Ursula Von Der Leyen e il teatro

Da luogo sacro a palcoscenico per le biciclette. Ursula Von Der Leyen, presidente della Commissione Europea, ha lanciato un ambizioso manifesto di rinascita sostenibile, denominato NEB (New European Bauhaus) coinvolgendo scienziati, architetti, artisti, imprenditori di molte istituzioni polivalenti. Uno spazio di incontro per progettare nuovi modelli di vivere, tra arte, cultura, inclusione sociale, scienza e tecnologia. Iniziativa indubbiamente lodevole che vuole segnare un nuovo modo di partecipare al cambiamento, portando il Green Deal nel mondo culturale.

Il programma, che richiama il Bauhaus nato in Germania nel 1919, incoraggia un movimento che attivi una connessione tra scienza, tecnologia, arte con lo scopo di lavorare assieme a una mutazione culturale che può essere sintetizzata in tre parole: beautiful, sustainable, together. Uno dei partner della “ New European Bauhaus” è Il Piccolo Teatro di Milano, diretto da Claudio Longhi che, in adesione all’iniziativa europea, ha promosso una serie di iniziative tra cui lo spettacolo “Uno spettacolo per chi vive in tempi di estinzione”, di Miranda Rose Hall per la regia di Lisa Ferlazzo Natoli e Marco D’Agostin.

Una creazione teatrale di respiro internazionale che osserva criteri di sostenibilità sia nei contenuti che nei processi produttivi del teatro, nell’ottica del risparmio energetico e di CO2 e della riduzione dello spreco. Personalmente i manifesti di “stato” riguardanti l’arte mi sembrano un ossimoro rispetto a una certa concezione del termine arte, ovvero l’arte intesa come il terreno della massima libertà da vincoli etici, scientifici e tecnici. In altri termini sulla base di questa considerazione, all’artista non si richiede di dire il “vero” e né di esprimere il “buono” né tanto meno di essere un educatore. Tornando allo spettacolo, si tratta di un monologo per certi versi geniale, ma allo stesso tempo, a mio avviso, sintomo della profonda crisi del teatro e dell’industria culturale in generale.

La struttura tecnico scenografica della messa in scena non origina da un atto creativo funzionale a un’idea complessiva dell’opera ma, al contrario, drammaturgia e gli altri elementi espressivi risultano imprigionati dentro i dettami tecnici, ideologici ed etici del manifesto della nuova Bauhaus di Ursula Von Der Leyen. In palcoscenico 4 ciclisti non professionisti, espressione e sintesi del risparmio energetico, pedalano per creare l’energia elettrica necessaria a illuminare il palco, i componenti scenografici sono riciclati da elementi di repertorio dimenticati in magazzino. Alla conferenza stampa di presentazione dello spettacolo, andato in scena nel marzo del ’22 che sarà ripreso nel ’23, gli artisti della performance hanno sintetizzato in modo raffinato e colto i cardini del progetto in linea col Manifesto europeo di Von Der Leyen, preceduti dall’introduzione dell’ottimo Claudio Longhi: “Ci troviamo in una fase liminale, dobbiamo fare i conti con un sistema che scricchiolava già prima della pandemia e ora messo alla prova per ritrovare un nuovo equilibrio… le responsabilità artistiche, civili e politiche di una direzione artistica sono oggi ancora più determinanti per la creazione non solo di una nuova cultura teatrale, ma soprattutto di una nuova società”.

In generale io penso che il buon teatro, rispetto agli altri media, sia ontologicamente un medium acconcio a gettare lo sguardo dentro il mistero dell’uomo, evitando possibilmente contingenze e mode. In questo senso in alternativa vi sono classici come “La Tempesta” di Shakespeare o “Il nemico del popolo” di Ibsen o ancora “Il Giardino dei Ciliegi” di Cecov e penso altri lavori contemporanei che possono reggere allestimenti piegati a un riverbero ambientalista, se ciò può servire per attrarre contributi e simpatie da parte delle istituzioni che contano. Anche perché pedalare produce ugualmente dispendio energetico con emissione di Co2 attraverso il fiato.

di Toni Andreetta

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