Artista raffinato, intenso, poliedrico, reduce da un anno di grande successo, culminato con l’assegnazione del Nastro d’Argento come miglior attore non protagonista per l’interpretazione di Oreste nel film “Nostalgia” di Mario Martone, Tommaso Ragno porta in scena all’Argot Studio, dal 12 al 15 gennaio, lo spettacolo “Una relazione per un’Accademia”, tratto dall’omonimo racconto di Franz Kafka. Un’altra delle storie di “metamorfosi” dello scrittore boemo, ma anche una favola sull’evoluzione umana, sul confine tra umano e animale che è sempre arbitrario, sul compromesso tra libertà e via di fuga.
Si chiama Pietro il Rosso, la scimmia a cui Kafka dà voce nel racconto; Pietro viene catturato mentre è con il suo branco, lo feriscono due pallottole, una in modo non grave al volto, ma che gli darà il soprannome di “il rosso”, l’altra all’anca, che lo rende zoppo. Dopo la prigionia, in una cassa mentre raggiunge l’Europa su una nave, Pietro capisce che può imitare così bene gli uomini, da garantirsi la libertà, o meglio, una forma di libertà, che lo porterà nei teatri a esibirsi. Dopo quasi cinque anni, gli antropologi che lo invitano all’accademia per ascoltare la sua storia, trovano davanti a loro una scimmia-uomo calma, riflessiva, ironica, che racconta il suo percorso con una vena di malinconia, rabbia e accusa che percorre tutto il racconto.

Tommaso, è in scena all’Argot Studio con Una relazione per un’Accademia, tratto dall’omonimo racconto di Franz Kafka, cosa l’ha più colpita di questo testo?
“Nella mia vita ho letto frequentemente Kafka, poi crescendo è aumentata la percezione dell’autore e l’ho compreso maggiormente. In sostanza sono attratto da ciò che non capisco, nella letteratura e nell’arte, perchè offre degli orizzonti possibili da cogliere con un solo sguardo. Sono un attore che ha avuto la fortuna di fare teatro, anche di alto livello, e quando all’interno di un’opera c’è un coefficiente di difficoltà elevato ti permette di entrare in relazione con te stesso in maniera molto profonda. Questo ovviamente non deve essere visto come qualcosa di pesante o accademico. Kafka dice molto spesso che è meglio stare in catene che essere liberi, uno potrebbe pensare che sia una sciocchezza ma se ragioniamo un attimo dalla caduta delle Torri Gemelle in poi si vive con l’incertezza se sia meglio essere liberi o controllati, e l’apice è stato raggiunto col covid quando non sapevamo cosa fare o fosse più conveniente”.
Pietro il Rosso, la scimmia a cui Kafka dà voce nel racconto, capisce che può imitare così bene gli uomini da garantirsi una forma di libertà…
“Pietro il Rosso è una scimmia che poi è diventata uomo, in quanto nello spettacolo si parla di una metamorfosi. Il protagonista racconta, dopo essere stato catturato e portato nel mondo civilizzato, come sia riuscito ad evitare di finire in un’altra gabbia, e durante questo viaggio capisce che l’unica via di uscita umana non è quella di fuggire, perchè se si tuffasse in mare potrebbe annegare o essere mangiato da uno squalo, ma tentare di integrarsi. L’idea del racconto è che non si è in grado di capire la libertà ma si sa organizzare molto bene la schiavitù”.
Che riflessioni l’ha portata a fare quest’opera?
“Kafka è un autore molto sottile e profondamente umoristico, che fa riflettere in termini ristretti sulla nostra condizione. In quest’opera si racconta in pochissime pagine la storia dell’evoluzione umana, del passaggio dall’animale all’uomo, ma non è risolto, in quanto il confine tra animale e umano è labile così come quello tra libertà e via d’uscita. Alla fine, se pensiamo al film “Tempi moderni” di Chaplin che è molto kafkiano nessuno di noi sfugge a questa catena di montaggio, si è costretti ed è meglio restare in catene piuttosto che scegliere la libertà. Facendo degli esempi semplici ma molto controversi, siamo tutti d’accordo che gli animali non vanno trattati male, che i diritti umani sono fondamentali, che i migranti vanno accolti e rispettati ma ci troviamo costantemente di fronte al problema su come comportarsi. Questo per dire che la creazione delle leggi non è stata una cosa da poco”.

L’atteggiamento difensivo di Pietro il Rosso alla fine fa pensare che la sua trasformazione da scimmia in una forma “superiore” di primate rappresenti una perdita più che un guadagno per lui…
“L’uomo ha iniziato a parlare nel momento in cui ha potuto usare le mani per procurarsi il cibo, quindi la liberazione dal grado di scimmia comporta la perdita della libertà ma anche l’acquisizione di alcuni vantaggi, come si vede nel racconto. Sono riflessioni che nascono dal contatto con questo tipo di materia, non per dare giudizi o dire che questa è la verità, ma per far riflettere le persone. E’ ciò che dovrebbero fare il teatro e le arti”.
Il tema della negazione dei diritti umani e della libertà è purtroppo sempre attuale, ancor più se pensiamo a quanto sta accadendo in Iran o in Afghanistan…
“Non si può più restare indifferenti pensando che ciò che accade in altri paesi non ci riguardi. Non ho la capacità per dire cosa si debba fare ma è evidente che siamo arrivati ad un punto dove i problemi non sono eludibili. Fatico a seguire quello che sta accadendo nel mondo, però Kafka è un buon compagno di viaggio per rapportarsi ad una realtà che oggi fa abbastanza schifo”.
Nel corso della sua carriera ha avuto modo di lavorare con grandi personaggi come Strehler e Ronconi. Qual è l’insegnamento più importante che ha ricevuto?
“Ho capito che questo lavoro richiede tanto impegno, ci sono molte difficoltà e cose belle, ma si costruisce con gli anni. Credo molto nello studio, sono un po’ old style, per me è importante la preparazione, che spesso viene sottovalutata”.
Il 2022 è stato un anno molto impegnativo per lei: ha recitato nei film “Nostalgia” di Mario Martone, conquistando un Nastro d’argento come miglior attore non protagonista, “Siccità” di Paolo Virzì, “Ti mangio il cuore” di Pippo Mezzapesa, “My soul summer” di Fabio Mollo e “Rapiniamo il duce” di Renato De Maria, oltre che a teatro con “M. Il figlio del secolo” con la regia di Massimo Popolizio, spaziando tra storie e personaggi completamente differenti…
“Avere la possibilità di spaziare tra ruoli diversi ti dà la possibilità di scoprire i tuoi limiti, non solo interpretativi ma anche di tenuta, perché richiedono molta energia e quindi si ha bisogno di avere un tempo vuoto per ricreare uno spazio interiore. Fare l’attore è il lavoro più bello del mondo ma se ci si vuole mettere davvero in gioco a volte può essere spossante. E’ anche una sorta di fuga in un altro mondo, da un certo punto di vista”.

Cosa le hanno lasciato questi personaggi?
“Si imparano sempre cose nuove, è un mestiere che per fortuna ha un monte cognitivo vasto e ti permette di apprendere quello che non sai fare. Ogni progetto, ogni personaggio che interpreto costituisce un aumento di vita e di esperienza”.
In quali progetti sarà prossimamente impegnato?
“Ci sono dei progetti ma al momento ancora non posso svelare nulla. Sicuramente vorrei continuare a portare in scena Una relazione per un’Accademia”.
Come vede il futuro di teatro e cinema dopo questi due anni di pandemia?
“Sinceramente molto male. I cinema non sono solo dei posti in cui vengono proiettati i film, ma dovrebbero essere un luogo d’incontro, di condivisione, di scambio di emozioni, una sorta di piazza. E questo vale anche per il teatro. Mi viene in mente ad esempio il Cinema Troisi a Roma dove puoi stare tutto il giorno a studiare, a vedere pellicole, mostre, eventi, a contatto con altre persone. Bisognerebbe investire maggiormente nella cultura e darle il giusto valore”.
di Francesca Monti
Grazie ad Edoardo Borzi
