito per terra, su un materasso che ci ha dato il portinaio in quanto il nostro appartamento era occupato dai fascisti che poi siamo riusciti ad espellere. Così siamo rientrati ed era vuota, non c’erano i mobili. Erano anni difficili per tutti, Milano era semidistrutta, non c’era l’elettricità, né il riscaldamento, faceva un freddo boia perché allora d’inverno nevicava parecchio, ero vestito ancora con gli abiti della Croce Rossa, avevo le scarpe bucate e i piedi con i geloni. Ma piano piano la vita è ricominciata. Mio padre ha potuto riannodare vecchi legami professionali ed è tornato a lavorare. Erano anche anni di grandi speranze, si confidava nella democrazia, nella libertà e nella pace. Purtroppo poi le cose non sono andate così bene”.

A tanti anni di distanza dall’orrore della Shoah come si spiega tutto quell’odio nei confronti degli ebrei?
“La persecuzione antiebraica è nata da antichi pregiudizi. Fino a non molti anni fa c’era gente, soprattutto nelle campagne, convinta che gli ebrei avessero la coda o addirittura le corna. Negli anni Cinquanta ad esempio, mia moglie Bruna lavorava alla Pirelli come impiegata e trovandosi negli spogliatoi per mettersi il grembiule una sua collega l’ha vista con la sottoveste e ha esclamato: “ma sei fatta proprio come noi”, perché c’era questa ignoranza diffusa. E poi c’è stata la follia del nazismo, le teorie razziste e della superiorità della razza, con una propaganda martellante sui giornali, senza possibilità di obiezione perché non c’era la libertà di stampa”.
Quale ruolo può avere oggi la scuola nell’aprire le menti e nell’abbattere le diversità?
“La scuola è importantissima, sia per questi argomenti che per la libertà, la democrazia, la cultura. Andiamo spesso negli istituti per incontrare i ragazzi e ne ricaviamo notevoli soddisfazioni perché sono attentissimi e capiscono l’importanza di queste cose. Noi ripetiamo sempre un antichissimo detto ebraico: “Il mondo si regge sul fiato dei bambini che vanno a scuola”, è una frase del Talmud e dimostra come l’istruzione sia stata sempre fondamentale nella tradizione ebraica. Questa attitudine allo studio, che deve essere libero per capire, approfondire, discutere, porsi delle domande è antichissima e ha aiutato gli ebrei a superare le traversie, i pregiudizi. Quando in regime di covid si discute se aprire le scuole o fare la Dad, noi sosteniamo che bisogna fare tutti gli sforzi affinché gli studenti possano frequentare le lezioni in presenza il più regolarmente possibile”.
di Francesca Monti
Un ringraziamento speciale all’Associazione Figli della Shoah (https://www.figlidellashoah.org/)
