Intervista con Hélène Nardini, nelle sale dal 28 aprile con il film “La tana”: “Il cinema non deve dare delle risposte ma fare in modo che gli spettatori si pongano delle domande”

“Affrontare questo personaggio è stata una sfida che ho accettato molto volentieri, in quanto ho sentito l’urgenza di raccontare questa storia”. Hélène Nardini dà volto e cuore con grande bravura, profondità e sensibilità, a Laura nel film “La tana”, l’intensa opera prima di Beatrice Baldacci, al cinema dal 28 aprile, realizzata nell’ambito di Biennale College, presentata alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 2021 e successivamente ad Alice nella Città, dove ha vinto il Premio Raffaella Fioretta per il Cinema Italiano.

Nell’estate dei suoi diciotto anni, Giulio (Lorenzo Aloi) ha deciso di non partire: passerà le vacanze a casa, per aiutare i genitori (Elisa Di Eusanio e Paolo Ricci) nei lavori in campagna. Nel casale vicino, da molto tempo disabitato, sembrano essere tornati i proprietari. Si tratta della loro figlia, Lia (Irene Vetere), una ragazza tanto disinibita quanto introversa. Giulio, bravo ragazzo, sensibile e fin troppo educato, se ne innamora. Lia lo inizia a strani ‘giochi’, sempre più pericolosi. La ragazza però non parla di sé. Ha detto di essere venuta da sola per passare le vacanze nella vecchia casa di famiglia, dove non tornava da quando era bambina e dove non fa entrare nessuno. Lia infatti nasconde un segreto: accudisce la madre Laura (Helénè Nardini) che è malata, in un luogo pieno di ricordi e found footage felici.

Il film, prodotto da Andrea Gori e Aurora Alma Bartiromo, in collaborazione con Rai Cinema e NABA-Nuova Accademia di Belle Arti- per Lumen Films, sarà distribuito nelle sale italiane da PFA.

In questa intervista Hélène Nardini ci ha parlato del lavoro che ha realizzato per interpretare Laura, dell’importanza che possono rivestire le arti nel far riflettere gli spettatori, dei ricordi legati a “Un Posto al Sole” e alla miniserie “Fidati di me” e dei prossimi progetti.

Hélène Nardini con Lorenzo Aloi e Irene Vetere nel film “La tana” 

Hélène, come ha lavorato per entrare nel personaggio di Laura?

“Affrontare questo personaggio è stata una sfida che ho accettato molto volentieri, ho fatto il provino, ho incontrato Beatrice Baldacci e quando ho letto la sceneggiatura l’idea di partecipare a questo progetto mi è piaciuta molto in quanto ho sentito l’urgenza di raccontare questa storia. E’ un personaggio difficile, non si può parlare completamente di immedesimazione quando si tratta un tema simile che non puoi testare veramente sulla tua pelle e questo ha fatto sì che la costruzione di Laura fosse molto elaborata. Ci sono state tante prove con la regista e con gli altri attori, ed è stato importante perchè è un film con un piccolo budget, con riprese veloci, infatti è stato girato in 18 giorni, e anche come pre-produzione ho avuto un mese di tempo per lavorare sul personaggio. Ho sentito inoltre la necessità di incontrare delle persone che avessero questo tipo di malattia, di confrontarmi con una psicologa, una dottoressa, per riuscire ad entrare nel loro mondo. Non è stato semplice perchè eravamo in pieno lockdown e servivano i permessi. Successivamente ho compreso che per raccontare questa assenza bisognava prima capirne la presenza, quindi sembrerà assurdo ma c’è stato un grande lavoro con il corpo, che è molto presente nel film”.

Che tipo di lavoro ha fatto sul corpo?

“Ho ballato molto per creare il personaggio, per trovare un ritmo. In ogni scena non c’era semplicemente un essere immobile ma bisognava far emergere tutta quella vita che può passare attraverso un corpo che non riesce più a muoversi come vorrebbe. Ci sono state più forme di ricerca, nonché un lavoro sulla non parola e sul suono, anche quello animale che comunque abbiamo e che talvolta esce attraverso la malattia o il piacere. Ho cercato di entrare in un mondo completamente diverso, abbandonandomi e lasciando che l’istinto portasse fuori delle dinamiche che non potevano essere razionali. Inoltre non c’era la possibilità di comunicare attraverso la parola e neanche lo sguardo perchè Laura è assente e anche quando guarda la figlia Lia non la riconosce”.

Cosa ha aggiunto Laura al suo percorso artistico e umano?

“A livello artistico, essendo un personaggio non facile, mi ha permesso di uscire dalla comfort zone e di andare oltre i limiti, in questo caso fisici, quindi è stato un mettersi alla prova. Sono una grande amante del lavoro con il corpo, della ricerca dei ritmi, dei modi di muoversi, mentre la parola per me viene dopo. E’ un approccio che ho con tutti i personaggi. Dal punto di vista umano è stata un’esperienza forte, sia l’incontro con persone che hanno la stessa malattia di Laura sia con chi sta loro accanto. Non è facile conoscere queste situazioni, c’è spesso del pudore nell’avvicinarsi alla malattia. Mi è piaciuto di questa storia l’equilibrio tra il pudore e l’accettare ciò che crea una condizione del genere in chi la vive in prima persona, in chi è costretto ad averci a che fare come Lia, ma anche in chi viene a contatto casualmente con questa realtà, come Giulio”.

E’ un film in cui si affrontano i temi del dolore, della morte, ma che trasmette anche l’importanza di cercare una luce, una speranza, e ci ricorda quanto sia fondamentale l’aiuto e il supporto degli altri. In un momento come quello che stiamo vivendo e che abbiamo vissuto negli ultimi due anni è un messaggio molto forte…

“”La Tana” ha un messaggio di vita e di speranza, più che di morte, anche nel modo in cui viene affrontata la malattia stessa, che è qualcosa di atroce a dirsi. All’interno del film c’è questo contrasto che fa parte della vita stessa tra luce e ombra, ed è qualcosa che si ritrova nella natura costantemente, sono dei cicli dei quali noi facciamo parte. Ad esempio si evince questa contrapposizione nel flashback in cui si vede la gioia della danza di questa donna che ha conosciuto la vita”.

La regista ha definito la tana come “un luogo non concreto e reale, ma quello spazio dove andiamo a nasconderci quando non stiamo bene”. Quale significato ha invece per lei?

“Concordo con Beatrice, nel senso che per me è quel luogo metaforico dove ci si va a nascondere. L’animale ad esempio va nella tana per trovare rifugio, per partorire, per passare la notte o l’inverno, a morire, dunque rappresenta la vita sia nelle sue manifestazioni più belle sia in quelle che consideriamo meno belle ma che fanno parte della natura. Ma è anche un posto in cui ci si nasconde per essere scovati, quindi è un luogo di contrapposizioni, di opposti. A me la tana dà l’impressione di sicurezza, di un luogo in cui riesci a non avere paura. E’ importante però anche uscire e confrontarsi con gli altri, con il mondo esterno. Nella tana fai i conti solo con te stesso, invece c’è bisogno di andare alla luce. Quando Laura esce all’esterno e vede quel mondo che ha tanto amato e quel sole così accecante dopo parecchio tempo, perchè è rinchiusa in questa casa e magari prima è stata in una clinica, questo non si sa, c’è una sorta di trauma in quanto si rende conto che quella forza che aveva non c’è più. La figlia la porta nella casa in cui lei ha vissuto forse con la speranza che quella vita si possa risvegliare”.

Héléne Nardini nel corto “Amor Fati”

“La tana” affronta il tema dell’eutanasia, “Amor Fati”, corto di Luca Immesi da lei interpretato, è incentrato sulla violenza nei confronti delle donne. Quanto oggi il cinema può essere ancora un mezzo per veicolare messaggi sociali ma anche per aprire le menti e scuotere le coscienze di chi guarda?

“Hai toccato un punto che per me come attrice è importantissimo. E’ interessante quando si trovano dei progetti come “La tana” o come “Amor Fati” e puoi dare il tuo contributo per fare in modo che le persone possano porsi delle domande. A volte ci si nasconde dietro le certezze, che diventano anche dei giudizi. Forse siamo in un momento in cui abbiamo bisogno di aprirci, ma per farlo talvolta bisogna mettersi in discussione. Il cinema e il teatro sono luoghi dove si entra con delle convinzioni e magari si esce con quesiti che si sono aperti non solo nella testa, ma anche nel cuore e nell’anima. L’importanza delle arti non è tanto quella di dare risposte ma di far riflettere gli spettatori per fare in modo che alcune cose non accadano più. Anche se purtroppo non è semplice”.

In quali progetti sarà prossimamente impegnata?

“Ho finito di girare da poco una serie con Fabrizio Bentivoglio, che andrà in onda su Rai 1 ed è legata alla storia di Raul Gardini. Inoltre ho fatto diversi provini ma al momento non c’è niente di sicuro”.

Hélène Nardini e Riccardo Polizzy Carbonelli in una visita sul set di “Un Posto al Sole” – credit pagina Facebook Un Posto al sole

Nella sua carriera ha interpretato tanti ruoli diversi in film e serie di successo, ma indubbiamente uno dei personaggi che ancora oggi ha un posto speciale nel cuore degli spettatori è Eleonora Palladini della soap “Un Posto al sole”. Che ricordo conserva?

“E’ vero, tutti si ricordano ancora di Eleonora Palladini, spesso le persone mi fermano per strada parlandomi di lei. Sono passati tanti anni però ho un ricordo molto bello sia del lavoro sul personaggio sia del rapporto che si è creato con il gruppo, inteso come attori, sceneggiatori, autori, registi. Recitare in una produzione in cui giri moltissime scene al giorno è stato un grande esercizio, una scuola importante per la mia formazione, anche se arrivavo già da Incantesimo e altri progetti. Ho amato moltissimo questa esperienza ad Un Posto al Sole e lavorare a Napoli”.

Nella miniserie “Fidati di me” ha recitato al fianco dell’indimenticabile Virna Lisi. Che cosa le ha lasciato quel progetto?

“Fidati di me era un prodotto completamente diverso da “Un Posto al Sole”, era una miniserie. Avere la possibilità di recitare con un’attrice come Virna Lisi è stata un’esperienza bellissima sia dal punto di vista professionale che umano. Sono quelle persone, come lo stesso Fabrizio Bentivoglio, che in qualche modo cambiano il tuo cammino. Sento di avere imparato tanto da lei o almeno di averci provato, perchè non voglio essere presuntuosa dicendo che ci sono riuscita”.

Un sogno nel cassetto…

“E’ un momento in cui in qualche modo sto chiedendo, e sta anche accadendo, di interpretare personaggi che mi mettano alla prova e quindi sogno di continuare a fare ruoli che mi consentano di uscire dalla comfort zone in cui è normale entrare quando lavori tanto. Non esiste il personaggio giusto, possono essere diversi. Per me è importante iniziare un progetto e quando finisce rendermi conto che qualcosa è cambiato in me e nella mia vita, che mi sono posta qualche domanda in più e che si sono aperte delle porte”.

di Francesca Monti

Grazie a Mimmo Morabito

credit foto copertina Caimi e Piccinni

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