ALLA VINIMILO LA CULTURA ENOICA DI MILO E DELL’ETNA INCONTRA QUELLA DEL DI ATZARA E DEL MANDROLISAI

La ViniMilo, giunta alla sua quarantaduesima edizione, ha assicurato incontri e convegni di grande interesse, come nel caso di “Etna e Mandrolisai, Milo e Atzara-Città del vino di Sicilia e Sardegna a confronto tra Paesaggio, grandi vini, vecchie vigne e nuove sfide”, evento, moderato dal giornalista Turi Caggegi, svoltosi al Centro Servizi di Milo, giorno 9 settembre, con al centro due realtà territorialmente non di grandi dimensioni, ma dalle capacità e qualità produttive molto importanti, come emerso dai contributi forniti da Alessandro Corona, Sindaco di Atzara, Alfio Cosentino, Sindaco di Milo, Aldo Lorenzoni, ambasciatore Città del Vino e fondatore di Graspo e Salvo Foti, enologo.

Ad avviare gli interventi della personalità presenti è stato Aldo Lorenzoni che ha evidenziato come la ViniMilo, nelle prime edizioni fosse concentrata sulla tematica dei vini vulcanici mentre adesso si sia aperta ad un numero maggiore di realtà distinte. Lo stesso enologo, che ha creato Graspo (acronimo di Gruppo di Ricerca Ampelografica Sostenibile per la Preservazione della biOdiversità viticola, associazione che si occupa di tutelare e riscoprire o rivelare vitigni autoctoni, nazionali ed internazionali, tralasciati, obliati, non codificati od addirittura mai identificati o scoperti) ha sostenuto come l’evento celebrato al Centro Servizi colleghi due realtà piccole con situazioni diverse ma con alcuni punti in comune. Tra questi elementi, ad esempio, c’è il fatto di produrre all’ombra di montagne importanti, realizzando vini ben definiti ed il rilevante processo di crescita che ha accomunato, negli ultimi anni, entrambe le zone di produzione enoica collegate alle due cittadine, con Milo che si è “trasfigurata”, a parere di Lorenzoni, in senso positivo proprio nelle sue potenzialità produttive.

Alfio Cosentino ha affermato di auspicare una collaborazione tra Milo ed Atzara per il recupero del paesaggio e per l’enologia, con Turi Caggeggi che ha presentato il comune di Atzara che è simile a Milo per il numero di abitanti (circa 1.100), mentre differisce parzialmente per l’altitudine (per Milo 750 metri s.l.m. mentre per la cittadina sarda 550).

Alessandro Corona ha spiegato come Atzara si collochi al centro della Sardegna, nella regione del Mandrolisai, costituendo una sorta di isola nell’isola, un po’ come Milo ed essendo l’unico paesaggio rurale storico in Sardegna che gode del riconoscimento del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali in quanto iscritto nel Registro Nazionale dei Paesaggi Rurali di interesse storico, delle pratiche agricole e delle conoscenze tradizionali dello stesso Ministero come “Paesaggio Policolturale del Mandrolisai: i vigneti di Atzara e Sorgono”, perché si tratta di un territorio in cui si svolge agricoltura poli-colturale incentrata sulla coltivazione di cereali, vigneti, orti e frutteti e multifunzionali pascoli arborati quercini che sono complementari alle produzioni foraggere e nutrono le filiere della legna e del sughero della zona.

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La coltivazione della vite ha origini millenarie in questo territorio e si è voluto ideare un progetto per puntare sul paesaggio in modo da mantenere in vita i vitigni più antichi (anche di oltre settant’anni od addirittura centenari ed ultracentenari), in un luogo in cui c’era e persiste una grande difficoltà di utilizzo delle tecnologie più moderne, tanto da adottarsi ancor oggi l’aratura con i buoi.

Il progetto in questione, denominato “Longevitas” (lo scorso 22 giugno si è tenuto un evento promozionale molto significativo in titolato “Longevitas Mandrolisai – Long Life Wine Festival“), si sostanzia anche in un marchio collettivo di qualità a tutela di tutti i servizi ed i prodotti (non solo il vino quindi) del Mandrolisai, in particolare relativamente a quelli dei Comuni di Atzara, Meana Sardo (che in realtà fa parte della regione limitrofa, ossia la Barbagia di Belvì), Ortueri e Sorgono. E per tal fine è stato istituito un albo dei vigneti storici (con ina vita di almeno trent’anni), che consente di far avere l’erogazione di contributi ai proprietari degli stessi, affinché li mantengano ed a partire dalla loro iscrizione nell’albo stesso.

Lo stesso Corona ha posto l’attenzione sulla tendenziale poca presenza di giovani nel settore della viticoltura e dell’enologia, con un ricambio generazionale piuttosto lento, mentre le aziende guidate dalle donne stanno dimostrando di essere maggiormente innovative e dinamiche, in un momento in cui proprio il contesto dei vitigni storici ha risvegliato anche il settore turistico. Nel Mandrolisai, ha aggiunto il sindaco di Atzara, ogni famiglia ha un proprio appezzamento di terreno con un “magazinu”, una cantina, che soddisfa il consumo familiare, fornendo anche la possibilità di vendita del vino. Cosentino ha ricordato come anche a Milo vi fosse una situazione simile, con le piccole attività enoiche che disponevano ognuna di un proprio palmento, consuetudine andata quasi perduta, con parecchi palmenti ora dismessi se non diroccati, tranne in alcuni casi come per I Vigneri di Salvo Foti. E proprio quest’ultimo, anche con la sua idea etica del vino, assieme a Benanti, azienda con cui ha dato vita al progetto di “Pietra Marina” a Milo, ha dato, negli anni ’80, la spinta al processo di una ripresa più forte della viticoltura, attività entrata in crisi nel periodo precedente sull’Etna. Così i piccoli produttori, giovandosi dell’esempio e della visione progettuale e coesiva di cantine come proprio Benanti e Barone di Villagrande, ha affermato il sindaco di Milo, hanno potuto riprendere la produzione facendo evolvere la propria attività lavorativa e continuando a svolgere la grande funzione di testimoni, che vanno salvaguardati, della storia enoica di Milo.

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Storia che si caratterizza di aneddoti significativi, come quello narrato da Salvo Foti, il quale ha rammentato come consigliò a Benanti, negli anni ’80, di acquistare l’uva a Milo al doppio del prezzo corrente (900 lire al chilo in luogo di 450) per supportare i coltivatori anziani che così si sentivano maggiormente motivati ad agire in funzione produttiva. Ed essi stessi, ha soggiunto il noto enologo, svolgono, con il loro lavoro, la loro passione e la loro capacità di comprensione dei vitigni e delle loro possibili evoluzioni, un ruolo fondamentale di creazione del paesaggio che si attua nel tempo, permettendo alle generazioni successive di conoscere e sviluppare un patrimonio enoico e di cultura del vino unico ed in continua evoluzione. E questa scrittura e ri-scrittura del paesaggio si coglie, oltre che nei differenti tipi e tecnologie di lavorazione del prodotto anche nei vitigni adottati, come nel caso del Carricante che 500 anni fa non era, in una zona in cui si preferiva il Nerello Mascalese, il vitigno principe, per diventarlo successivamente perché maggiormente adatto al territorio. Per cui, ha concluso lo stesso Foti, è stato il vitigno a “chiamare” il territorio e non viceversa ed il viticoltore ha saputo rispondere alla chiamata determinando con la sua attività il paesaggio.

Corona ha poi descritto il Mandrolisai che è una DOC che deriva dalle uve Bovale Sardo (detto localmente Muristellu e che rappresenta il varietale più significativo con una presenza minima del 35%), Cannonau, Monica ed altre di vitigni autoctoni, utilizzate in piccolissime percentuali. Proprio il progetto “Longevitas” suddetto ha permesso di realizzare un vino denominato “Lungavita” (del 2018), dall’elevata gradazione alcolica (15,5°) e grande struttura che è stato degustato dopo l’incontro assieme ad altri esponenti della produzione enoica sarda della zona (Giogu – Famiglia Demelas 2020 Cannonau di Sardegna DOC, S’Omine- Checcherie 2020 Mandrolisai DOC, Giuàle 2019 Mandrolisai DOC, La Dolce Vigna 2019 Mandrolisai DOC, Etzo 2020 Mandrolisai DOC ) e due del territorio di Milo (Etna Bianco Superiore DOC 2020- Tenute di Nuna e Lindo 2020- Iuppa Etna Bianco Superiore DOC) che hanno deliziato il palato dei presenti.

di Gianmaria Tesei

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