Dall’attore rinascimentale all’attore falsario

In estetica non vi sono regole da seguire e non vi sono regole per giudicare la qualità estetica. Questo vale per la pittura, per la scultura, per il teatro e per l’arte in generale. L’arte infatti, pur poggiando ovviamente su linguaggi e tecniche, non è un teorema e ad essa non si chiede di rimanere dentro il recinto della “grammatica” e della morale, né di esprimere il vero.

Se una lingua ha delle regole allo scopo di comunicare il più possibile univocamente, i linguaggi artistici si inventano e mutano in continuazione. Secondo alcune concezioni psicanalitiche, poi, l’arte vera è il collasso del linguaggio corrente e la poesia è catastrofe della lingua (Paul Celan).

In una parola l’attività artistica si distanzia vistosamente dal quotidiano e dal “naturale”, infatti anche comunemente il termine “artificiale” (fatto ad arte) si contrappone proprio al termine “naturale”. Analizzando il lavoro dell’attore si possono osservare in questo senso molte discordanze. Col naturalismo rinascimentale, a partire dal XVI secolo, nel mondo degli attori, accanto al fenomeno della “teatralità” della Commedia dell’arte, si afferma, in contrasto, una crescente linea naturalistica della recitazione, allo scopo di arrivare ad essere in scena “più naturali” possibile. Sul piano della prassi, a questo proposito, momento fondamentale è stata la Riforma di Carlo Goldoni il quale, a metà del ‘700, esorta gli attori ad essere “più naturali” possibile, abbandonando gli stilemi caricaturali della Commedia dell’arte, in modo da creare personaggi con caratteri psicologici simili alle persone reali… ma nel contempo, e qui sta l’accorgimento tecnico, Goldoni sostiene che l’attore tuttavia deve controllare voce, intonazioni e gestualità, attraverso l’impiego di astuzie tecniche per niente naturali ma del tutto formali, come battere sull’ultima parola di una battuta e non gesticolare con tutte due le mani, solo per fare un paio di esempi.

Lasciando perdere altre considerazioni sul piano storico e tecnico, questa corsa tesa ad affrancare l’attore da modalità espressive artefatte culmina, a fine ‘800, con l’affermarsi dell’indirizzo filosofico del “naturalismo” dove C. Stanislavskij ricerca la massima naturalità interiori delle intonazioni, corredata però anche qui da un controllo del corpo e della voce.

Oggi gli attori italiani di fiction e di cinema hanno portato, a mio avviso malauguratamente, alle estreme conseguenze questa corsa al “naturale”, esibendo una spontaneità che risulta simulata, davvero affettata, per niente “plasmata” in termini formali accettabili di opera d’arte, e questo viene messo in atto pensando di risultare “più naturali” attraverso una recitazione tutta sussurrata, mormorata nella convinzione di persuadere lo spettatore che è vero quello che si prova sul set. Il paradosso è che così dalla fiction si passa al falso.

di Toni Andreetta

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