Intervista con Giorgio Colangeli, in scena al Teatro Martinitt con “L’uomo, la bestia e la virtù”: “Spesso si creano delle maschere mostrando quello che non siamo per paura del giudizio degli altri”

Giorgio Colangeli, straordinario attore di cinema, serie tv e teatro, vincitore del David di Donatello per L’Aria salata, è in scena al Martinitt di Milano fino all’8 maggio con “L’uomo, la bestia e la virtù”, un grande classico di Luigi Pirandello, in una rilettura fresca e contemporanea, firmata da Giancarlo Nicoletti e prodotta da Produzione I Due della Città del Sole & Altra Scena.

Il “trasparente” signor Paolino, professore privato, ha una doppia vita: è l’amante della signora Perella, moglie trascurata di un capitano di mare che torna raramente a casa, ha un’altra donna a Napoli ed evita di avere rapporti fisici con la moglie, usando ogni pretesto. La tresca potrebbe durare a lungo e indisturbata ma, inaspettatamente, la signora Perella rimane incinta del professore. Paolino è costretto dunque ad adoperarsi per gettare la sua amante fra le braccia del marito, studiando tutti i possibili espedienti. Il caso è drammatico, perché il Capitano Perella si fermerà in casa una sola notte e poi resterà lontano almeno altri due mesi. Paolino dovrà allora ingegnarsi per salvare la propria dignità e quella della signora Perella, a qualsiasi costo, per obbligarne il marito ai doveri coniugali e far passare il bambino per figlio legittimo del Capitano.

Giorgio Colangeli

credit foto Tiziano Ionta

Giorgio, è in scena al Teatro Martinitt con “L’uomo, la bestia e la virtù” interpretando il professor Paolino, un personaggio ricco di sfumature…

“Paolino è una vittima di se stesso, è contrario ai vizi che vede nelle vite degli altri e agli ipocriti, ma sorvola sul fatto che lo sia anche lui. Poi gli capita questo incidente di percorso indesiderato quando la sua amante rimane incinta e c’è il rischio che il fatto possa diventare di dominio pubblico e allora si attiva per evitare che questo accada. Ha paura del giudizio degli altri, quindi tende ad essere così febbrile nel cercare una soluzione per nascondere il suo errore. E’ vittima di questa sua strategia, vorrebbe sembrare migliore di quello che in realtà è e questo impegno diventa una condanna”.

Ipocrisia, paura del giudizio degli altri, apparenza, sono tutte tematiche attuali nonostante quest’opera abbia più di cento anni…

“E’ vero, sono tematiche attuali, forse con i social ancora più presenti e drammatiche che in altri tempi. Infatti spesso si cerca di creare delle maschere, dei personaggi, che sostituiscono la persona, di inventarci dei modi di essere, mostrando quello che non si è per paura di ciò che possano pensare le altre persone. Nel tentativo di essere all’altezza di quello che abbiamo creato ci preoccupiamo troppo della nostra immagine”.

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credit foto Tiziano Ionta

Portate in scena una rilettura fortemente contemporanea ma senza nulla togliere alla potenza e alla bellezza dell’opera di Pirandello. Come avete lavorato?

“Lo spettacolo è stato portato in scena più volte a Roma e Milano prima della pandemia, ha un suo percorso, ed è effettivamente molto divertente, anche feroce in certi momenti,  contemporaneo per il ritmo che è più indiavolato consentendone una fruizione più rapida. Abbiamo reso estremo quel grottesco che il testo contiene a livello di scrittura, rimanendo aderenti ai significati che erano espliciti ma aggiungendo velocità e un po’ di cattiveria”.

Diceva poco fa che lo spettacolo era stato messo in scena già prima della pandemia. Ha trovato delle differenze in termini di propensione all’ascolto da parte del pubblico riportandolo a teatro?

“Non mi pare di aver notato differenze. Ho visto però, andando in tournée per l’Italia, che nelle grandi città il teatro ha avuto più difficoltà a rimettersi in carreggiata mentre nei piccoli centri di provincia o nei teatri periferici come ad esempio il Tor Bella Monaca le cose sono andate meglio. Forse è dovuto al fatto che nei paesi piccoli c’era meno offerta e quindi meno dispersione del pubblico ma anche quel sentirsi più appartenenti ad una comunità. Del resto il teatro è un rito comunitario. I teatri al centro delle grandi città invece non hanno un radicamento territoriale nel quartiere, sono una vetrina e quindi c’è un senso di appartenenza più vago”.

Speravo de morì prima - Tv Serie
Giorgio Colangeli in “Speravo de morì prima” – credit foto Sky

Recentemente l’abbiamo vista interpretare Nicola nella serie “Il Re”, Dante nel film “La ballata dei gusci infranti” e Enzo Totti in “Speravo de morì prima”. Cosa le hanno lasciato questi tre personaggi così differenti tra loro?

“Sono tre personaggi completamente diversi. Nicola mi ha consentito di far parte di un progetto nuovo di Sky, un po’ spregiudicato dal punto di vista del tema. Il Re è il primo prison drama italiano, ha una sceneggiatura forte ed è molto documentato su un aspetto della vita sociale, quella del carcere, che è sempre stato rimosso. E’ una serie di alto livello e mi ha permesso di lavorare ancora con Giuseppe Gagliardi con cui anni fa ho fatto “Tatanka”.

Io sono appassionato del Sommo Poeta e conosco tutta la Divina Commedia a memoria. Ne “La ballata dei gusci infranti” il mio personaggio si chiama proprio Dante. Ho girato il mio episodio con Lina Sastri il weekend precedente all’edizione integrale della Divina Commedia che ho portato in scena con lo spettacolo “L’impresa fantastica dell’attore Colangeli” al Teatro Argentina di Roma i primi di maggio dello scorso anno.

“Speravo de morì prima” è stata una bellissima esperienza che mi ha permesso di lavorare di nuovo con Luca Ribuoli con cui avevo girato la serie “Vite in fuga”. Sono romano e romanista di famiglia, Totti è stato ed è un monumento antropologico nella Capitale. Quando è venuto a salutarci sul set con i suoi figli gli ho stretto la mano ed è stata una grande emozione, seppur io non sia un tifoso sfegatato. Se lo fossi stato mi sarebbe preso un colpo (ride)”.

impresa fantasticaokcredit foto Teatro Argentina

A proposito de “L’impresa fantastica dell’attore Colangeli”, pensa di riproporlo in futuro?

“L’ho portato in scena a maggio in quattro giorni al Teatro Argentina di Roma, poi a novembre-dicembre in nove incontri distribuiti su quasi un mese sempre nella Capitale, quindi a Milano all’Università Iulm in una settimana. Ho avuto grandi sodisfazioni personali da parte del pubblico ma non è stata purtroppo un’iniziativa molto seguita. Ho notato, soprattutto a Roma, che pur essendo stata presentata all’Argentina c’è stata un’assenza di personaggi istituzionali, non lo lamento per me ma erano i 700 anni dalla morte di Dante, recitavo la Divina Commedia a memoria e mi sembrava ovvio che venisse qualcuno. Anche a Milano hanno partecipato pochissimi studenti e nessun docente e quella è un’università con indirizzo umanistico che insegna ad organizzare eventi culturali. Mi piacerebbe rifare lo spettacolo magari nelle scuole, perchè la Divina Commedia è spiegata in maniera chiara e colloquiale e soprattutto la recito integralmente. E’ un racconto molto febbrile, Virgilio esorta Dante a muoversi, a non sedersi, a non riposarsi perchè hanno poco tempo, invece nelle scuole ci vogliono tre anni per leggere soltanto pochi canti e perdi il senso dell’opera”.

Cosa si potrebbe fare secondo lei per riavvicinare i giovani alla cultura e al teatro? Si potrebbe partire dalle scuole?

“I giovani che conosco e che ho intorno sono tutti bravi e interessati. E’ come se singolarmente presi fossero al di sopra di quell’immagine mediata dai mass media che come popolo o nazione finiamo per dare. Si respira una futilità, una mancanza di cose forti da dire, di responsabilità civile. Pare che l’unico scopo sia attirare l’attenzione, quello che conta è il rumore di fondo. In tanti settori, in quello culturale soprattutto, si finisce per fare le cose che non vorremmo fare, si vivacchia, o si vivicchia come direbbe Totò. Riguardo la scuola c’è un ventaglio di cose negative che possono seguire a questa forzata chiusura a causa della pandemia. Con i suoi difetti era comunque un luogo in cui si socializzava e che metteva tutti sulla stessa riga, dava le stesse possibilità. Ora che i ragazzi sono stati per diverso tempo affidati alle famiglie, se queste non erano all’altezza nell’educarli, sono aumentate le diversità che sono ingiuste e nascono da situazioni che non hanno nulla a che vedere con il merito”.

Si è tenuta la cerimonia di premiazione dei David di Donatello, lei ha vinto questo prestigioso riconoscimento per L’aria salata. Che ricordo conserva?

“Ho un ricordo molto vivo, è stata la cerniera della mia carriera. Per quel film avevo ricevuto in precedenza al Festival Internazionale del Film di Roma il Marc’Aurelio d’Argento. Vincere il David è stata una grande emozione così come la presentazione dei candidati al Quirinale e l’incontro con l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Lì mi sono convinto che riuscire a prendere ogni tanto un premio dà un senso al lavoro che hai fatto e significa che non hai perso tempo nella vita”.

Per concludere, riprendendo il titolo dello spettacolo, cosa le fanno pensare le parole uomo, bestia e virtù?

“Siamo portati a riflettere sul significato di queste due parole, uomo e bestia, ancora di più in questo momento, pensando alla guerra e a quello che accade nel mondo. Per quanto riguarda la virtù è più nascosta ma non riesco ad essere pessimista, credo che andrebbe ribaltata la negatività. L’immagine che abbiamo di noi stessi che proviene dal mediatico è sempre al di sotto di quello che siamo realmente. Vengono riportate solo notizie cattive, si parla di quello che funziona male, mentre le cose belle è come se non ci fossero. Sentivo ad esempio che in Italia ci sono sei milioni di volontari ma non se ne sa nulla. Quando ancora leggevo i giornali la posta dei lettori mi dava il polso della gente, cosa pensasse o sentisse e mi commuovevo vedendo le lettere in cui si ringraziavano dottori, infermieri di un certo reparto, anche se magari il genitore era mancato, perché era stato trattato con umanità e competenza”.

In quali progetti sarà prossimamente impegnato?

“Con lo stesso produttore, Giancarlo Nicoletti, che è anche regista e attore, in società con la signora De Filippo, la vedova di Luigi, e con Mariano Rigillo allestiremo “I due papi”, un testo molto interessante di Anthony McCarten, un autore neozelandese, da cui Netflix ha tratto un film di successo. Io sono Ratzinger mentre Bergoglio è interpretato da Mariano. Nel cast ci sono anche Anna Teresa Rossini che fa la parte di una suora che assiste Ratzinger e un’altra attrice che veste i panni di una suora più giovane che aiuta Bergoglio. Dovremmo debuttare ad agosto a Borgio Verezzi, fare una breve tournèe portandolo in vari festival e poi riprenderlo a gennaio al Sala Umberto di Roma e forse al Sannazzaro di Napoli. Tra i progetti ci sono anche alcuni film per il cinema, uno con Lillo, che ha una sceneggiatura divertente sulle arti marziali fatte a Roma che ha il merito di gettare uno sguardo su questo quartiere che potrebbe essere Piazza Vittorio, l’opera prima come regista della Cortellesi e quella di Francesco Frangipane, tratta da un testo di Filippo Gili. “Dall’alto di una fredda torre””.

di Francesca Monti

credit foto profilo Facebook Giorgio Colangeli

Grazie a Federica Zanini

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