Intervista con Francesco Messori, capitano della Nazionale Italiana Calcio Amputati: “Lo sport riesce ad abbattere i pregiudizi e qualsiasi tipo di discriminazione sociale”

“Vestire la maglia della Nazionale e portare nel mondo i nostri colori è sempre una grandissima emozione. Mi piacerebbe partecipare alle Paralimpiadi e spero che questa realtà possa diventare sempre più conosciuta”. Determinazione, coraggio, entusiasmo e una grande passione per il calcio: Francesco Messori, per gli amici Messi, 24 anni, originario di Correggio (RE), è il fondatore e il capitano della Nazionale Italiana Calcio Amputati, nata nel 2012.

Privo dell’arto inferiore destro dalla nascita, ha iniziato a giocare a calcio nei campetti di periferia a sette anni con una protesi, per poi utilizzare le stampelle. Con la Nazionale azzurra ha partecipato a due Europei e a tre edizioni dei Mondiali, nel 2014, nel 2018 e nel 2022, in cui l’Italia ha raggiunto lo storico risultato della qualificazione ai quarti di finale.

In questa piacevole chiacchierata Francesco Messori, che ringraziamo per la disponibilità, ci ha parlato della Nazionale Italiana Calcio Amputati, dei prossimi obiettivi, ma anche degli incontri speciali con Papa Francesco e Lionel Messi.

311211038_5730151750363039_7301613446646792081_n

credit foto Facebook Francesco Messori

Francesco, partiamo dai Mondiali di Istanbul 2022 dove la Nazionale Italiana Calcio Amputati ha ottenuto un risultato storico, venendo eliminata ai quarti dall’Uzbekistan dopo aver battuto ai gironi Iraq e Uruguay (con la sconfitta ininfluente contro l’Angola) e agli ottavi l’Iran…

“Vestire la maglia della Nazionale e portare nel mondo i nostri colori è sempre una grandissima emozione, soprattutto per quello che abbiamo vissuto durante la nostra vita ed è anche una possibilità di riscatto. Io sono nato senza una gamba mentre i miei compagni l’hanno persa a causa di un incidente e quindi per loro è ancora più significativo. Lo sport riesce ad abbattere tutti i pregiudizi e qualsiasi tipo di discriminazione sociale, ed è bello perché tutti possono fare ciò che sanno fare con quello che hanno. Noi giochiamo a calcio a nostro modo, con le stampelle. Le aspettative che avevamo per questo Mondiale sono state raggiunte, nel senso che l’obiettivo primario era passare i gironi e se fossimo riusciti ad andare oltre gli ottavi sarebbe stato un risultato storico. Così è stato. Onestamente speravo e sentivo dentro di me che avremmo potuto andare ancora oltre, anche in semifinale, ma il sogno si è fermato nei quarti”.

Quali sono le prospettive e gli obiettivi della Nazionale Italiana Calcio Amputati?

“Sono convinto che avremo modo di migliorare, siamo una squadra ancora abbastanza giovane e possiamo toglierci delle grandi soddisfazioni in futuro. Vogliamo far crescere la realtà calcio amputati in Italia e di conseguenza anche in ambito internazionale, dove vorremmo raggiungere risultati importanti”.

Com’è nata la tua passione per il calcio?

“Sono sempre stato appassionato di calcio nonostante la mia disabilità fin dalla nascita. Ho iniziato a giocare con la protesi all’età di 7 anni nel ruolo di portiere, poi però ho deciso di abbandonarla ed è iniziata la mia vita con le stampelle, sia quotidiana che sportiva, e sono diventato attaccante. Ho sempre giocato con ragazzi normodotati nelle squadre del mio paese, il problema era che con queste stampelle potevo solo allenarmi poiché erano considerate un oggetto pericoloso. Nel 2012 il CSI ha deciso di cambiare le regole del centro sportivo e di tesserarmi, così mi han dato la possibilità di giocare insieme ai ragazzi normodotati anche in campionato. Questo ha aperto una grande porta verso il mio sogno, ovvero potermi confrontare sul campo con giovani che vivessero la mia stessa condizione fisica”.

311302978_5730151013696446_3849561907518277935_n

credit foto Facebook Francesco Messori

Nel 2012 hai quindi fondato la Nazionale Italiana Calcio Amputati…

“Quando giocavo con altri ragazzi normodotati non riuscivo a divertirmi, ero svantaggiato rispetto a loro, era bello ma non alla pari. Ho provato così a documentarmi su internet per vedere se esistesse già una squadra amputati in Italia ma non ce n’erano, quindi grazie all’aiuto dei miei genitori, in particolare di mia madre che tra i due è la più sportiva, giocava a calcio da giovane e ha deciso di accompagnarmi e sostenermi nel percorso, abbiamo aperto nel 2012 un gruppo su Facebook e lo abbiamo chiamato Calcio Amputati Italia. Abbiamo pubblicato un primo post nel quale abbiamo scritto quale fosse il mio desiderio, ovvero cercare altri ragazzi amputati in Italia che avessero voglia di mettersi in gioco con le stampelle sul campo da calcio. La voce iniziava a spargersi e ad arrivare alle persone giuste e nel giro di un anno siamo riusciti a raccogliere una decina di adesioni che hanno permesso la nascita di questa squadra che poi il CSI, quando ha visto che poteva nascere qualcosa di concreto, ha deciso di ufficializzare con il nome di Nazionale italiana Calcio Amputati nel 2012, della quale sono diventato fondatore e capitano”.

Poco fa dicevi giustamente che lo sport è un canale importante per favorire l’inclusione, cosa manca in Italia per superare i pregiudizi che ancora esistono?

“Secondo me ci vorrebbe ancora più promozione da parte delle federazioni competenti, in modo da sensibilizzare e avvicinare lo sport paralimpico a quello dei normodotati, per far capire alla gente che non siamo dei “poverini”. Non che lo pensino tutti ma a volte c’è qualcuno che ha questa visione delle cose, quando in realtà proprio grazie allo sport mostriamo quello di cui siamo capaci ed è il messaggio che deve passare, ancora di più nel calcio amputati che è meno conosciuto e promozionato rispetto ad altre discipline paralimpiche. Tra l’altro dopo essere nati sotto il CSI siamo passati alla Fispes, che è una federazione del Comitato Paralimpico con la quale abbiamo giocato due Europei e gli ultimi due Mondiali, e tra poco dovrebbe avvenire il passaggio in FIGC che sarà la nostra federazione di competenza. Non mi voglio illudere ma spero che quando questo avverrà le persone abbiano modo di poter promuovere ancora di più questa realtà senza aspettarsi un ritorno economico, perchè è un movimento in crescita su cui inizialmente bisogna solo investire, ed è importante a livello umano sensibilizzare una disciplina che può portare un bel messaggio. Se il calcio amputati dovesse diventare sport paralimpico secondo me farebbe avvicinare molte persone. Noi giochiamo con le stampelle e penso possa piacere alla gente”.

48424140_2166758026702447_3947033949561159680_n

Francesco Messori con Papa Francesco – credit foto Facebook Francesco Messori

Hai pubblicato il libro “Mi chiamano Messi” in cui racconti la tua storia e hai avuto modo di donarlo a Papa Francesco, insieme alla maglia della Nazionale. Che emozione è stata?

“Ho incontrato Papa Francesco la prima volta nel 2014 in Piazza San Pietro in occasione del 70° anniversario del CSI dove è stata presentata ufficialmente la Nazionale Italiana Calcio Amputati davanti a tantissime persone, gli ho regalato la fascia da capitano e abbiamo fatto anche un selfie con la squadra. Nel 2018 siamo andati invece in sala Nervi, eravamo reduci dal nostro secondo Mondiale in Messico e ho donato al Pontefice la maglia della Nazionale e una copia del mio libro. E’ stata davvero un’emozione incredibile. Avrei ancora più piacere ad incontrare Papa Francesco oggi, soprattutto dopo un periodo delicato che ho vissuto recentemente nella mia vita. Spero ci sia un’altra occasione”.

232952733_4407839959260898_1912166521801243527_n

Francesco Messori con Lionel Messi – credit foto Facebook Francesco Messori

A proposito di Lionel Messi, che ricordo conservi dei due incontri con questo grandissimo fuoriclasse che è anche il tuo idolo?

“Il primo incontro risale al 2011, il giorno del mio compleanno, in occasione di Milan-Barcellona, partita dei gironi di Champions League. Tramite un giornalista della Gazzetta dello Sport i miei genitori mi hanno portato nell’hotel di Milano dove alloggiavano i blaugrana e dopo aver visto tutta la squadra, ho conosciuto Messi, ho scattato una foto con lui e mi sono fatto autografare magliette, il diario della scuola, palloni. Tra l’altro quel giorno con me e mia mamma c’era il giornalista Federico Buffa, che lavora soprattutto nel mondo del calcio e che ha raccontato la mia storia a Leo in spagnolo. Il secondo incontro è avvenuto nel 2014 grazie alla Penya Lombarda, un’associazione di tifosi del Barça della Lombardia, riconosciuta dal club. L’ex presidente ha organizzato un weekend a Barcellona, in cui abbiamo visitato la città e visto la partita al Camp Nou il sabato sera, un match della Liga, una delle poche sconfitte in casa nel corso di quella stagione, culminata con l’ultimo triplete. Al termine siamo scesi nei sotterranei aspettando l’uscita dagli spogliatoi dei giocatori e quando è arrivato Messi mi ha fatto l’autografo sul braccio. La notte ho dormito in modo che non si cancellasse e il giorno dopo sulla Rambla ho trovato un tatuatore che me l’ha ricalcato. Avevo 16 anni, ero minorenne, non avevo la libertà di consenso ma mia madre era d’accordo e l’ho fatto. Poi Messi è sempre stato il mio idolo, tifo ancora Barcellona ma continuo anche a seguire la Pulce al PSG e sono contento che abbia vinto il Mondiale perchè è stato il coronamento di una carriera unica nella storia del calcio”.

cover__id1724_w600_t1549296518.jpg&

Cosa vorresti arrivasse ai lettori attraverso il tuo libro?

“Il messaggio principale è quello di riuscire a trasformare la propria apparente debolezza e i propri limiti nei tuoi punti di forza. E’ quello che facciamo io e i miei compagni di squadra grazie alla nostra disabilità, perchè lo sport è in grado di mettere in risalto le capacità delle persone nonostante quelle che possono essere le diversità. Ognuno deve poter coltivare e inseguire la sua passione”.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

“Da oltre tre anni lavoro part-time al Sassuolo calcio, come segretario dell’area femminile, che va dalle più piccole fino alla prima squadra, e mi ritengo fortunato perchè non sempre è facile fare di una passione il proprio lavoro. Poi vediamo cosa mi riserverà il futuro, magari diventerò un allenatore del calcio amputati. Per quanto riguarda gli obiettivi collettivi mi piacerebbe partecipare alle Paralimpiadi con la Nazionale e che questa realtà possa diventare sempre più conosciuta perchè può davvero fare bene a tante persone, sia a chi la vive in prima persona, sia a chi la vede da fuori. Tutti coloro che sono venuti a conoscenza e sono entrati in contatto con il calcio amputati sono rinati”.

di Francesca Monti

credit foto Facebook Francesco Messori

Rispondi