“Persone di cartavelina / senza attesa di giudizio / svegliarsi un giorno solo con la voglia di trovare qualcuno per cui litigare / Ogni volta con un bel sorriso composto con pezzi di scarto / nati in cattività è difficile mangiare quando torni all’improvviso in libertà“, canta Jacopo Lorenzon nel suo esordio discografico, “Controluce siamo tutti uguali”, uscito di recente su etichetta La Stanza Nascosta Records.
Lorenzon sembra, in tempi di smisurato egotismo, voler restare sempre un passo indietro rispetto alla musica. Lo fa già nella copertina dell’album, di Andrea Tamarindo, che, a sorpresa, non reca (se non nel retro) neanche il suo nome ma solo il tratteggio di un profilo che potrebbe, volutamente, appartenere a chiunque.
Lo fa soprattutto con un album dove a prevalere sembra essere un sentire generazionale, condiviso.

Recentemente il suo album di esordio è stato paragonato a quello de “Le luci della centrale elettrica”. E’ un accostamento che le fa piacere?
“Certo, mi lusinga e mi imbarazza, innanzitutto: stiamo parlando di qualcuno che ha lasciato un segno importante in un certo modo di scrivere canzoni. Mi sorprende, anche, perché è un riferimento che non ho mai sentito così vicino a me, ma anche questo è il bello: penso che le canzoni, una volta scritte, appartengano a chi le ascolta e a chi le fa proprie. E questo si traduce anche nella libertà di accostarle a sensazioni, momenti e, perché no, altri artisti amati”.
Quanti dischi ascolta, mediamente, in un anno?
“Domanda difficile: sono un ascoltatore strano, non saprei quantificare. Da sempre alterno momenti di bulimia musicale, di ricerca e voglia di scoprire e colmare lacune, a momenti di ascolto statico, in cui sento il bisogno di rifugiarmi in ascolti fidati. O ancora, silenzio assoluto, perché no. Non saprei dare un numero, insomma: in ogni caso mi riconosco ancora in un ascolto in formato-album, mi piacciono le storie”.
Qual è, a suo giudizio, il problema più grave dell’industria musicale?
“Non saprei dire se sia l’industria musicale ad avere un problema o se sia una certa generazione di ascoltatori e amanti della musica ad averne uno. Penso che, come tutto, l’industria musicale sia in una fase di profonda trasformazione, una trasformazione continua e inevitabile. E penso che questa trasformazione sia accompagnata da (o segua?) un continuo cambiamento nel modo di fruire la musica, e quindi nel modo di produrla e, prima ancora, di pensarla.
Se dovessi esprimere un’opinione guardando solo ed esclusivamente la mia esperienza e le mie abitudini, non farei fatica a dirmi nostalgico di un certo passato che ha le radici probabilmente nella mia adolescenza. Guardando un po’ più in là, o quantomeno provandoci, penso però di correre sempre il rischio di non riuscire a vedere oltre a quello che già conosco, quello che mi ha fatto stare bene e che però non è detto sia necessariamente la strada giusta da percorrere per andare avanti.
Più che parlare di problema, quindi, penso sia utile cercare di capire quale sia la direzione in cui si sta andando. E poi, naturalmente, decidere se esserne contenti o meno. Ma prima occorre fare lo sforzo di capirlo”.

Per un periodo ha scritto anche di musica, quali sono le maggiori criticità nell’accostarsi ad un lavoro da recensire?
“Ascoltare, sicuramente. L’ascolto a richiesta, o addirittura forzato, è per me da sempre la cosa più difficile. Sembra un controsenso, me ne rendo conto: se non ascolti, se non riesci ad ascoltare, come puoi recensire? Per capire un’opera, per sentirla mia, ho bisogno di essere in una giusta disposizione d’animo che non ho mai saputo accendere a comando. Semplicemente, il momento arriva da solo. Per questo ho scritto sempre per vera e sola volontà, per cercare di dare a un disco tutto il rispetto che merita”.
Chi sono le “persone di cartavelina” del suo “Controluce siamo tutti uguali”?
“Sono persone ferme, intrappolate, che soffrono di una sofferenza che le rende fragili e pronte a strapparsi. Una sofferenza grande o piccola a seconda del punto di vista, per ognuno diversa e in fondo sempre uguale”.
La musica, secondo lei, deve farsi portatrice di un messaggio univoco o, al contrario, essere polisemica?
“Non penso che ci sia una risposta sola, e soprattutto non penso che ci sia una risposta esatta a questa domanda. Molto dipende, credo, dall’obiettivo che si pone chi la scrive e, soprattutto, da ciò che cerca chi ascolta. Sono però convinto che il messaggio di una canzone sia deciso da chi quella canzone la ascolta, la fa propria e decide di legarla a un momento della propria vita. Qualunque sia il messaggio e con buona pace di chi la canzone l’ha scritta”.
La domanda più stupida che le hanno mai fatto?
“Nessuna domanda è stupida, e ogni domanda è lecita. Partendo dal presupposto che sono domande che mi fa qualcuno interessato a qualcosa che ho scritto, prevale sempre il senso di gratitudine per l’attenzione”.
Hai dei progetti artistici nuovi in cantiere?
“Mi piace scrivere, e continuo a farlo perché mi rendo conto di averne comunque bisogno. Non lo faccio però con in mente progetti ben precisi e definiti: quando verrà il momento cercherò di dare un senso e una forma a ciò che sarà nato nel frattempo. Che poi è la strada che ha fatto nascere Controluce siamo tutti uguali. Quindi aspetto”.
di Clara Lia Rossini
