A “Il fattore umano” reportage in uno dei paesi dalle leggi più restrittive per la comunità LGBTQ

“Non è un paese per gay” è il titolo del viaggio in Tunisia che la trasmissione “Il fattore umano” propone lunedì 18 luglio alle 23.15 su Rai 3, a cura di Chiara D’Ambros e Matteo Delbò. È questo uno dei paesi del mondo dove la comunità LGBTQ è colpita da leggi omofobe: sono previsti fino a 3 anni di reclusione per chi viene identificato come persona LGBTQ e dal 2011 al 2020, secondo l’associazione Damj, sarebbero state 2699 le persone arrestate. Lo spazio pubblico non è sicuro per omosessuali, lesbiche e trans in Tunisia, men che meno per gli attivisti che si battono per il riconoscimento dei loro diritti. Una mancanza di libertà che accomuna la Tunisia ad altri paesi nel mondo: secondo il rapporto del dicembre 2020 di Ilga World (International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association) 69 paesi membri delle Nazioni Unite continuano a criminalizzare atti sessuali omosessuali consensuali tra adulti. In 6 nazioni è prevista la pena di morte. In queste ultimi giorni il presidente tunisino Kais Saied ha presentato una nuova costituzione che verrà votata il 25 luglio, a un anno esatto dal giorno del suo insediamento. Nella nuova costituzione ci sarà spazio per maggiore libertà per la comunità LGBTQ o prevarrà la spinta conservatrice che caratterizza il Presidente? Le cose non vanno meglio negli altri paesi del Maghreb: in Marocco, Algeria e Libia l’omosessualità è vietata. Nemmeno le primavere arabe, che nel 2011 hanno portato un forte vento di cambiamento in tutta l’area, sono riuscite a smantellare le leggi che risalgono al periodo coloniale e che criminalizzano la comunità LGBTQ. A fare da guida al reportage sarà lo scrittore marocchino Abdellah Taia, che ha subito in prima persona la discriminazione e la violenza in quanto gay. Per lui la questione LGBT+, prima ancora che una questione morale o sociale, è una questione politica. Ovunque c’è ancora molta resistenza rispetto alle rivendicazioni dei gay, denuncia Taia. La questione LGBT+ non è mai una priorità. Lo diventa se la comunità si rende visibile e troppo spesso in questi casi viene attaccata, piuttosto che ascoltata. Succede nel Maghreb, è accaduto in Turchia solo pochi giorni fa. 

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