Dopo il debutto nazionale al Piccolo Teatro, in occasione della rassegna Milano per Gaber, andrà in scena al Teatro Menotti dal 14 al 25 giugno LIBERTÀ OBBLIGATORIA, seconda tappa del progetto Gaber, con cui il “teatro canzone” sottolinea l’universalità del pensiero gaberiano anche a diversi decenni di distanza. Dopo il successo di FAR FINTA DI ESSERE SANI a Milano e in tournée nazionale (spettacolo vincitore del Premio Franco Enriquez 2022), Emilio Russo adatta e dirige ancora un testo “storico” e controverso come LIBERTÀ OBBLIGATORIA del 1976, che contiene temi e contenuti assolutamente attuali. Di Libertà Obbligatoria Sandro Luporini scrive a distanza di anni: “Sia io sia Giorgio abbiamo sempre considerato “Libertà obbligatoria” uno dei nostri lavori migliori in assoluto”.
In scena lo straordinario gruppo di FAR FINTA DI ESSERE SANI con la piccola orchestra MUSICA DA RIPOSTIGLIO e i suoi esplosivi arrangiamenti a miscelare musiche e generi, la voce unica di ANDREA MIRÒ, gaberiana per vocazione e ormai per definizione, cantante/attrice dotata di grazia, profondità e presenza e il talento prismatico di ENRICO BALLARDINI. A questo bellissimo ensemble, per dare ancora più peso e valore alle parole e ai contenuti, si aggiunge una coppia di attori di grande forza teatrale come SARA BERTELÀ e GIANLUIGI FOGACCI, tra gli artisti più apprezzati della nostra scena teatrale, per uno spettacolo collettivo che sarà leggero e profondo, ironico ed emozionante e che proverà a restituire il grande senso civile, culturale, ma anche spettacolare e popolare di quella straordinaria e indimenticabile esperienza che è stato il teatro-canzone di cui, per molti, proprio Libertà Obbligatoria è stata l’espressione più compiuta e coerente.
“Pur con le dinamiche del teatro-canzone e quindi con la costruzione non convenzionale e contaminata del suo straordinario “fare” teatro, mi piace considerare Giorgio Gaber come un classico da interpretare e, pur nella sua universalità, provare a contestualizzare.
I personaggi, gli attori e musicisti della nostra versione, rappresentano come nella profetica lettura epocale di Gaber e Luporini, i “reduci” di una rivoluzione mancata. Forse per eccesso di ideologia e scarsità di concretezza e bisogno reale, oppure semplicemente perché hanno vinto gli altri con le loro regole antiideologiche basate su consumismo, individualismo e modelli produttivi feroci. I “reduci” finiranno per adeguarsi- forse- o perlomeno di porsi domande su sé stessi e sul proprio futuro, mentre il tempo stringe, gli anni passano e magari ci saranno ancora posti da occupare e non ci sarà più tempo per la coscienza collettiva. “A quarant’anni siamo già a raccontare ai nipoti che noi buttavamo tutto in aria…”
I reduci incarnano il pensiero gaberiano attraverso i conflitti di visioni contrapposte, nonostante le esperienze ancora condivise, ma destinate a divergere nel futuro. C’è chi è meno lucido, ancora combattivo, se non combattente, deluso, incazzato e si rifugia nel passato e nei sogni. Sono quelli che guardano indietro. Ci sono anche quelli più analitici, disposti a fare i conti con quel presente che hanno combattuto sino a ieri. Accettano l’onda nuova, ma sino a un certo punto. Compromessi forse sì, ma contro la DC! Guardano in avanti con sospetto.
Come tutti i classici, anche per Libertà Obbligatoria sono consentite interpretazioni e attualizzazioni. Nel nostro caso, come già è successo in parte per Far Finta di Essere Sani, ci piace pensare di mantenere la forza, i contenuti e le emozioni non più nell’originaria formula monologante, ma attraverso una lettura collettiva tra musicisti e attori. In particolare, in Libertà Obbligatoria, a detta degli stessi autori, lo sviluppo della parte testuale miscelata a canzoni ormai “storiche”, diventa quasi preponderante. Per questo ho ritenuto opportuno e niente affatto “audace” aggiungere due attori di teatro come Sara Bertelà e Gianluigi Fogacci, per incarnare ancora di più le parole di Giorgio Gaber e Sandro Luporini.
Ho voluto mantenere i riferimenti storici dell’epoca, perché mi paiono efficaci. È un testo molto politico, forse il più politico del teatro canzone perché Gaber e Luporini fanno i conti definitivi con il ’68, profetizzano (piuttosto in anticipo) la deriva ideologica e non solo dei movimenti (ora Attila fa il consigliere regionale…)”, dichiara Emilio Russo.
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