Il 14 aprile esce per BMG “Elvis”, il nuovo album dei Baustelle che segna il riappropriarsi nello spirito e nella forma di un’essenza “rock” per l’iconica band, composta da Francesco Bianconi, Claudio Brasini e Rachele Bastreghi.
Un disco che tocca territori per loro mai esplorati, portandoli in una matrice americana fatta di strutture blues, soul, rock and roll, boogie.
“Elvis” è il nono album in studio dei Baustelle e arriva a distanza di cinque anni da “L’amore e la violenza”: “Ci siamo detti che l’unico modo per tornare era in una forma sincera, diretta, vera, come se dovessimo ricominciare da capo. Elvis è una rifondazione”.
Il disco è un tributo all’artista che ha commercializzato questo genere musicale e al contempo la metafora perfetta per rappresentare la caduta dell’uomo. In questo nuovo progetto si intrecciano ritratti di un’umanità rappresentata in tutti le sue sfaccettature, realizzati con la solita dose di spiazzante verità.
In “Elvis” sonorità inesplorate si mischiano sapientemente alla sensibilità costitutiva della band e il risultato è una forma di glam rock tipicamente baustelliana, un film impossibile coi Rolling Stones e Lou Reed che dal 1973 che si ritrovano catapultati nel mondo ipercinetico e mutevole di oggi: “Ci sono elementi di discontinuità con il passato. Siamo sempre stati più matematici, europei, geometrici, strani. Volevamo provare a vedere se certi stilemi provenienti dal blues americano funzionassero in italiano. Un lavoro solista dopo tanti anni in gruppo serviva, c’era voglia di rischiare da sola e quando sono tornata con loro ero tranquilla perché sono andata a togliere, mi sono messa in gioco con altri musicisti, ho suonato meno e si è creata una comunità e uno scambio diversi. E’ un ritorno alle origini, c’è questa voglia di partire quasi dal niente e suonare, c’era bisogno di nuova energia, di lasciare le sovrastrutture, di cambiamento per ripartire”, ha dichiarato Rachele Bastreghi.
“Facendo le cose da solo senza lo schermo della band capisci l’importanza di trovarti nuovi collaboratori e persone meravigliose, anche più giovani di me, da cui ho imparato moltissimo e ho capito che questo mestiere è fatto di collaborazione”, ha detto Francesco Bianconi.

L’album si apre con “Andiamo ai rave”, una presa di posizione netta sulla cultura del divertimento e dello sballo a tutti i costi: “Mi sembrava una parola che suonasse bene in un testo che parla di ragazzi dentro l’industria del divertimento a tutti i costi. Non sono contrario ai rave, se i prezzi fossero accessibili ai concerti, se la varietà della musica fosse diffusa ci sarebbe la possibilità di scegliere, invece tutti come pecore spendendo soldi accorrono all’evento sulla spiaggia o al raduno. C’è qualcuno che sfrutta la voglia di divertimento dei ragazzi”.
“Milano è la metafora dell’amore”, una fotografia nitida dell’hinterland milanese: “Non ho nessuna paura nel dichiararmi antifascista, ci tengo a dirlo. È ovvio che quella canzone non è una sigla per Milano, non è l’inno del PD o di Sala, non è partitica ma sulla città in cui vivo e in questo preciso momento storico è diversa da altre italiane. Il caso vuole che quel brano sia uscito in un periodo in cui Milano ha problemi ma creare la polemica mi sembra un modo un poco stupido per fare il gioco dell’altra parte o pilotato per fare l’elogio di Roma e di chi sta al governo”.
Da Milano come metafora dell’amore si passa al capoluogo meneghino come teatro di una storia vera, quella narrata in “Jackie”, una splendida esistenza noncurante capace di essere al contempo dentro e fuori dal contesto in cui si trova: “Jackie bazzica tra via Lecco e Porta Venezia. Il brano è nato al Bam al compleanno di un’amica di mia figlia Anna, mi sono messo su una panchina con il taccuino mentre lei giocava e mi è venuto di getto il testo e l’ho scritto in quel momento. C’è un punto in cui dico “e tu gioia sconfiggi la noia”, devo ringraziare una mamma che ha detto “uè gioia” e mi ha dato l’ispirazione”.

Tra le tracce c’è anche “Il regno dei cieli”, un vero e proprio flusso di coscienza personale in cui fanno un cameo alcuni amici sul finale, come Andrea Poggio, Lucio Corsi, i Coma Cose, Antonio di Martino, Clauscalmo, Galea, Laila Al Habash, Angelo Trabace: “L’idea di quel testo è che il regno dei cieli è qualcosa che Dio o chi per lui mette nella testa degli uomini per non far vedere il vuoto perché altrimenti ti butti da un ponte. È lo smalto che nega l’esistenza del vuoto, che nasconde il fatto che la vita dentro questo mercato non ha significato. Franco Loi in L’angel diceva che il paradiso è il riverbero di quello che abbiamo vissuto e ci si adagia per dare un senso alla vita e non impazzire. Nel finale che è una sorta di preghiera ci sono il coro gospel grosso e alcuni amici milanesi”.
“Los Angeles”, invece, non è dedicata alla città californiana ma è la storia di una ragazza, è l’archetipo dell’eterno sogno di scappare in cerca di qualcosa di migliore: “Los Angeles è una sorta di luogo simbolico e utopico, parla di uno che osserva una ragazza che lavora in un bar e viene vessata da avventori, così sogna di andare a vivere a Los Angeles, peraltro mentre in tv passa la notizia dell’invasione dell’Ucraina. E’ stata scritta qualche giorno dopo l’inizio della guerra”.
Nel disco ci sono anche diversi rimandi poetici, come in “La nostra vita”, una canzone d’amore il cui testo è ispirato a una poesia di Louise Gluck, e in “Los Angeles” con la citazione di Valerio Magrellli: “Confesso che leggo libri di poesia, anche desueti. Devo ringraziare mia moglie che mi ha fatto scoprire questa poetessa, Louise Gluck, che ha una bravura sconvolgente, emozionante, per il tono anche crepuscolare del suo scrivere, come nel libro “Averno”. Faccio la parafrasi di questa poesia in cui parla dell’amore, della sua evoluzione, in cui ci sono questi due amanti che affermano: non ci amiamo più ma ancora crediamo. La canzone dice “se questo fosse anche il capolinea riusciamo ancora a credere” e mi sono inventato questi due che stanno insieme da tanto e ormai sembrano rimaste solo sigarette spente, ma tengono acceso questo neon gigante del “ti amerò per sempre”. E’ la fede come diceva Leonard Cohen. Magrelli invece è uno dei miei poeti italiani viventi preferiti, lo trovo bravissimo ed emozionante. Vorrei essere come lui”, ha raccontato Francesco Bianconi.
I Baustelle si preparano a proseguire il loro viaggio musicale con “Elvis tour”, a cui si aggiungono sette imperdibili nuovi live prodotti e organizzati da Vivo Concerti, che vedranno l’iconica formazione ospite dei principali festival nell’estate 2023: “Saranno dei live rock suonati in cui i pezzi del passato saranno accordati a questo nuovo modo di espressione più rock’n’roll”.
Queste le date: Il 2 luglio concerto in acustico a Tarvisio (UD) in occasione del No borders music festival ai Laghi di Fusine; il 6 luglio a Genova al Goa – Boa Festival a Porto Antico; il 7 luglio ad Arezzo per Men/go music fest presso il Parco Il Prato; il 15 luglio a Ollomont (AO) per il Musicastelle Outdoor presso Conca di By; il 19 luglio a Napoli in occasione del Noisy Naples Fest presso l’Arena Flegrea; il 27 luglio ad Atri presso Piazza Duchi D’Acquaviva e infine il 30 luglio, un appuntamento in acustico a Camigliatello Silano (CS) per il Be Alternative Festival.
Per quanto riguarda il tour tutto sold out nei club previsto in primavera, si aggiunge la data zero il 29 aprile a Nonantola al Vox Club. Il live inizialmente previsto il 3 maggio a Roma all’Atlantico Club è posticipato in una nuova venue al 15 maggio 2023 e si terrà presso l’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone. Per informazioni: www.vivoconcerti.com
di Francesca Monti
